“Come sei spinoso signor Grinch!”

“In quel fiocco di neve, che ti ha appena sfiorato, c’è tutto un mondo che ti verrà svelato”.

Oggi parliamo di un Classico della Narrativa, nato dal Dr. Seuss, che dal 1957 riuscì a coinvolgere generazioni di lettori giovani e meno giovani, che arrivò sul grande schermo nell’ormai lontano 2000: “Il Grinch”! Sotto la direzione di Ron Howard alla regia, e la produzione di Brian Grazer (Imagine Entertainment e dalla Universal Pictures) il mostriciattolo verde è stato animato da uno spumeggiante e sempre sorprendente Jim Carrey, probabilmente nessuno eccetto lui sarebbe riuscito così bene nel ruolo.

Il film inizia con la voce narrante di Luigi La Monica (per l’originale abbiamo un narratore da record ovvero Anthony Hopkins– che avrebbe portato a termine la narrazione in un solo giorno – ). La voce ci introduce nella “tuttanatalizia” e immaginaria cittadina di Chinonsò. Si tratta di un curioso paese che si trova in un fiocco di neve e vive nell’attesa del Natale (nella piazza del paese è persino posizionato uno schermo con un countdown per l’occasione).

 

Nell’immaginario comune il Natale rappresenta un momento felice, tipicamente caratterizzato dal momento di scambio dei regali, davanti all’albero addobbato e le lucine scintillanti. Uno dei momenti più belli per i più piccoli rappresenta l’attesa della figura più ben voluta di sempre: Babbo Natale! Ma questo non vale per tutti.

Da una tenebrosa caverna situata sulla cima del monte Crumpit, a nord della felice e natalizia Chinonsò, un intrattabile, antipatico, perfido cavernicolo osserva con disprezzo e rancore il delirante ritmo degli abitanti della cittadina, i Nonsochì che, persi dai preparativi -tutti materiali- del Natale, si apprestano a festeggiare in magna pompa l’evento più atteso di tutto l’anno.

Il Grinch, un essere arido di cuore, ha conquistato un po’ tutti. Le espressioni del suo volto sono varie e variegate: dall’accigliato al molto accigliato, fino a quei tratti conosciutissimi, ormai tipici (parliamo di quel ghigno malevolo che si allarga sul suo viso ogni volta che gli frulla qualcosa di brillante nella testa… una delle sue malvagità).

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“Forse mi ci vuole un po’ di….”

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“…interazione sociale!!!”

Le espressioni del volto sono il primo tipo di comunicazione emotiva che è possibile vedere già nel neonato e per questo è possibile affermarne il carattere innato: tanto i bambini molto piccoli quanto le persone cieche dalla nascita, così come persone di culture differenti, esprimiamo le emozioni tramite le espressioni del volto allo stesso identico modo.

Abbiamo molti studi a sostegno di questo, più di tutti Ekman diventato famoso per la sua ricerca interculturale dalla quale poté affermare che le espressioni facciali e la loro interpretazione non cambiano da paese in paese. Secondo lo studioso infatti, le espressioni di rabbia, disgusto, felicità, tristezza, sorpresa, dispiacere e paura mantengono una espressività propria indifferentemente da chi le sta provando. Di fatto la comunicazione mediante le espressioni del volto è fondamentale per le future competenze sociali del bambino e per uno sviluppo funzionale. È stato dimostrato come figli di madri depresse vadano incontro ad esiti evolutivi in qualche modo problematici. Esempio pratico ne è l’esperimento “Still Face” in cui Tronick (2007) ci mostra come il ritiro emotivo della madre (tipico esempio ne sono le madri depresse) possa avere dei potenti effetti sulle reazioni del bambino che a lungo andare si adegua, ma questo adeguarsi implica delle conseguenze sul suo futuro sviluppo.

L’esperimento consiste nell’interazione madre-bambino che ad un tratto subisce una “una brusca interruzione”. Una madre, durante il gioco con suo figlio, interrompe le risposte (che prima rispecchiavano i segnali del bambino). Questo diventare “totalmente inespressiva” provoca nel bambino una serie di reazioni: dapprima tenta di ristabilire il contatto visivo, poi prova attivamente a stabilire un contatto fisico (stende le braccia verso la mamma). Falliti questi tentativi il bambino piange disperatamente cercando di provocare una reazione materna, ma la madre continua a non rispondere e lui finisce per condividere lo stato apparendo depresso e fisicamente “abbattuto” come se avesse perso tutte le speranze (Taransaud, 2014). Questo esperimento è a tutti gli effetti la prova del fatto che la mancanza d’interazione o addirittura l’assenza di rispecchiamento, possono essere per il bambino fortemente deleteri.

Nell’interazione, madre e bambino co-costruiscono le fondamenta per far sì che il piccolo possa sviluppare la capacità di lettura e interpretazione dei segnali e delle espressioni emotive dei comportamenti altrui (Barone, 2009).

Ma torniamo a noi…

Attenzione! In fin dei conti non ci riferiamo affatto di uno scorbutico qualsiasi.  Stiamo parlando nientepopodimeno che del notissimo cattivo, nemico del Natale, ormai luogo comune, incorreggibile, puzzolente, e per nulla carino Grinch!

Il Grinch è senza dubbi stanco della bontà del natale! Ma perché il Grinch è così “grincioso”?

Inutile chiedersi perché, nessuno sa dare chiarimenti.

Sarà perché in testa le rotelle non ha tutte, sarà  perché le sue scarpe sono strette e tanto brutte. O forse la ragione di tanto malumore è che di due taglie.. ha più piccolo… il cuore!

Noi invece ci chiediamo il perché! Eccome! Se cercassimo di comprendere la figura del Grinch, certamente intravedremmo in lui una serie di caratteristiche chiare…

Questa storia narra di Cindy Lou Who la piccola che cerca una conferma non materiale del reale spirito del Natale e di Grinch che, serbando rancore per le cattiverie subite, ha dovuto imparare a ritirarsi in se stesso. Tenendo così, per sé i suoi sentimenti e non esprimendo i suoi “bisogni”, era rimasto solo temendo ulteriori frustrazioni. Scopre infine, grazie alla piccola, una parte di se ormai dimenticata o potremmo meglio dire respinta: le emozioni.

“Cindy ha un animo semplice, onesto e meraviglioso”, osserva Howard. “E in lei che si identificheranno gli spettatori in quanto il suo personaggio è quello che si avvicina maggiormente a una persona normale. E’ la voce della ragione e la forza motrice che fa progredire la storia. Inoltre esercita un fortissimo impatto sul modo di pensare e di sentire del Grinch”.  Si tratta della persona che consentirà a Grinch di aprirsi e fidarsi, la figura che nell’ottica della Teoria dell’attaccamento rappresenta una “base sicura” e che gli permetterà di ricostruire i suoi Modelli Operativi Interni (MOI) così da poter diventare un “sicuro recuperato”.

Il comportamento di attaccamento è un sistema dinamico di comportamenti  che si sviluppa in ognuno di noi a partire dalla nascita nei confronti di chi ci cura (caregiver). A partire dalle risposte della mamma ai segnali del bambino, il legame di attaccamento si plasma venendo a definirsi come sicuro o insicuro. Attaccamento sicuro, attaccamento insicuro evitante ed attaccamento insicuro ambivalente: queste sono le classificazioni definite e verificate sperimentalmente grazie una procedura, la “Strange Situation”, messa appunto da Mary Ainsworth a partire dalla Teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby (1969).

Grinch è un insicuro evitante, ma perché? Gli evitanti hanno un’esperienza dell’altro come non disponibile che, pur riferendosi all’ altro, verrà rifiutato da questa.  Così facendo, il Grinch ha imparato a vivere da solo, senza l’altro, “senza emozioni”.

“La sicurezza del legame di attaccamento” è un fattore di sviluppo favorevole nel senso che ha, sullo sviluppo della persona, “un’ azione protettiva”. Dall’altra parte però, bisogna sottolineare che l’insicurezza dell’attaccamento non costituisce una condanna: è importante tutto l’insieme delle esperienze successive che la persona si troverà a vivere. In questo senso è possibile parlare appunto di “sicuro recuperato” di cui Grinch, in qualche modo, ne rappresenta un esempio. La sicurezza nell’attaccamento fornisce al bambino-futuro adulto “delle linee guida”, i MOI appunto, per una competenza socio-emotiva positiva.

I MOI sono delle rappresentazioni mentali che ogni individuo sviluppa circa il mondo circostante. I MOI consentono alle persone di interpretare la realtà e quindi ad esempio dare un significato agli stimoli con cui entra in contatto. Consentono di formulare dei piani di azione infatti, i MOI non hanno solo un utilità cognitiva, ma di guida all’azione. Per utilità cognitiva intendiamo i processi di attribuzione di significato.

Grazie a i MOI noi riusciamo a comprendere il comportamento altrui, grazie al richiamo alle esperienze passate! I MOI ci permettono di guidare le relazioni future sulla base dei modelli di relazioni che sono già state. Il nostro Grinch venendo deriso, non si sentiva accettato e per questo aspettandosi di essere rifiutato decide di ritirarsi in solitudine sul monte Crumpit.

Questi modelli sono caratteristiche proprie di ognuno di noi stabili ma aggiornabili. Solo una forza tanto grande, quanto intensa può modificarli: L’ affetto e la percezione di sentirci apprezzati e meritevoli “dell’altro”. Amore, amiciza, rispretto, stima. Che sia l’amore dei propri genitori, dei propri amici, o di una bambina con i capelli biondi e i denti da coniglietto. E come alla fine del film, grazie a Cindy, il Grinch riesce a fidarsi nuovamente di qualcuno e a migliorare le sue relazioni, anche in noi, possiamo tornare ad amare i nostri cari e perchè no, anche il Natale. Nessuno di noi è condannato a restare solo per sempre 🙂

Noemi Mola

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