“AD OGGI SONO DUE ANNI CHE NON GIOCO […] DICO QUESTO CON ORGOGLIO E FIEREZZA”: una storia vera di un padre, di una famiglia e di Gambling Disorder

“Sono M., un uomo di cinquant’anni, sposato, con due figli. Anni fa ho incominciato a frequentare le sale giochi: finivo di lavorare e passavo del tempo lì prima di tornare a casa. Non perdevo molti soldi, all’inizio: dieci, venti euro, non di più. Con il tempo, però, questo semplice giocare e passare del tempo si è trasformato in un vizio.
Ormai facevo tardi a lavoro la mattina e aspettavo davanti alla serranda della sala giochi di poter entrare e giocare; lo stesso facevo la sera, a fine lavoro o nelle pause durante la giornata. C’era come una calamita che mi attirava a quel luogo e le cifre che ‘investivo’ erano sempre più alte.
Questa storia è andata avanti per mesi: ho cominciato a trascurare la mia famiglia, a non essere presente a cena e nei momenti importanti per i miei figli. Sono incominciati, contemporaneamente, anche i problemi economici. Lo stipendio andava via tutto con il gioco, in tasca non avevo più soldi neanche per comprare da mangiare alla mia famiglia, così ho cominciato a rubare in casa: ho rubato gioielli, oro e tutto ciò che poteva aiutarmi a fare soldi. Anche con la mia famiglia le cose sono precipitate: i litigi con mia moglie aumentavano sempre più e io ero violento con le parole.
Non riuscivo a guardare in faccia i miei figli, mi vergognavo, ma allo stesso tempo avevo bisogno di giocare. Ho rischiato di perdere il lavoro. La mia vita stava andando a rotoli.
Ero rimasto ormai solo. Ero senza una lira, pieno di debiti e abbandonato da moglie e figli.
La svolta che mi ha portato a chiedere aiuto è avvenuta in un momento ben preciso: era il giorno della vigilia di Capodanno e avrei dovuto passare quella sera con i miei figli. Quel giorno avevo addosso tremila euro, la giornata era andata bene a lavoro. Ma, come sempre, trascorsi il mio pomeriggio in sala giochi: all’inizio decisi di non spendere più di cento o duecento euro, ma quando andai via, ormai sera, per tornare a casa, le mie tasche erano vuote. Sì, mi ero giocato tutto.
Tornato a casa, i miei figli mi chiesero entusiasti ‘beh, papà, li hai comprati i botti per festeggiare?’, glieli avevo promessi. Fu in quel preciso istante che mi crollò il mondo addosso. Fu in quel momento che capii che avevo toccato il fondo e mi decisi a chiedere aiuto a una comunità di giocatori anonimi.
Ricordo ancora il primo giorno, quando entrai per la prima volta nella stanza in cui si tenevano le sedute di gruppo. Erano tutti come me, finalmente non mi sentivo più solo. Pian piano loro sono diventati la mia famiglia, e insieme stiamo lottando contro questo mostro.
Oggi sono due anni che non gioco. E dico questo con orgoglio e fierezza. Ho ristabilito i rapporti con mia moglie e i miei figli, e anche se rischio ancora di perdere la mia casa, sto lavorando e lottando perché non accada. Forse ci vuole ancora del tempo prima di poter dire di essere guarito, ma ad oggi riesco a guardare negli occhi i miei figli, di nuovo, e sento di essere una persona migliore.”

Come il signor M., milioni di persone giocano d’azzardo, almeno una volta nella loro vita, e un’altissima percentuale lo fa in maniera regolare. Si stima che, in Italia, la percentuale di pazienti con GAP vari dall’1 al 3% tra la popolazione adulta; ossia, circa 700.000 italiani sono affetti da tale patologia.
Attualmente, questa “passione” si sta rapidamente trasformando in un problema sociale e questo è dovuto sia alla maggiore accessibilità di alcune forme legali di gioco, che alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, quali, in primis, internet. Stiamo, quindi, assistendo a un aumento drammatico del numero dei giocatori che includono non solo uomini, ma anche molte donne e adolescenti.
Si parla di gioco d’azzardo patologico quando, da attività piacevole ed eccitante, il gioco diventa una dipendenza grave e distruttiva. L’essere indice di patologia (l’essere, cioè, patologico) deriva dal fatto che esso irrompe nella vita del soggetto determinando una compromissione del suo normale funzionamento, con ripercussioni devastanti sulla vita di relazione e di famiglia, sulle attività lavorative e ricreative e, spesso, con conseguenze gravi anche da un punto di vista legale. Da un punto di vista diagnostico, esistono dei precisi criteri per il gioco d’azzardo patologico: i criteri del DSM-IV sono “costruiti” sulla falsa riga di quelli per la dipendenza da sostanze (alcool o droghe). Come nel caso della dipendenza, inoltre, viene sottolineato che il gioco diventa patologico quando il soggetto perde il controllo sul comportamento (in questo caso, sul gioco).
Si possono distinguere tre diverse fasi che il paziente attraversa nello sviluppo del gioco d’azzardo patologico: una fase di vincite o fase vincente; una fase di perdite o fase perdente; una fase cosiddetta “della disperazione”.
Nella storia di un giocatore patologico è sempre rintracciabile una fase vincente (la vincita, in genere sempre sostanziosa, rinforza il gioco), inevitabilmente seguita da una serie di perdite. Il giocatore viene, quindi, intrappolato in un meccanismo che si fa sempre più compulsivo, nel tentativo di rifarsi delle perdite finanziarie subite. Il soggetto resta convinto di poter ancora influenzare il gioco: basta un’ultima giocata per rifarsi dalle somme perse in precedenza.
Il giocatore non si ferma più, non riesce a smettere di giocare. Così si manifestano i sintomi della dipendenza (sta male se non gioca, è irritabile, ansioso, aggressivo). Progredendo il disturbo, il paziente arriva a sviluppare disforia, ansia, isolamento progressivo dalla famiglia, sintomi depressivi, consapevolezza dei disastri provocati dal gioco, coscienza di non riuscire a smettere di giocare nonostante la situazione familiare, finanziaria e anche legale disastrosa. In tale fase è molto spesso presente un’ideazione suicidaria, che alle volte si concretizza in veri e propri tentativi di suicidio, tutt’altro che dimostrativi.
Il Lotto, il Superenalotto, le lotterie e la maggior parte dei concorsi e scommesse legate allo sport non rappresentano il vero gioco d’azzardo. Il gioco d’azzardo vero non permette, né dà tempo per pensare: la puntata è seguita immediatamente dalla vincita o dalla perdita, come nel caso delle slot-machines, della roulette, del videopoker. La componente della temporalità e dell’immediatezza è centrale nella spiegazione della genesi del disturbo.

Rispetto al DSM-IV, una modifica apportata nel DSM-V, pubblicato a fine maggio scorso, che potremmo considerare fondamentale è lo spostamento del gioco d’azzardo patologico nel capitolo delle dipendenze (Substance-Related and Addictive Disorders). Lo spostamento del Gambling Disorder (nuova denominazione) è frutto di un cambiamento di natura epistemologica che riguarda sia il GAP che le dipendenze nel loro complesso. Le evidenze nell’ambito della ricerca scientifica hanno infatti svelato che le analogie tra GAP e dipendenze chimiche vanno oltre i quadri sintomatologici comportamentali. Fondamentale è il contributo della ricerca neuroscientifica (attraverso neuroimaging): è stata dimostrata una sovrapposizione dei quadri di addiction, in primis per quanto riguarda le diverse dipendenze chimiche e, più recentemente, tra dipendenze chimiche e non. Il DSM-V riconosce, in toto, al GAP lo status di dipendenza.
Questa rivoluzione in termini di classificazione, denominazione e criteri diagnostici tra DSM-IV e DSM-V ha una rilevanza non solo strettamente diagnostica, ma clinica, in quanto pone i professionisti che prendono solitamente in carico il disturbo nella posizione di utilizzare strumenti terapeutici propri dei programmi per le dipendenze.

Cosa possiamo dire circa il trattamento? Diversi sono gli approcci utilizzati dai professionisti, sempre in considerazione dell’esigenza della personalizzazione e individualizzazione del programma terapeutico in relazione al quadro sintomatologico e al funzionamento generale del paziente.

Annoveriamo, in primis, gli interventi psicoterapeutici che abbiano come obiettivo primario la presa di coscienza da parte del soggetto di essere affetto dal disturbo. Se il soggetto dichiara di volersi sottoporre a un programma terapeutico, inizia la fase dei colloqui di motivazione, che perseguono vari scopi attraverso una prima fase mirata sia a costruire la motivazione al cambiamento che a gestire la resistenza a questo, e una seconda fase finalizzata a rafforzare l’impegno al cambiamento. In seguito, il paziente comincia il trattamento terapeutico vero e proprio e, al tempo stesso, gli viene assegnato un “tutor” che, in accordo con il paziente e il terapeuta, guida il paziente nella gestione dei diversi livelli di (dis)funzionamento (piano economico, relazionale, finanziario, ricreativo/sociale). La fase psicoterapeutica vera e propria può avere setting terapeutici di diverso tipo (terapie individuali; di coppia; della famiglia e di gruppo, solitamente espletate in contesti comunitari come nell’esempio sopra riportato).

In Italia, fino a non molto tempo addietro, il gioco d’azzardo patologico, pur essendo conosciuto, ha avuto uno scarso accesso al Sistema Sanitario e di conseguenza è stato accompagnato da osservazioni scientifiche prevalentemente basate su casistiche limitate. Ad oggi, tuttavia, in accordo con l’esperienza di altri paesi, è prevedibile che anche nel nostro possano concretamente ampliarsi, a breve termine, prevalenze ed esigenze assistenziali dei giocatori d’azzardo patologici; soprattutto se pensiamo che negli ultimi anni, oltre a tutti i sistemi di gioco tradizionali, sono stati promossi, attuati o incrementati anche in Italia nuovi sistemi di gioco pubblici.

L’interesse clinico per tale disturbo e gli sforzi teorici, terapeutici e scientifici che ruotano intorno alla necessità di arginare questo problema sociale devastante e in continua crescita, tuttavia, non possono svolgersi senza prima aver preso consapevolezza del quadro fortemente contradditorio in cui si esplicano. Stiamo forse cercando di spegnere un incendio divampante con gli estintori fornitici dallo Stato, quello stesso Stato che, contemporaneamente e in modo beffardo, con l’altra mano, getta benzina sul fuoco? A noi l’ardua sentenza.

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Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.