Al Di Là Del Sociale: Cambio Quindi (Forse) Sono

Partiamo dal presupposto che tutto si trasforma. Il presocratico Eraclito era giunto a questa interessante conclusione al culmine dei suoi innumerevoli studi, che per millenni hanno attratto le successive generazioni e influenzato numerosi teorici; i naturalisti, in particolare. Volendo trasporre le sue parole all’interno di un contesto dinamico si potrebbe affermare che dal niente, con la nostra comparsa nel mondo, con la nostra nascita ovvero, diveniamo un qualcosa di concreto (se sia un’illusione, non è dato a noi saperlo). Nessuno, però, ci ha creati: siamo figli di una volontà, una volontà a metà tra ciò che la natura ci ha donato, e ciò che la società ci ha imposto; un elemento di estrema sintesi tra il cinismo evolutivo concettualizzato da Darwin, e un più sobrio interazionismo simbolico frutto delle idee di George H. Mead. In breve, passiamo un’intera esistenza a cercare di mettere d’accordo istinti naturali e costruzioni sociali partorite da noi stessi. Siamo essenzialmente il divenire, frutto di un’unione che non crea; semplicemente trasforma due elementi, e li sintetizza geneticamente. Da lì in poi la vita, anzi, una nuova tipologia di vita rispetto a quella passata che c’era. Il futuro a dispetto del passato; il nuovo che incombe sul vecchio; è l’evoluzione, tutto qui. Poi, nel mezzo, quella costruzione sociale cui si accenava prima. Che crediate nel destino, in un disegno perfetto che si curi della vostra persona, o che siate convinti di poter agire secondo le leggi del libero arbitrio (leggi e libero arbitrio, tra le altre cose, sono termini quasi antitetici), poco importa. Qualcosa c’è, e la si sente. Si passano degli anni, dentro una sostanza che prende il nome di carne nel linguaggio comune, a compiere azioni; ad affannarsi; a fare cose secondo uno schema niente male: scuola, matrimonio, famiglia, lavoro…prima o poi una ricompensa arriva, e sarà così grande da ripagare anni passati a brancolare nel non si sa cosa. Nel tempo libero, se si è abbastanza furbi, ci si può concentrare, uscire un attimo dagli schemi, e pensare a ciò che si ha dentro, nel profondo, sperando non si tratti di pura e semplice matrice biologica; quest’ultima va da sé, è una macchina perfetta; addio sogni di gloria e di immortalità dello spirito. Poi, come è lecito nel pensiero comune, finisce (dovrebbe finire) tutto. Nel momento in cui sopraggiunge la morte, il nostro concreto si sfalda, torniamo polvere così come lo eravamo prima di nascere. Ci ritrasformiamo in qualche indefinito elemento che farà da contorno a non si sa quale altro ente terrestre. Il suo fascino sta tutto lì. Non c’è motivo di pensare che, se non eravamo nulla prima di divenire quello che siamo adesso, lo saremo dopo aver “tirato le cuoia”. Eppure siamo lì, per tutto il tempo che ci è dato di stare al mondo, a credere di poter creare qualcosa cui attaccarci anche quando non saremo più presenti in queste attuali fattezze, nella speranza di essere per sempre. Il paradosso della vita che anticipa il fascino di una morte certa, senza che se ne conoscano le modalità. Accade che il nostro lascito, le tracce lasciate sul mondo che c’è al di là di tutti gli esseri viventi che passano, restano a far parte del mondo stesso in modo concreto, evolvendosi o restando pure così come il nostro essere che le ha concepite. Freud parlerebbe di regressione totale, per capirci; Bolwby, magari, di ricerca di attaccamento sicuro verso un caregiver che non ci lasci mai disperdere nell’indefinitezza delle cose. Ci raccontiamo un mucchio di inesattezze ogni giorno; ci illudiamo delle più svariate teorie che pretendono di avere una qualsivoglia validità scientifica; crediamo di avere le risposte alla vita, per non tremare dinanzi alla morte; in ultimo, cerchiamo una perfezione dell’essere, aggrappandoci a tempi diversi dal presente. Il divenire è presente, è attimo, è il sapersi rinnovare istante dopo istante, continuamente. Il passato, il recarsi in esso per legarsi a qualcosa che ne fa parte, è ancora una volta solo un tentativo di ancoraggio alla ricerca della perfezione dell’essere che non si possiede. Si cerca, nel passato per trovare una risposta per poter riprendere, da dove si era interrotto, il percorso di perfezione dell’essere; un percorso che è divenire continuo, come Eraclito ci insegna. E il fascino della morte, la sua così “innata” acutezza nel crearci tanto sgomento, è la ricercata impossibilità di un ulteriore ed estremo vano tentativo di ancoraggio. Essere e divenire. Essere presente, per non illudersi di un illustre passato…o di un miglior futuro.

Aulo Agerio

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.