Alice nel paese delle meraviglie: il racconto di una sindrome

Quando una cosa bella come una favola si trasforma in una strana malattia

 

Charles Lutwidge Dodgson, matematico e scrittore inglese meglio conosciuto con il nome di Lewis Carrol, nel 1865 diede luce alla sua opera più famosa, intitolata Alice’s Adventures in Wonderland, cioè Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie.

 

Questo racconto parla di Alice, una bambina di circa sette anni che siede in riva a un ruscello con la sorella che sta leggendo un libro senza dialoghi e figure. Alice si annoia terribilmente finché all’improvviso vede un coniglio bianco con tanto di panciotto, cilindro e orologio da taschino che corre urlando “Oimè! oimè! ho fatto tardi!” (Carrol, 1865).

 

Felice di quella buffa distrazione, Alice segue il coniglio dentro la tana in cui l’ha visto sparire, e inizia a scivolare giù per una  specie di pozzo. Una volta atterrata, la bambina si ritrova in una strana sala con molte porte chiuse e con al centro un tavolino di vetro. Non sapendo cosa fare, Alice si avvicina al tavolo e vede che sopra di esso vi è appoggiato un cofanetto al cui interno c’è una piccola bottiglia con la scritta “bevimi”. Essendo Alice una bambina e, per giunta, una di quelle bambine curiose, si porta la bottiglietta alla bocca e improvvisamente inizia a rimpicciolirsi al punto da diventare piccolissima. Prima di farsi prendere dallo sconforto, però, Alice nota un scatolina di biscotti, grossa quasi quanto lei, con su scritto “mangiami”. Essendo Alice una bambina, e per giunta una  di quelle bambine che non imparano mai, si porta il biscotto alle labbra e inizia a mangiarlo, diventando talmente grande da riempire tutta la stanza.

 

Alice nel paese delle meraviglie 2

 

Il seguito del racconto è noto a tutti. Tutti sanno cosa succede ad Alice, quali avventure deve affrontare e quante nuove persone particolari incontra sul suo cammino.

 

Quello che pochi sanno, però, è che quella di Alice nel Paese delle Meraviglie non è solo la storia, ma è anche una sindrome.
La Alice in Wonderland Syndrome (AIWS), cioè la Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, venne scoperta dallo psichiatra britannico John Todd, nel 1955. Con tale termine egli voleva indicare una serie di sintomi, normalmente associati all’emicrania o all’epilessia, che causano distorsioni nella percezione di se stessi o del mondo, facendo percepire spesso le proprie parti del corpo o gli oggetti esterni come più grandi o più piccoli del normale. A causa dell’errata dimensione attribuita alle forme, Todd decise di chiamare tale sindrome Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, facendo riferimento alla bottiglietta e ai biscotti che fanno crescere o rimpicciolire Alice nel racconto di Carrol.

 

I sintomi principali di questa strana sindrome sono di tipo visivo e comportano, in particolare, una  serie di distorsioni visive che prendono il nome di metamorfopsie, disturbi, cioè, che prevedono la percezione alterata o distorta delle immagini. Altri sintomi tipici, ma meno caratteristici, invece, sono di tipo somestesico o non visivo, come ad esempio la derealizzazione, ovvero l’esperienza del mondo come se non fosse reale, o la depersonalizzazione, cioè l’esperienza di se stessi come irreali.

 

La durata di tali disturbi tende ad essere breve e varia da poche ore a pochi giorni e la sindrome sembra derivare da aberrazioni strutturali e funzionali del sistema percettivo degli esseri umani.

 

Per comprendere meglio le caratteristiche della Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, nel 2010 Brumm e collaboratori condussero uno studio in cui sottoposero un bambino di 12 anni, affetto da AIWS  a una  risonanza magnetica funzionale (fMRI) durante un episodio di micropsia, ovvero una condizione neurologica che comporta la percezione degli oggetti come se fossero più piccoli di quanto non siano realmente.

 

Il bambino aveva iniziato a manifestare i sintomi visivi tipici della sindrome all’età di 10 anni e 8 mesi, in concomitanza all’insorgenza di un’infezione da streptococco caratterizzata da una febbre molto alta. Durante gli esami condotti all’epoca, il bambino affermava di percepire le cose come se fossero lontanissime da lui mentre, durante la sessione in fMRI, riportava di vedere gli oggetti come se fossero rimpiccioliti, sebbene si trovassero alla distanza giusta rispetto alla sua posizione.

 

I risultati della risonanza magnetica funzionale dimostrarono che nel cervello del bambino le aree cerebrali maggiormente attivate erano le regioni parietali. Normalmente, invece, le regioni cerebrali che si attivano in compiti visivi sono localizzate nella corteccia occipitale, che è specificatamente deputata alla visione. La corteccia occipitale del bambino affetto dalla AIWS, però, mostrava un’importante ipoattivazione, a dimostrazione del fatto che la sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie colpisce soprattutto il sistema percettivo e, in particolare, quello visivo.

 

La sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, purtroppo, è una patologia poco nota, che tende a essere sottodiagnosticata tanto che, dal 1955, data cioè della sua scoperta ad opera di Todd, ad oggi, sono stati descritti in letteratura soltanto 169 casi.

 

L’augurio per il futuro, dunque, è quello di imparare a riconoscere la sindrome in modo da poter agire tempestivamente su di essa.
Con questo articolo, quindi, ho cercato di fornire il mio contributo, nel mio piccolo, in modo da informare quanta più gente possibile e portare alla luce il lato “neurologico” di Alice nel Paese delle Meraviglie e non solo quello fiabesco.

 

Marta Frigerio

 

Bibliografia

  • Carrol, L., 2010, Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio, Roma, Newton Compton

 

Sitografia

  • Blom, J. D. (2016). Alice in Wonderland syndrome: A systematic review. Neurology Clinical Practice, 6 (3), 259-270
  • Brumm, K., Walenski, M., Haist, F., Robbins, S. L., Granet, D. B., Love, T. (2010). Functional MRI of a child with Alice in Wonderland syndrome during an episode of micropsia. J AAPOS, 14 (4), 317-322

Che ne pensi di questo articolo?

Potrebbero anche interessarti:

Marta Frigerio

Marta Frigerio

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di neuroscienze e neuropsicologia. Affascinata dai disturbi dissociativi della personalità e di personalità multiple nella speranza di trovare una teoria valida per giustificare il suo costante parlarsi da sola e darsi pacche di incoraggiamento sulla spalla. Amante dell'arte, dei film e dei libri, costantemente in cerca di angoli del mondo nascosti e estremamente empatica, talvolta incompresa.