All’improvviso tutti si accorsero dell’utero

A molti dei fervidi sostenitori della famiglia tradizionale, a cui viene concesso di sproloquiare liberamente su questioni oggi largamente dibattute, per esempio durante talk show televisivi, piace discutere della cosiddetta “gda”, ovvero la gravidanza per altri. La questione sembrerebbe (a loro parere) “assai preoccupante”, poiché sono “forti sostenitori” dei diritti e dell’autodeterminazione delle donne, dall’alto della loro incommensurabile saggezza. Riguardo la gravidanza per altri, essi manifestano, in maniera unanime, l’urgenza di volersi salvaguardare a tutti i costi dal “famigerato sfruttamento dell’utero di una donna”, quasi ignorando che tale pratica sia in alcuni stati esistente e regolamentata da anni, senza che questo preveda sfruttamento alcuno, ma per libera scelta della donna stessa che decide autonomamente di mettersi a disposizione per generare una nuova vita al posto di chi non può.
Questo porta a coniare l’abusato e quanto mai inadeguato termine “utero in affitto”.
Tutti preoccupati a difendere l’utero. “L’utero non si tocca!”
La gestazione per altri, o maternità surrogata, segue norme diverse da paese a paese: in alcuni è consentita a pagamento, mentre in altri è permessa solo gratuitamente ed è chiamata altruistica. In Italia la maternità surrogata è illegale e molte coppie espatriano per poter ricorrere a questa pratica. Di recente il dibattito (tanto atteso) sui diritti negati delle coppie omosessuali e i loro figli è diventato il frutto di una discussione confusa, che altro non fa se non dividere il pubblico, anziché unirlo e informarlo.
Infatti, quello a cui stiamo assistendo è una totale mancanza di informazione su tale argomento; si confonde la gpa con le unioni civili o con la step child adoption, argomento protagonista dei dibattiti in tv, in cui si tratta l’argomento come se ci si ritrovasse nel salotto di casa propria, anziché fare riferimento alla scientificità che quest’ultimo meriterebbe. Solitamente, chi avversa la stepchild adoption, maternità surrogata o le famiglie omogenitoriali, non presenta di fatto argomenti razionali a supporto delle proprie tesi; si assiste, così, a un alternarsi di luoghi comuni, concetti superficiali o frasi a effetto prive di fondamento scientifico (questo, naturalmente, vale anche per il dibattito politico), seguite da scrosci interminabili di applausi.
La totale assenza di informazione porta a veicolare lo spettatore verso quella forma di pensiero superficiale e a tratti rassicurante. Senza andare lontano: in Inghilterra la gpa non è una via obbligata per i cittadini omosessuali. Esistono valide alternative, come l’adozione e il co-parenting: accordo tra una coppia omosessuale e una coppia lesbica per avere un bambino che poi crescerà in una famiglia allargata; quindi non c’è sovrapposizione fra il tema della genitorialità omosessuale e la maternità surrogata. Le questioni appaiono ben distinte, e riguardano tanto gli omosessuali quanto gli eterosessuali, uomini e donne, con posizioni trasversali e diversificate. Tutte le statistiche dimostrano che la gestazione per altri è un tema tanto degli etero quanto dei gay.
In Italia no. La conferma della assoluta mancata informazione, che confonde e divide, la abbiamo ogni giorno da parte di grandi leader politici, che portano avanti battaglie contro le famiglie lgbt. Lo scorso 25 febbraio, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha dichiarato, a proposto dell’eliminazione della stepchild adoption dalla Cirinnà: “Abbiamo impedito una rivoluzione contro natura”.
Nelle scienze sociali questa strategia viene chiamata “othering” ed è utilizzata dalla maggioranza per identificare una minoranza come diversa da sé, in modo da affermare un rapporto di superiorità/subordinazione. La premessa è che un gruppo sociale rivendichi nei confronti di un altro la propria superiorità antropologica, sulla base di una caratteristica innata (in questo caso, l’orientamento sessuale), rivendicando che ci sia un modo inerentemente più giusto per esseri umani. La conseguenza è relegare la minoranza suddetta fuori da una concezione condivisa di umanità (in questo caso, il desiderio umanissimo di famiglia), come se fosse altro da questa.
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C’è poca logica anche quando si supporta la contrarietà alla maternità surrogata, sostenendo che si tratti di un insulto al corpo della donna. In teoria, il corpo di una persona appartiene a quella persona! Se, quindi, una donna decide, per qualsiasi motivo, di prestare o affittare il proprio utero, questa decisione dovrebbe spettare solo ed esclusivamente a lei.
Completamente diverso è il discorso relativo allo sfruttamento per via costrittiva: a quel punto esistono già delle leggi per perseguire il reato. Innumerevoli sono le testimonianze di donne che hanno liberamente deciso di intraprendere questa decisione, dimostrando come tutto ciò non ha nulla a che fare con una questione di egoismo, come piace descriverla a molti. Quindi, se il mezzo d’informazione più usato, come la televisione, non si preoccupa di sottolineare importanti differenze come queste, il risultato delle nostre battaglie (come l’approvazione del DDL Cirinnà) sarà per forza automaticamente negativo. Tutto questo accade perchè si è assistito passivamente a una vera e propria costruzione mediatica del “fantasma dell’emergenza sfruttamento”, che si guarda bene dallo spiegare che lo sfruttamento della donna avviene proprio quando non ci sono regole, costringendo, in questo modo, la gente ad andare all’estero.
Meno che mai si fa menzione del fatto che la gestazione per altri potrebbe essere stata adoperata per un fine puramente solidale, magari nell’ambito della cerchia famigliare e di amicizia (ad esempio: una donna fa nascere il figlio della sorella, alla quale hanno asportato l’utero per un tumore) e prevedendo solo un rimborso spese, con limiti alla ripetibilità, onde evitare che per qualcuno possa diventare una professione o un affare.
Naturalmente, pur di rinunciare all’unica possibilità di dimostrare a noi stessi che potevamo essere capaci di superare determinati stereotipi, abbiamo tirato in ballo argomentazioni (abbastanza folkloristiche) da improvvisati esperti psicologi, educatori ed esperti di problematiche infantili, ovvero “il sacrosanto diritto di un bambino di avere genitore maschio e genitore femmina” (come natura comanda) e le conseguenti inevitabili “ripercussioni psicologiche, traumi tra i più disparati, e il terrore che il bambino possa assumere sembianze omosessuali”, nel dover constatare, un giorno, questa atroce scoperta. Sentendo l’inesorabile avanzare della crescente minaccia della possibile eliminazione della famiglia tradizionale, (magari con delle armi di distruzione di massa che le lobby lgbt possiedono nei loro rifugi segreti). Sarebbe abbastanza curioso immaginare come il riconoscimento di una famiglia omogenitoriale possa annientare l’esistenza di quella tradizionale: effettivamente, ci vuole una immaginazione abbastanza fervida. Probabilmente, anche questo aspetto cruciale va spiegato, perché, da come viene posta la questione, pare che l’obiettivo delle famosissime “lobby lgbt” (come molti amano chiamarle) sia proprio quello di distruggere la famiglia tradizionale.
È importante trarre l’importanza di istituire luoghi di confronto e dibattito di apertura alla conoscenza, per superare una volta per tutte questo muro di ostilità e ignoranza. La responsabilità dei media in tutto questo è davvero grande.
“Tutti quelli che osteggiano il percorso dell’educazione di genere usano la parola GENDER, la inglesizzano… perché in questo modo, la rendono aliena, e le persone non sanno più cosa significa, ma in realtà è una parola che noi usiamo continuamente ed è una cosa diversa dal sesso. Nasciamo maschi e femmine, su questo nessuno ha dubbi, ma che cosa voglia dire essere maschi ed essere femmine nel comportamento nella società del 2015 questo è il genere.”
[Michela Murgia, scrittrice]

Silvia Di Liddo

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