Alzheimer e cinema: l’esperimento del memofilm come possibile cura a mezzo immagine

Cinema ed estetica a servizio delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e dei disturbi del comportamento.

 

Il cinema è ancora la morte a lavoro? Partendo dal sentenzioso Cocteau e dalle ricerche neuroscientifiche, in questo articolo si analizzerà il servizio che l’estetica rende alle malattie neurodegenerative e ai disturbi del comportamento. Attraverso l’esperimento del memofilm e la valutazione del doppio processamento cognitivo alla base della visione empatica di un filmato, si tenterà, non senza provocazione, di canalizzare il postmodernismo nel fascio di luce del bio-proiettore cinematografico.

 

Bio est! Radici a confronto

Biotecnologie, biopotere, bioestetica. Word, al momento, non riconosce le ultime due. Proviamo con un’altra triade: estetica, estrinseco, estensioni cliniche della mente. Bene, queste sono approvate in toto. Ma cosa hanno in comune queste parole che non sia la radice morfologica? Provando a fare un esperimento crociato, troveremo che questi sei concetti confluiscono in quel grande laboratorio umano e macchinico che è il cinema, sorgente e foce di ogni pensiero attivo. Eppure c’è una parola (semema lo chiamerebbero i tecnici), che ricorre più di altre ed è estetica.

 

Di cosa si parla quando si parla di estetica? Forse di immagine? O meglio, di cura dell’immagine? A detta degli esperti, le cose non stanno su un piano così dato. L’estetica è innanzitutto una riflessione sulla sensibilità, parte da dentro, dalla BIOattitudine al sentire, per poi arrivare all’ESTernalizzazione del vivere. Ed è qui che si colloca il cinema, come tecnica, come denaro, come macchina, come idea, come figura, come rappresentazione e allegoria (W. Benjamin). Uno schermo empatico (riprendendo un noto testo di V. Gallese e M. Guerra), che racchiude l’artificio di un prodotto rivolto alla naturalezza delle emozioni.

 

Da Deleuze alle scienze cognitive il passo è breve

Recente è, in Italia, il filone di ricerca che passa sotto il nome di scienze cognitive e che ha una valenza pentagonale. Le sue interfacce sono le stesse di intelligenza artificiale, filosofia, psicologia, neuroscienze, antropologia e linguistica. Ma a chi si rivolge questo progetto? A quel Bio di cui sopra, alla vita neuronale (interna) e comportamentale (esterna), che trova la sua compostezza nello striato deleuziano e si orienta per mezzo di una “cartografia del fuori” (R. Esposito).

 

Cosa significano esattamente striato e cartografia? Con questi termini si stressa l’impossibilità di una superficie da lavoro liscia e la necessità di mappare ciò che è manifesto (fuori) e vedere se c’è una correlazione con l’interno (neuronale). Le scienze cognitive hanno il limite di non avere limiti: non possono discriminare le molteplici forme di vita animale, non possono restare nella parte levigata, devono allontanarsi dal riduzionismo scientifico. Il dialogo con il cinema risulta così molto integrante.

 

L’Alzheimer nel Memofilm

Nel 2007 la Cineteca di Bologna e l’ASP Giovanni XXIII promuovono la creazione di un gruppo di ricerca e sperimentazione per scoprire se e in quale modo il cinema possa contrastare le difficoltà cognitive incontrate da soggetti affetti da malattie neurodegenerative (Grosso, 2013). Il lavoro viene affidato al regista e sceneggiatore Eugenio Melloni. L’approccio è documentaristico: protagonista, amici e parenti sono in scena come se la telecamera non ci fosse. Si alternano brevi commenti ad hoc da parte dei coprotagonisti che esprimono il loro affetto per nonno/madre/suocera. Queste parti di sé vengono sottoposte alla visione da parte dello/a stesso/a nonno/madre/suocera che si riconosce nel filmato, sorride, si sorprende, commenta (principalmente spezzoni in bianco e nero che la riportano indietro nel tempo).

 

 

E’ il memofilm: un circuito di immagini formalmente e psicologicamente soggettive che striscia tra le pieghe delle dimenticanze, delle ossessioni, delle aggressioni di persone che si vedono così agite dal loro disturbo. La partecipazione empatica per il memofilm è ad alta densità e a bassa definizione. La focalizzazione è interna. Parti di sé che sono lasciate circolare nel processo di visione e poi reintegrate in quello cognitivo-identitario. “Sono davvero io quella lì?” La sorpresa, tuttavia, non destabilizza. Il contorno della sua agentività è rassicurante: mobili, famiglia, dialetto. Tutto riporta a un sostrato riconoscibile, al punto da riconoscere persino il proprio disturbo come rumore all’interno del canale comunicativo. C’è qualcosa che non va ed è in me. L’insight è favorita e con essa la terapia.

 

Corpo-cervello: carreggiata a doppio senso di marcia

Il processamento fisiologico alla base della visione parte dal lobo occipitale, un’area cerebrale particolarmente attiva durante la presentazione di immagini. Immagini poi elaborate dalla working memory per mezzo del taccuino visuo-spaziale e da un episodic buffer (stando alle ultime revisioni del modello classico di Baddeley-Hitch datato 1974). Il processamento emotivo di queste immagini, invece, è doppio: dalla via bassa (sottocorticale) le risposte rilasciate sono immediate e prudenziali; l’amigdala, in questo livello, non analizza, ma reagisce. La via alta (corticale), invece, è il centro di monitoraggio e correzione; la corteccia prefrontale distingue il reale dall’irreale, proietta il sé al suo interno ed elabora risposte più risolutive e controllate.

 

 

Tuttavia, si è riscontrato che questa seconda può essere compromessa nei soggetti affetti da Alzheimer o da disturbi del comportamento. La via corticale è quella più compromessa dalla degenerazione neuronale che colpisce l’area prefrontale del cervello, quella preposta all’acquisizione di nuove pratiche, al monitoraggio di quelle usuali e all’esecuzione di tutte le attività ordinarie compiute dal nostro corpo. E’ una via cruciale, che può fare del soggetto affetto da questa malattia una persona non più del tutto autonoma. Motivo per cui il Memofilm rimane solo un dispositivo mediale che sfrutta l’embodied cognition, vale a dire un’esperienza emotiva ed intellettiva partecipata e simulata, uno strumento che innesca un meccanismo di disindividuazione (sono davvero io quella?) e contaminazione (ecco come mi vedono gli altri). Si tratta di un esperimento già di per sé contaminato: prima cattura il sensorium, la percezione (tornando all’estetica) e poi attiva il rilascio del reale come dato (questa che vedo è la mia famiglia, la mia casa) al reale come essente (io vivo qui, con queste persone). Siamo forse in presenza di un post-cinema?

 

 

Bibliografia:

  • Baddeley, A. (2000). The episodic buffer: a new component of working memory?. Trends in cognitive sciences, 4, 417-423.
  • Benjamin, W., & Salzani, C. (2013) Il capitalismo come religione. Genova: Il melangolo.
  • Esposito, R. (2016) Da Fuori. Una filosofia per l’Europa. Einaudi.
  • Guerra, M., & Gallese, V. (2015) Lo schermo empatico. Cinema e Neuroscienze. Raffaele Cortina.
  • Grosso, L. (2013) Memofilm. La creatività contro l’Alzheimer. Mimesis.
  • Picture Amygdala hijack by ManosHacker – Ownwork, CC BY-SA 3.0

 
Floriana Doronzo

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Floriana Doronzo

Floriana Doronzo

Giornalista pubblicista non iscritta per spirito di sovversione. Primo alloro in Scienze della Comunicazione con una tesi in semiotica dei media; secondo in Scienze Cognitive, con una tesi di ricerca in neuroetica, svolta in Uruguay. Insomma, non ho molto le idee chiare, fatta eccezione per Lynch, Magritte, la pizzica salentina e la sacher. Ma se la vita è nel frattempo, io nel frattempo penso a pensare. D’altronde, Non tutto il pensiero è cosciente; mi si perdoni l’umanità, con l’intelligenza artificiale migliorerò.