#ANSIA

Le persone più ansiose, secondo alcuni studi, sarebbero maggiormente preparate a sopravvivere ai pericoli ambientali rispetto a chi lo è di meno: potremmo dire, ironizzando, che sono “pronte all’uso”.

Ha un profilo basso, serpentino, e si destreggia tra un pezzo di quotidianità e l’altro, l’ansia. Non è un caso, tuttavia, che questa “sensazione” abbia anche le sue venature positive. L’ansia è, a volte, adrenalinica, motivante e stimolante; quel livello, davvero poco spesso, di tensione e di timore che fa elevare al massimo la nostra prestazione.

È anche paura di non farcela o di essere al di sotto delle nostre aspettative. Spesso è ansia da prestazione. Bisogna gestirla e capirla. È uno stato psichico non elaborato dalla corteccia cerebrale e imprigionato al livello subcorticale, tra amigdala e sistema limbico; così, dinanzi a un pericolo, spesso immaginario, ci attiviamo con una risposta di “attacco-fuga”, in modo quasi involontario (De Masi, 2004).

Si chiama ansia di tratto quella caratteristica stabile della personalità dell’individuo che lo rende ipersensibile a determinate situazioni o dinanzi ad alcuni particolari stimoli, tanto da percepirli come pericolosi. È, quindi, una configurazione stabile e costantemente presente nella vita dell’individuo.

Al contrario, l’ansia di stato è un “momento”, più o meno prolungato, di tensione e di sensazioni spiacevoli, che inducono un’importante attivazione fisiologica nell’individuo, e a volte possono generare un circolo vizioso-patologico.

Laddove l’ansia diventa disfunzionale nella vita dell’individuo e ne compromette un sereno svolgimento, possiamo iniziare a scorgere i segni di un problema. Questo stato psichico accomuna numerosi e molteplici disturbi descritti nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali; tuttavia, quello più vicino a noi giovani adulti, è il disturbo da attacchi di panico.

Per iniziare, è bene precisare che gli attacchi di panico possono manifestarsi in molti dei disturbi d’ansia, e sono soliti irrompere nella quotidianità per durare solo qualche minuto, lasciando, tuttavia, nell’individuo, una profonda sensazione di paura e angoscia. Si caratterizzano, inoltre, perché accompagnati da alcuni sintomi tipici tra cui forti palpitazioni, sensazione di soffocamento, vertigini, formicolii agli arti (parestesie), ma, soprattutto, il timore di morire.

Possono essere connessi all’essere stati esposti a uno stimolo specifico, o inaspettati, se si verificano al di fuori di particolari condizioni. Nel disturbo di panico tali episodi ricorrono con frequenza variabile e inaspettatamente nella vita dell’individuo. In particolare, non è raro sviluppare una sorta di ansia anticipatoria (Gabbard, 2007); quando, infatti, gli attacchi di panico sono frequenti e ricorrenti, gli individui tendono a sviluppare una forma di ansia secondaria circa il come e quando avverrà il prossimo attacco di panico.

Non è raro, inoltre, che tale disturbo sia accompagnato da ansia costante e forte apprensione per qualunque attività quotidiana e, spesso, gli individui si scoraggiano e se ne vergognano; tale condizione inizia a pesare, così, sui diversi ambiti della loro realtà giornaliera.

Come scrive Christian Frascella nel suo libro Il panico quotidiano: “adesso aveva di nuovo fame. Voleva ricominciare a mangiarmi, l’ansia. Un paio di morsi per assaggiarmi, all’inizio. E poi fauci spalancate per azzannarmi in un unico boccone. Ero diventato il suo pasto quotidiano. Tre volte al giorno, piu qualche spuntino”; iniziamo a sentirci divorati da qualcosa che non conosciamo.

L’autore racconta la storia di un giovane uomo di ventisette anni alle prese con il suo primo, ma non ultimo, attacco di panico. È una storia un po’ autobiografica e un po’ no, che dà voce all’ansia da un punto di vista diverso: dalla prospettiva di un uomo poco indottrinato sul tema, di un operaio a cui è stato prescritto un semplice farmaco; dalla prospettiva di Christian che, da quel momento in poi, inizierà a interrogarsi sulla sua vita e sulla sua storia con Lucia.

La verità è che quasi mai basterà un semplice farmaco, il quale potrà solo alleviare i sintomi; sarà necessario curare la parte più cognitiva ed emotiva. Sarà, dunque, importante affiancare alla terapia farmacologica, laddove necessaria, alcuni incontri di psicoterapia mirata. Con l’intervento psicoterapeutico è possibile, infatti, avviare un processo di cambiamento che, seppur dispendioso e non immediato, potrà condurre a un importante miglioramento.

Sebbene sia un vantaggio naturale, come sostenuto più volte, l’ansia può essere vissuta in modo “ego distonico”: sarà, quindi, imparando a tollerarla e gestirla che troveremo il vero beneficio.

Elisabetta Ricciardi

Bibliografia

Glen O. Gabbard, (2007), “Psichiatria psicodinamica”, quarta edizione.

De Masi, F. (2004), “The psychodynamic of panic attacks; a useful integraton of pschoanalysis and neurosciences”. In International Journal of Psychoanalysis, 85, pp. 311-336.

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Elisabetta Ricciardi

Studentessa in psicologia clinica presso l'università degli studi di Bari, neo-laureata in Scienze e tecniche psicologiche. Interessata al teatro e alle poesie.