Bambini da riviversi: abuso e psicopatologia

“Cara Sabina, non sai quanto sono emozionato per la nascita di Daniele. Non faccio altro che guardare la foto che mi hai mandato e ogni volta mi commuovo come un cretino. Tante cose vorrei scriverti, ma una mi è preme più di tutte: ci sono dolori da cui è impossibile guarire, il nostro è uno di questi. Ma questo non ci impedisce di camminare insieme agli altri con le spalle dritte e i piedi fermi a terra. Ora che sei madre, capirai quanto è importante saperlo fare. Una cicatrice è un segno indelebile, non una malattia. La vita, quello che pensavamo ci avessero tolto, possiamo riprendercelo. Anche se per farlo abbiamo dovuto cancellare per sempre il ricordo dei bambini che eravamo.”

Sono parole emozionanti e drammatiche quelle pronunciate dal fratello di Sabina, in una delle ultime scene del film “La bestia nel cuore”, diretto da Cristina Comencini. Sabina, impegnata in una relazione con un uomo che sembra sappia amarla, scopre di aspettare un bambino insieme a lui. Nel frattempo, però, ha iniziato ad avere degli incubi nei quali ripercorre un’infanzia che pensava non essere la sua. Suo fratello, Daniele, vive in America e sceglie così di raggiungerlo. È qui che scoprirà di essere stata abusata dal padre, ormai deceduto. Con la sua, anche l’infanzia di Daniele è stata portata via dai gesti di uomo, che si perpetuavano nel silenzio di una famiglia e di una madre che niente ha potuto fare per salvarli.

Un incesto negativo, come definito da Brigas e Brigas nel 1990, anima la storia di questi fratelli. Una madre consenziente e l’incesto, l’abuso e i non-ricordi di un’infanzia non-vissuta.

L’abuso è compreso, in un’interessante prospettiva, da Ferenczi nel testo “Confusione delle lingue tra adulti e bambini” (1932). L’autore sottolineava la differenza di linguaggi che caratterizzano il bambino e l’adulto e insieme a questi evidenziava le diverse richieste libidiche degli attori considerati. Il bambino chiede l’amore genitoriale, la dolcezza che vengono tuttavia scambiati dall’adulto come richieste sessualmente mature, operando così una risposta inappropriata a quest’ultime.

Il senso di colpa che spesso riecheggia nella vita dell’abusato è descritto dallo stesso autore come una introiezione del senso di colpa dell’adulto. Tuttavia, questo sentimento è da comprendere in una dimensione adattiva: la funzione è quella di permettere al bambino di mantenere un locus of control interno piuttosto che esterno, permettendo così al bambino di non combattere con il senso di impotenza (van der Kolk, 1989).

Quello che si verifica, quindi, è che il bambino è confuso, e potrebbe operare per fronteggiare il trauma una divisione della propria personalità, dando vita dunque a Sé dissociati, che possono iniziare a essere una configurazione tipica dell’individuo anche successivamente. Inoltre, l’esperienza fortemente negativa influenza lo sviluppo delle rappresentazioni del Sé del bambino e dell’oggetto, in questo caso l’adulto, andando spesso così a costituire modelli di aspettative relazionali negativi. L’oggetto viene dunque vissuto come una figura tormentante e il bambino sente di essere perseguitato.

Ciò di cui è privato un bambino, da un genitore abusante, è l’infanzia, vissuta a questo punto tra il tentativo di affrontare l’abuso e la difficoltà nel riuscirci, tipica di un sistema che non è ancora maturo. Il bambino è privato, inoltre, di una delle esperienze più significative: quella di avere un genitore che sia in grado di offrirgli un’esperienza di protezione e di rifornimento affettivo. Non possiamo, tuttavia, abbracciare una visione lineare che correla quasi sicuramente l’abuso alla patologia, ma possiamo chiarire che un abuso infantile è sicuramente uno dei più importanti fattori di rischio per l’individuo; l’integrazione di tale esperienza nella sua vita e l’influenza di quelli che si dicono fattori di protezione (es. sostegno emotivo-affettivo da parte di un altro adulto), potranno, tuttavia, schiarire e de-oscurare il suo sviluppo.

Come quella di Daniele, che diventato padre ha timore di toccare il suo bambino, e imparerà dopo a passare del tempo insieme a lui, e come quella di Sabina, che deciderà di non dire nulla al suo compagno, ogni infanzia ha il diritto di essere protetta e amata: ha il diritto di essere (ri)vissuta.

Bibliografia:

Brigas, J., Biggs K.H. (1990), “Psychoanalysis as incestuous repetition: some technical considerations”. In Levine, H.B (a cura di), Adult Analysis and Childhood Sexual Abuse. Analytic Press, Hillsdale.

Ferenczi S. (1932), “Confusione delle lingue tra adulti e bambini”. Fondamenti di psicoanalisi,

Vol. 3. Rimini, Guaraldi, 1974; Opere, vol. 4. Milano, Cortina, 2002.

van der Kolk, B.A. (1989), “The compulsion to repeat the trauma: re-enactment, revictimization, and masochism”. In Psychiatric Clinics of North America, 12, pp. 398-411.

Elisabetta Ricciardi

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Elisabetta Ricciardi

Studentessa in psicologia clinica presso l'università degli studi di Bari, neo-laureata in Scienze e tecniche psicologiche. Interessata al teatro e alle poesie.

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