In the brain of love: amiamo non solo col cuore ma anche con il cervello

se sapeste che in realtà non è il cuore ad amare, ci credereste? Mettetevi alla prova leggendo questo articolo!

 

Tutti hanno scritto d’amore. Con tutti non intendo solo i poeti, i romanzieri, i cantanti, i fIlosofi o i luminari; intendo chiunque. Intendo ogni persona che si sia trovata, almeno una volta nella propria vita, a voler mettere su carta il turbinio di emozioni che sentiva pervadere il proprio corpo. Chi prova amore ha la sensazione di essere governato quasi da una forza superiore, da sentimenti talmente forti che sembrano prescindere la ragione. D’altra parte, il binomio cuore e cervello è ormai a tutti noto. Il cuore è l’organo delle emozioni, quello che non rinuncia mai, che lotta strenuamente per difendere le proprie passioni e sensazioni; il cervello, invece, è la parte razionale, quella che cerca di imbrigliare il cuore e “farlo ragionare”, farlo imparare dai propri sbagli, tutelarlo dalle delusioni.

 

Questa visione del cervello, però, è riduttiva. Le Neuroscienze, infatti, insegnano che esistono dei meccanismi neurologici ben precisi con cui ci si innamora di una persona specifica e con cui si instaurano relazioni a lungo termine.

 

Risale a poco tempo fa una nuova ed interessantissima ricerca condotta da medici e psicologi giapponesi, che analizza come l’essere coinvolti in una relazione romantica influenzi la qualità della vita e sia correlato ad un preciso funzionamento cerebrale (Kawamichi et al., 2016).


Partendo dal presupposto che i cervelli delle persone adulte sono estremamente differenti tra loro e che, quindi,
nessuno ha un cervello esattamente uguale a quello di qualcun altro, si può trarre la conclusione che queste differenze anatomiche determinino anche comportamenti diversi da soggetto a soggetto. Le esperienze individuali, che ognuno compie in modo assolutamente unico, hanno inoltre la capacità di modificare la sostanza grigia del cervello di un adulto e di rimodellare le sinapsi (Zatorre et al., 2012).

 

L’amore è una delle esperienze di vita più potenti a cui un individuo possa andare incontro nel corso della sua esistenza, quindi è lecito ritenere che anche tale evento possa provocare delle modifiche nell’anatomia cerebrale. L’ipotesi degli autori è infatti che la densità della materia grigia nelle aree dello striato dorsale e ventrale diminuisca quando si è coinvolti in una relazione amorosa ricca di esperienze positive, esattamente come avviene nei soggetti dipendenti da cocaina, poiché aumenta la risposta a una ricompensa desiderata e diminuisce il controllo cognitivo, quasi come se si fosse dipendenti dall’amore (Barros- Loscertales et al., 2006).

 

Per verificare tale ipotesi si sono testati due gruppi di soggetti: un gruppo impegnato in una relazione e un gruppo non coinvolto in una relazione; si è dunque misurata la sensazione soggettiva di felicità esperita da entrambi i gruppi. La felicità soggettiva fornisce infatti un indicatore indiretto del fatto che esistano delle esperienze positive, che migliorano la qualità della vita, in una storia d’amore. La percezione della felicità è stata misurata con la Subjective Happiness Scale, che fornisce un indice relativamente stabile sul livello di felicità o infelicità di un individuo.


Oltre a questi dati, è stata utilizzata la Risonanza Magnetica con morfometria voxel- based (Voxel- Based Morphometry, VBM), per analizzare le differenze strutturali cerebrali oggettive tra i due gruppi di partecipanti.


I risultati di tale indagine hanno confermato le ipotesi degli autori: non solo la Subjective Happiness Scale riporta punteggi maggiori nel gruppo costituito da soggetti coinvolti in una relazione amorosa, ma la Risonanza Magnetica voxel- based ha evidenziato anche una diminuzione della densità della materia grigia nella regione dello striato dorsale di destra negli stessi individui.

 

Questi risultati suggeriscono che il fatto di vivere una storia d’amore aumenti la felicità soggettiva e sia dunque un’esperienza positiva che migliora la qualità della vita.

 


La corteccia striata, inoltre, essendo collegata alla ricompensa monetaria e sociale e alla gioia empatica, ha una densità minore in soggetti innamorati, poiché tutti i bisogni sociali ed emotivi ad essa correlati vengono soddisfatti dalla relazione romantica.

 

Questo è solo uno dei molti studi che dimostrano come anche il cervello, quella macchina misteriosa che ci spinge ad essere razionali, subisca le influenze dell’amore, un sentimento travolgente guidato dall’irrazionalità. Si può dunque affermare con assoluta certezza che non solo amiamo con il cuore, ma anche con il cervello.

 

Bibliografia:

  • Barrós-Loscertales, A., Meseguer V., Sanjuán, A., Belloch, V., Parcet, M.A., Torrubia, R., et al. (2006). Striatum gray matter reduction in males with an overactive behavioral activation system. European Journal of Neuroscience, 24(7):2071-4.
  • Kawamich,i H., Sugawara, S.K., Hamano, Y.H., Makita, K., Matsunaga, M., Tanabe, H.C., et al. (2016). Being in a Romantic Relationship Is Associated with Reduced Gray Matter Density in Striatum and Increased Subjective Happiness. Frontiers in Psychology, 7:1736.
  • Zatorre, R.J., Fields, R.D., & Johansen-Berg, H. (2012).  Plasticity in gray and white: neuroimaging changes in brain structure during learning. Nature neuroscience, 15(4):528-36.

 

Marta Frigerio  ©

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Marta Frigerio

Marta Frigerio

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di neuroscienze e neuropsicologia. Affascinata dai disturbi dissociativi della personalità e di personalità multiple nella speranza di trovare una teoria valida per giustificare il suo costante parlarsi da sola e darsi pacche di incoraggiamento sulla spalla. Amante dell'arte, dei film e dei libri, costantemente in cerca di angoli del mondo nascosti e estremamente empatica, talvolta incompresa.

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