Breve guida per laureandi: la tesi sperimentale

Se sei uno studente universitario e non sai quale disegno di ricerca utilizzare per la tua idea di tesi sperimentale, leggere questa semplice guida ti potrebbe aiutare a chiarire un po’ di dubbi o risolvere incertezze.

 

SCIOGLIAMO IL NODO

 

La prima domanda a cui dovrai rispondere per partire con il piede giusto e cercare di uscire vivo da questo apparente complicato labirinto è la seguente:

 

<<Per testare la tua idea, è necessario un intervento?>>

 

Se la risposta è affermativa, ossia, se intendi sottoporre un campione ad un intervento come una nuova terapia psicologica, una specifica tipologia di esercizio fisico, o un farmaco, vai alla sezione STUDI SPERIMENTALI; viceversa, precipitati nella sezione STUDI OSSERVAZIONALI.

 

STUDI SPERIMENTALI

 

Come dice la parola stessa, uno studio sperimentale prevede la conduzione di un esperimento. Per esempio, durante il mio triennio avevo letto qualcosa a proposito della capacità dell’esercizio fisico di ridurre i tic nella Sindrome di Tourette. Una delle ipotesi prese in considerazione, aveva a che fare con la riduzione dell’attivazione ortosimpatica dovuta all’esercizio fisico cronico che, a sua volta, avrebbe ridotto la sintomatologia ticcosa. Dunque, come fare per sapere se effettivamente l’allenamento fisico aveva qualche effetto sui tic? In breve tempo mi resi conto che avevo bisogno di progettare un esperimento.

 

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Oltre alla presenza dell’intervento, una delle fondamentali caratteristiche di uno studio sperimentale è la presenza di almeno due gruppi, di cui almeno uno da sottoporre al trattamento (gruppo di intervento o sperimentale VS gruppo di controllo). Fai attenzione però: entrambi i gruppi devono essere quanto più omogenei possibili, ossia includere persone con caratteristiche simili.

 

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Nel mio caso, il campione di riferimento era composto dai bambini e adolescenti con diagnosi di Sindrome di Tourette a prevalenza motoria, rientranti nel progetto di ricerca internazionale EMTICS e che facevano riferimento all’unità di Neuropsichiatria Infantile dell’ASL di Bari. Dunque, non una persona qualsiasi con Tourette; piuttosto, un soggetto con specifiche caratteristiche: età, sintomatologia, residenza, e così via.    

 

Molto importante, quando si parla di studi sperimentali, è distinguere gli studi sperimentali randomizzati da quelli non randomizzati, a volte detti quasi-sperimentali. La randomizzazione si riferisce alle modalità utilizzate per la formazione dei due suddetti gruppi: negli studi randomizzati, in inglese Randomized Controlled Trial (RCT), l’assegnazione dei partecipanti è puramente casuale, riducendo così i cosiddetti errori di selezioni e di campionamento.

 

Questo non avviene, invece, nei non-Randomized Controlled Trial (non-RCT), battezzati dalla US Preventive Services Task Force e dalla Canadian task Force on the Periodic Health Examination come disegni di ricerca di classe II-1, per indicare il loro minore rigore scientifico rispetto agli studi randomizzati (classe I-1), ma maggiore rispetto agli studi osservazionali (Grimes & Schulz, 2002A).

 

La scelta tra l’utilizzo di uno piuttosto che dell’altro disegno sperimentale non dipende sempre dallo sperimentatore. Anzi, spesso ci si trova nella situazione di non poter far altro che assegnare i partecipanti ad uno dei due gruppi in maniera non casuale. Si pensi al caso in cui la distanza tra l’abitazione del partecipante e la sede in cui avviene l’intervento è eccessiva. In questo caso, sarebbe molto difficile seguire un programma di intervento per tre mesi. Dunque, si decide di inserire il partecipante nel gruppo di controllo e di inserire nel gruppo sperimentale tutti coloro che abitano nei pressi del luogo in cui avviene lo studio.

 

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Laddove tu avessi un’idea simile alla mia, per esempio valutare gli effetti di un nuovo programma di allenamento oppure di una nuova terapia psicologica su una specifica popolazione, hai bisogno di un campione composto da individui da assegnare all’uno e all’altro gruppo. Dopo aver scelto gli opportuni test ed aver eseguito le valutazioni iniziali, dovrai finalmente esporre il gruppo sperimentale all’intervento. Al termine di quest’ultimo, dovrai ri-eseguire i test di valutazione iniziali al fine di verificare la presenza o meno di cambiamenti significativi in entrambi i gruppi. Infine, confrontando i risultati ottenuti nei due gruppi prima e dopo l’esposizione, potrai eventualmente affermare che il cambiamento ottenuto non è frutto del caso, ma del tuo intervento.  

 

È utile notare che, nel nostro esempio, è stato utilizzato uno specifico disegno di ricerca chiamato pre-post intervention with comparisons, che tradotto in italiano diventa “intervento pre-post con comparazioni”. Tuttavia, esistono altre tipologie di disegni sperimentali. Tra i più utilizzati troviamo il Cross-Over design, in cui ogni partecipante viene esposto ad uno o più trattamenti di breve durata in tempi diversi (es: prima stretching e, dopo una settimana, allenamento aerobico), secondo una sequenza randomizzata (es: prima stretching e poi allenamento). L’utilizzo di quest’ultimo disegno sperimentale ti permette di ridurre il numero di partecipanti necessari a verificare l’efficacia dell’intervento, i tempi di durata dello studio e, soprattutto, i costi.

 

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Un esempio di cross-over design è lo studio pubblicato dal gruppo di ricerca di Chaput nel 2016 (Chaput et al., 2016), in cui due gruppi composti, rispettivamente, da 12 adolescenti normopeso e 12 adolescenti obesi, sono stati sottoposti a quattro interventi: nel primo i partecipanti erano seduti su comode poltrone mentre chiacchieravano, leggevano o guardavano la TV; nel secondo giocavano all’Xbox 360; nel terzo giocavano all’Xbox Kinect, ossia una tipologia di videogame che coinvolge attivamente il partecipante; nell’ultimo praticavano attività motoria ad una moderata intensità.

 

L’obiettivo consisteva nel valutare l’influenza del peso corporeo sulla risposta nutrizionale (sensazione di appetito, preferenza di cibo ed equilibrio tra ciò che si è assunto e ciò che si è consumato). Ogni trattamento è stato applicato a distanza di 7 giorni per evitare che gli effetti di uno si sovrapponessero all’altro. Questo è un chiaro esempio di come può essere condotto uno studio sperimentale cross-over.

 

Ritengo importante chiudere questa sezione ricordando che la comparazione tra gruppi ha un forte limite: sarebbe eticamente scorretto sottoporre un gruppo che presenta una data malattia alla condizione-trattamento e l’altro gruppo, sempre patologico, alla condizione-non trattamento.

 

STUDI OSSERVAZIONALI

 

Un errore spesso commesso dagli studenti è confondere “studio sperimentale” con “tesi sperimentale”. Infatti, una tesi sperimentale può prevedere anche uno studio osservazionale, definito come uno studio utile all’analisi dell’effetto che un fattore di rischio o di protezione ha su un determinato gruppo di persone. Tale analisi avviene solo ed esclusivamente sulla base di osservazioni, senza esporre il gruppo ad alcun intervento.

 

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Un esempio di studio osservazionale è la famosa ricerca condotta dal gruppo di ricerca di Camacho (Camacho et al., 1991), mediante il quale è stato possibile esaminare l’associazione tra una regolare pratica dell’esercizio fisico e la salute mentale. Dopo aver seguito un ampio campione per quasi 20 anni, quindi in modo longitudinale, i ricercatori hanno dimostrato l’esistenza di un’associazione tra esercizio fisico e depressione.

 

In particolare, non solo minori livelli di attività fisica registrati nel 1965 erano associati ad un maggior rischio di sviluppare la depressione 8 anni dopo, ma aumentando la pratica motoria dal 1974 al 1983, l’alto rischio di depressione associato all’inattività fisica registrato nel 1974 si riduce. Allo stesso tempo, coloro che erano risultati attivi nel 1965, ma che avevano ridotto la loro pratica nel 1974, mostrarono un aumento quasi doppio della possibilità di sviluppare la depressione nel 1983. Tutto questo è stato possibile semplicemente osservando, ossia monitorando e raccogliendo dati per quasi 20 anni, senza intervenire in nessun modo.

 

Tuttavia, esistono diverse tipologie di studi osservazionali a seconda dell’ipotesi che si vuole verificare. Esistono studi retrospettivi, in cui si va indietro nel tempo alla ricerca della causa che si presume abbia generato un dato effetto, e studi prospettici, in cui si raccolgono i dati riferiti ad un dato momento nel presente, per poi seguirne l’evoluzione nel tempo (come nel precedente esempio). Ma, prima di descrivere i vari disegni di ricerca osservazionali, è necessario rispondere alla seguente domanda:

 

<<Il tuo studio osservazionale prevede la presenza e/o la comparazione di almeno due gruppi?>>

 

Rispondere fin da subito a questa domanda è importante in quanto gli studi osservazionali si suddividono in due categorie: studi analitici e studi descrittivi. Dunque, se la tua risposta è affermativa, concentrati sulla prima categoria di studi; altrimenti dovrai approfondire la metodologia degli studi descrittivi. Ma procediamo con ordine.

 

Studi Osservazionali ANALITICI

 

Come ho già affermato, la caratteristica degli studi analitici è la presenza di almeno due gruppi. Dopo gli studi sperimentali, questi sono i più “scientifici” disegni di studio utilizzabili, soprattutto in campo medico e in quello delle scienze della salute (Grimes & Schulz, 2002A). Gli studi analitici si propongono di studiare la potenziale relazione tra un dato fattore ed un evento, valutando la capacità del fattore di aumentare (fattore di rischio) o diminuire (fattore di protezione) la presenza o la severità dell’evento.

 

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Quando si parla di studi analitici, è necessario rispondere ad un’altra importante domanda:

 

<<Qual è la direzione dell’indagine? Viene prima il fattore o l’evento?>>

 

Per rispondere a questa domanda, immagina di voler conoscere la percentuale di persone che, dopo aver fatto abuso di tabacco, hanno sviluppato il cancro ai polmoni. In questo caso, lo studio parte dal fattore (uso di tabacco) per poi arrivare all’evento (cancro ai polmoni). Tuttavia, la direzione potrebbe essere anche inversa: indagare la percentuale di pazienti con cancro ai polmoni che hanno fatto uso di tabacco negli anni passati. In questo caso, si partirebbe dall’evento (cancro ai polmoni) per poi arrivare al fattore (uso di tabacco). Ora, invece, immagina di voler conoscere la percentuale di fumatori con cancro ai polmoni, senza considerare il fattore tempo (es: da quanti anni si fa uso di tabacco). In quest’ultimo caso non esiste una relazione temporale tra fattore ed evento.

 

Quindi, se la tua idea prevede di partire dal fattore, sei nella sottocategoria degli studi di coorte; viceversa, sei in quella degli studi caso-controllo. Se, invece, non esiste una relazione temporale tra fattore ed evento, allora dovrai utilizzare la metodologia degli studi trasversali. Queste sono le tre principali tipologie di studi osservazionali analitici.  Continua la lettura per scegliere la tipologia di studio osservazionale più adatto alle tue esigenze.

 

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STUDI DI COORTE

 

Gli studi di coorte, spesso chiamati anche studi di follow-up o prospettici, prevedono lo presenza di due o più gruppi di persone con specifiche caratteristiche in comune (coorte) per un determinato periodo di tempo, partendo dal fattore di esposizione fino ad arrivare all’evento (Grimes & Schulz, 2002B). Gli studi di coorte sono particolarmente utilizzati per valutare l’incidenza di un fenomeno, ossia il numero di nuovi casi. Nella sua più semplice forma, uno studio di coorte confronta un gruppo di soggetti esposti e un gruppo di soggetti non esposti ad un determinato fattore di rischio o di protezione (fumatori vs non-fumatori oppure attivi VS inattivi). L’obiettivo è verificare se esiste una relazione tra il dato fattore e l’evento.

 

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Per definizione, i partecipanti alla ricerca non presentano l’evento oggetto dell’indagine all’inizio dello studio. Per esempio, se ipotizzi che un oggetto (es: un programma di riabilitazione) costruito durante l’alternanza scuola-lavoro da parte di un gruppo di studenti possa contribuire allo sviluppo di una specifica skill (es: team working), dovrai valutare l’effettiva assenza di quella data skill prima che l’alternanza scuola-lavoro inizi.

 

È importante ribadire che lo studio di coorte parte sempre dal fattore a cui la coorte è esposta, per poi valutare l’eventuale presenza dell’evento. Infatti, spesso si fa confusione quando si parla di studi di coorte retrospettivi. In questa specifica tipologia di studio di coorte, l’indagine non avviene al contrario, ossia non si parte dalla presenza dell’evento (es: abilità di team working dopo la laurea) per poi analizzare chi è stato esposto all’evento e chi no (es: alternanza scuola-lavoro durante gli studi universitari); piuttosto, si individuano i soggetti (es. laureati) che sono stati o meno esposti al fattore, nel passato (es: durante il corso di studi), e si verifica chi, tra loro, ha sviluppato quella data condizione.        

 

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STUDI DI CASO-CONTROLLO

 

La relazione temporale è inversa nel caso degli studi di caso-controllo. Infatti, spesso vengono chiamati studi retrospettivi, poiché il ricercatore seleziona i casi e i controlli, ossia i soggetti che presentano e che non presentano l’evento (es: malattia di Parkinson), e rileva, in entrambi i gruppi, l’eventuale esposizione al fattore di rischio o di protezione nel passato (es: sport da contatto), prima della comparsa dell’evento nei casi e in un tempo corrispondente per i controlli (Barbuti et al., 2014).

 

Nel caso in cui tu volessi utilizzare questa tipologia di disegno, dovresti partire con il definire l’evento che ti interessa investigare, reclutare i soggetti-casi e i soggetti-controlli dalla stessa popolazione di riferimento, raccogliere le informazioni riguardanti la pregressa esposizione e calcolare l’odds ratio (OR), ossia la stima della probabilità che l’evento sia associato al fattore a cui i soggetti sono stati esposti.

 

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STUDI TRASVERSALI

 

Infine, gli studi trasversali, in inglese Cross-Sectional study, esaminano un campione di persone facendo riferimento ad un dato momento in cui si rileva la presenza dell’evento. Il focus, qui, è sulla prevalenza, ossia sul numero totale di casi che presentano una determinata condizione in una specifica popolazione.

 

L’utilizzo dello studio trasversale è utile nel caso in cui tu volessi analizzare, per esempio, il numero di giovani atleti professionisti che giocano in squadre di calcio della massima serie, con alti livelli di controllo inibitorio. In questo caso, i risultati del tuo studio potrebbero mostrare l’esistenza di una relazione tra le due variabili. Dunque, si potrebbe pensare che lo sport di alto livello contribuisca allo sviluppo di una delle principali funzioni esecutive.

 

E se invece fosse il contrario? Se fosse la presenza di alti livelli di controllo inibitorio a permettere ai giovani atleti di raggiungere alti livelli prestativi nel calcio? Perciò, questa tipologia di studio non permette l’individuazione di un nesso di causalità, ossia la relazione causa-effetto, ma è utile per capire se esiste o meno una relazione tra due variabili.     

 

Studi Osservazionali DESCRITTIVI

 

A differenza degli studi analitici, gli studi descrittivi non prevedono la presenza di più gruppi, in quanto finalizzati alla pura esplorazione di un fenomeno (Grimes e Schulz, 2002C). È una tipologia di design che viene spesso utilizzata per studio di fenomeni non ancora ben conosciuti, di cui si necessita un primo approfondimento circa il “cosa sta succedendo”.  Alla base della loro struttura ci sono sei domande: chi (popolazione oggetto di studio), cosa (condizione che si intende studiare), perché (motivo per cui si effettua lo studio), quando (preciso momento storico), dove (luogo specifico in cui il fenomeno viene osservato) e quanto (gravità del fenomeno, numero di casi registrati, e così via).  

 

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In linee generali, esistono due tipologie di studi descrittivi: lo studio di prevalenza e lo studio di caso.

 

Lo studio di prevalenza permette di fare una foto ad una determinata popolazione, in una data situazione, in uno specifico periodo di tempo e luogo: per esempio, la prevalenza dei bambini in sovrappeso nel 2000 in Italia. Utilizzarli è fondamentale nel momento per la progettazione di interventi di prevenzione o sanitari. Infatti, se l’obiettivo è aprire un centro di sensibilizzazione alla pratica dell’esercizio fisico, prima è necessario effettuare uno studio di prevalenza per accertarsi circa l’esistenza del problema, in quanto potrebbe accadere che tutti i residenti in quella determinata città pratichino attività fisica, contrariamente a quanto avviene nel resto del Paese.  

 

L’utilizzo dello studio di caso, invece, è particolarmente importante se si vuole ottenere una dettagliata descrizione di una malattia, evento o fenomeno di interesse, osservato nel suo ambiente naturale (Crowe et al., 2011). Vengono spesso utilizzati nelle scienze sociali, ma il loro valore è meno riconosciuto nel campo di ricerca delle scienze della salute. Tuttavia, sono molto utili in casi di malattie rare, proprio perché non si ha la possibilità di studiare un campione di persone abbastanza ampio.

 

Un esempio di studio di caso è l’importante scoperta condotta dal gruppo di ricerca di Pinto (Pinto et al., 2017), pubblicata lo scorso gennaio: studiando due casi singoli, i ricercatori hanno scoperto che, dopo aver separato chirurgicamente i due emisferi mediante il sezionamento del corpo calloso (che permette di integrare le informazioni omogenee provenienti dai due emisferi) a scopi terapeutici, i pazienti non erano in grado di fare una valutazione circa le differenze di due oggetti messi contemporaneamente nei due campi visivi di destra e sinistra, ma potevano rispondere accuratamente agli stimoli presentati, separatamente, in entrambi i campi visivi con entrambe le mani e verbalmente.

 

Come è intuibile dalla seguente immagine, questa scoperta ha rigettato l’ipotesi, largamente accettata dalla comunità scientifica, secondo cui i pazienti in condizioni di split-brain possono rispondere accuratamente solo agli stimoli presentati nel campo visivo mediante la mano sinistra e agli stimoli nel campo visivo destro con la mano destra e verbalmente.    

 

 

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Dunque, se hai in mente di effettuare uno studio su pazienti con malattie rare, questo è il disegno di ricerca che potresti utilizzare. Per esempio, un mio collega ha utilizzato ha valutato se e come cambiavano i tipici movimenti rapidi, incontrollabili e casuali della malattia rara di Huntington dopo tre mesi di esercizio fisico aerobico e rilassamento muscolare, mediante uno studio di caso.  

 

LA RICERCA BIBLIOGRAFICA

 

Per concludere, ritengo sia indispensabile la presa di consapevolezza circa l’importanza di basare la propria tesi sulla letteratura internazionale recente. Infatti, spesso, gli studenti utilizzano i libri di testo come base delle loro tesi, senza considerare le nuove scoperte e prospettive scientifiche.

 

Per esempio, se utilizzassi solo libri di testo universitari non potresti ipotizzare una relazione tra allenamento della forza e riduzione del rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, dal momento in cui i libri di testo non contengono informazioni circa gli studi pubblicati, rispettivamente, dal gruppo di ricerca dello psicologo Erickson sulla forza e aumento di neuroni nell’ippocampo (Erickson et al., 2011) e dal gruppo della biologa Nobili sulle nuove cause dell’Alzheimer (Nobili et al., 2017).

 

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Alcuni utili database per la ricerca bibliografica sono: PsycINFO, PubMed, Web Of Science e Scopus. Sono sitiweb scientifici che ti permettono, mediante l’utilizzo di parole chiave, di cercare cosa maggiormente ti interessa. Per esempio, ti interessano le ricerche pubblicate negli ultimi 10 anni sul tema della creatività e danza? Inserisci le rispettive parole chiave e suoi sinonimi, provando tutte le possibili combinazioni, e poi clicca su “10years”. Esistono anche altre opzioni che puoi utilizzare per restringere la tua ricerca come la tipologia di articoli (es: clinical trial o review) o la lingua con il quale vengono pubblicati gli studi.  

 

Molto utile è saper utilizzare quelli che vengono chiamati “MeSH Terms”, ossia delle parole con cui ogni articolo viene indicizzato. Sono dei termini inseriti in un database riconosciuto a livello internazionale. Ogni termine è inserito in una macro-categoria indicata con un altro termine MeSH (es: “depression” è subordinato al termine “behavioural symptoms”, in cui c’è anche “aggresion” e “psychological stress”) e, a loro volta, possono contenere altri sotto-termini. I MeSH Terms ti permettono di trovare tutti gli articoli di tuo interesse anche se non contengono la parole chiave da te utilizzata né nel titolo né nell’abstract né nel testo. Semplicemente perché sono termini con il quale gli articoli pubblicati vengono contrassegnati, bollati, timbrati.

 

Ti faccio un esempio: ipotizziamo che ti interessi trovare tutti articoli che parlano di depressione e che la parola “depression” non sia un termine MeSH. In questo caso, laddove tu utilizzassi come parola di ricerca “depression”, il sito ti suggerirebbe tutti gli articoli in cui la parola “depression” compare almeno una volta nel titolo, nell’abstract e/o nel testo (tutte opzioni che puoi selezionare e controllare). Ma, cosa succede se un articolo che parla di sindrome depressiva non utilizza mai questo termine? In questo caso non riusciresti a trovare tutti gli articoli disponibili sull’argomento di tuo interesse.

 

Un altro esempio potrebbe essere il caso in cui “depression” e “depressive syndrome” sono due differenti termini MeSH. Dunque, è importante conoscere quali sono i MeSH terms con il quale un articolo viene indicizzato e utilizzarlo per la propria ricerca bibliografica.  

 

Infine, potrebbe accadere che tu non riesca a trovare una particolare informazione o che abbia  domande specifiche che vorresti porre a ricercatori esperti. In questo caso ti suggerisco ResearchGate, il più grande social network per ricercatori, in cui potrai spulciare i profili della maggior parte degli scienziati nel mondo e tutte le loro ricerche, poster e/o progetti in corso a cui eventualmente chiedere di partecipare.

 

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In bocca al lupo per la tua carriera accademica e professionale.

 

Antonio De Fano ©

 

Riferimenti Bibliografici:

  1. Barbuti, S., Fara, G. M., & Giammanco, G. (2014). Igiene, medicina preventiva, sanità pubblica. Edises.
  2. Camacho, T. C., Roberts, R. E., Lazarus, N. B., Kaplan, G. A., & Cohen, R. D. (1991). Physical activity and depression: evidence from the Alameda County Study. American journal of epidemiology, 134(2), 220-231.
  3. Chaput, J. P., Tremblay, A., Pereira, B., Boirie, Y., Duclos, M., & Thivel, D. (2016). Food intake response to exercise and active video gaming in adolescents: effect of weight status. British Journal of Nutrition, 115(03), 547-553.
  4. Crowe, S., Cresswell, K., Robertson, A., Huby, G., Avery, A., & Sheikh, A. (2011). The case study approach. BMC medical research methodology, 11(1), 100.
  5. Erickson, K. I., Voss, M. W., Prakash, R. S., Basak, C., Szabo, A., Chaddock, L., … & Wojcicki, T. R. (2011). Exercise training increases size of hippocampus and improves memory. Proceedings of the National Academy of Sciences, 108(7), 3017-3022.
  6. Grimes, D. A., & Schulz, K. F. (2002A). An overview of clinical research: the lay of the land. The lancet, 359(9300), 57-61
  7. Grimes, D. A., & Schulz, K. F. (2002B). Cohort studies: marching towards outcomes. The Lancet, 359(9303), 341-345.
  8. Grimes, D. A., & Schulz, K. F. (2002C). Descriptive studies: what they can and cannot do. The Lancet, 359(9301), 145-149.
  9. Pinto, Y., Neville, D. A., Otten, M., Corballis, P. M., Lamme, V. A., de Haan, E. H., … & Fabri, M. (2017). Split brain: divided perception but undivided consciousness. Brain: a journal of neurology.
  10. Nobili, A., Latagliata, E. C., Viscomi, M. T., Cavallucci, V., Cutuli, D., Giacovazzo, G., … & De Bartolo, P. (2017). Dopamine neuronal loss contributes to memory and reward dysfunction in a model of Alzheimer’s disease. Nature communications, 8, 14727.

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Antonio De Fano

Antonio De Fano

Master's degree student presso l'European Master in Health & Physical Fitness, con il sogno di poter dedicare la propria vita alla ricerca scientifica nel campo delle Scienze del Movimento Umano. Lavora come educatore psicomotorio, preparatore fisico per ballerini professionisti e insegnante di danza. Da oltre dieci anni contribuisce allo sviluppo della cultura Hip Hop nazionale, che si impegna a divulgare mediante l'attività agonistica internazionale e l'attività di insegnamento del breaking in tutta Italia.