Burnout: un esempio di disagio professionale

Essere uno studente triennale di psicologia non è facile. Oltre che per esami, nuovi compagni di avventura e docenti fuori dalle righe, non lo è soprattutto se confessi ai tuoi colleghi di aver scelto quella facoltà per diventare uno psicologo del lavoro.“Che odio quella materia, io quell’esame l’ho rifatto tre volte!” o ancora, “Sei la prima a cui lo sento dire! ”, “Ah meglio, un rivale in meno!”: tipiche affermazioni che almeno una volta nella vita un aspirante psicologo del lavoro avrà udito. E per chi ne avesse ancora altre, ci farà piacere ricevere un commento qui sotto al post.
Prendendo spunto da ciò, il nostro lavoro verterà su un unico, grande -forse troppo grande- obiettivo: avvicinare chi ci legge a questa realtà, non con l’intento di convertire a questa branca, ma di coglierne il senso per comprendere che questa non è poi così lontana dagli interessi di uno psicoterapeuta o di uno psicologo clinico. Abbiamo quindi deciso di occuparci di tematiche interessanti, facilmente esperibili nelle realtà lavorative ed individuali e che di solito sono quelle che appassionano e motivano i futuri psicologi delle risorse umane.Potevamo non partire dal Burnout, di cui già accennato nel post precedente e che rende perfettamente l’idea di dinamiche che avvengono in realtà ordinarie e tangibili? La risposta è scontata.
Gli studi sul burnout si sono sviluppati soprattutto negli ultimi 30 anni: inizialmente erano focalizzati sulle professioni di aiuto e in quelle che si caratterizzano per un’ampia quota di rapporti lavorativi con persone, mentre più recentemente è emersa la necessità di considerare la sindrome da burnout una condizione patologica estendibile a qualsiasi tipo di professione.
Affinchè questa sindrome si sviluppi, è necessaria sia l’esperienza di stressor cronici sul piano organizzativo, sia l’esperienza di stressor acuti, ossia violenze a impatto estremamente stressante. Il disagio da burnout comprende tre vissuti che rappresentano le dimensioni fondamentali del problema:
  • esaurimento emotivo (dovuto ad un eccessivo coinvolgimento emozionale che si raffredda, si inaridisce);
  • la depersonalizzazione (aumenta la distanza psicologica tra l’operatore e l’utente/cliente percepito negativamente);
  • il senso di ridotta autorealizzazione (nel lavoro con gli altri si percepisce di non riuscire più a realizzare le proprie capacità e aspettative di riuscita).
Il soggetto sviluppa l’impressione di aver “bruciato” tutte le proprie energie per far fronte al lavoro; tale condizione implica importanti conseguenze sia per il singolo individuo, a livello personale e professionale, sia per gli utenti, sia infine per l’intera organizzazione, in quanto persone che presentano questa condizione patologica o abbandonano il posto di lavoro o – qualora decidano di rimanere- forniscono prestazioni di livello ridotto o inferiori alle aspettative.
E’ necessario, quindi, diagnosticare e monitorare i livelli di stress per affrontarli sia nell’ambito della possibile rete di sostegno sociale, sia tramite forme temporanee di rotazione delle mansioni o di affidamento di nuovi progetti professionali.
Sarà compito dello psicologo del lavoro garantire il benessere dell’individuo all’interno delle organizzazioni.
Calliope

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Palma Guarini

Palma Guarini

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa in Formazione e Gestione delle Risorse Umane. Spesso animata da uno spirito polemico ma innamorata del talento, dell'arte e dei sogni.