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Cambiamento climatico e salute mentale: Quali sono gli effetti?

Si parla ovunque di emergenza climatica mondiale, di impatto climatico e di responsabilità che l’uomo ha nei confronti dell’ambiente. La consapevolezza ambientale generata da Greta Thunberg, la ragazza nata nel 2003, che nonostante la sua giovane età è stata simbolo per tutto il 2019 dei movimenti ambientalisti europei, che hanno destato molta attenzione sull’argomento, al punto tale da far muovere una moltitudine di persone a marciare per le piazze in favore dell’ambiente. L’impatto che l’uomo ha sull’ecosistema è ben conosciuto dal pubblico, invece quello che l’ecosistema ha sull’uomo lo è molto meno, o perlomeno è meno considerato. Mi riferisco a quell’impatto che il cambiamento climatico ha, non solo sulle lande desolate ai poli terrestri, o sugli animali che vivono in terre lontane, ma specificatamente su ognuno di noi, e non solo dal punto di vista somatico (ad esempio, il legame ben conosciuto tra inquinamento e malattie polmonari), ma anche dal punto di vista psicologico, in particolare sulla nostra salute mentale. Questo articolo è basato sulla review di Palinkas e Wong (2019) e sul report realizzato da Clayton e colleghi (2017), che vanno a descrivere proprio il legame prima presentato, e termina con alcune soluzioni che i professionisti del settore potrebbero mettere in atto per sensibilizzare il pubblico a questo delicato argomento.

 

L’impatto che il clima ha sugli individui: Palinkas e Wong (2019)

Nella review di Palinkas e Wong (2019) è riportato che in letteratura scientifica sono presenti diversi studi che rilevano il legame tra clima ed umore, cognizione e comportamento degli individui. Queste ricerche, però, vengono poco considerate, capite o contestualizzate alla situazione che viviamo giornalmente. Mentre è intuibile come un evento climatico di forte intensità, breve periodo e circoscritto ad una zona (ad esempio, uragano, alluvione, tsunami, terremoto) possa avere delle ripercussioni gravi sullo stato di salute mentale delle persone, (si veda l’insorgenza di PTSD, disturbo da stress post-traumatico, causata proprio da questi eventi; oppure della branca della psicologia che si occupa degli effetti di situazioni critiche particolarmente stressanti conosciuta come “Psicologia dell’Emergenza”); restano, invece, meno intuibili gli effetti psicologici e sulla salute mentale, che hanno gli eventi climatici di media lunghezza (ad esempio, forti ondate di calore e siccità, freddo e/o pioggia incessante prolungate nel tempo); o addirittura, di impatto globale, a lungo periodo (ad esempio l’acidificazione degli oceani, l’innalzamento della temperatura media globale, lo scioglimento dei ghiacciai, smaltimento della spazzatura).

Nella loro pubblicazioni, gli autori, dividono le tipologie di cambiamenti climatici proprio in base alle tempistiche di impatto, nelle tre categorie sopra descritte: eventi climatici estremi, eventi climatici sub-acuti, cambiamenti climatici più lunghi. A ciascuno di questi, oltre ad essere legate perdite economiche con il danneggiamento delle proprietà, perdita di guadagni o opportunità lavorative e ridotta produttività economica in particolare nell’agricoltura e pesca, sono legate implicazioni psicologiche che possono essere sia condivise tra le varie tipologie di eventi, che peculiari per ciascuno di essi, le quali saranno riportate nel prossimo paragrafo.

Implicazioni psicologiche di eventi climatici a forte impatto

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Gli studi realizzati da Galea e colleghi (2007), Bryant e colleghi (2014), Basu e colleghi (2018) ed altri autori, mostrano una le conseguenze sulla salute mentale di eventi estremi e disastri naturali, rispettivamente, come uragani, incendi, forti e brevi ondate di calore. Berry, Bowen e Kjellstrom (2010), ed altri studi citati nella review, queste conseguenze includono: elevato livello di ansia e disturbi dell’umore, reazioni di forte stress e PTSD, disturbi del sonno, idee suicidarie o suicidi veri e propri, ridotto senso di sé e di identità dovuto alla predita dei posti distrutti ed al forte dolore provato a causa di questo. Come riportato da Schawartz e colleghi (2017), questi effetti possono protrarsi per mesi o anni. Più studi, come ad esempio quello realizzato da Bourque,  Cunsolo e Willox (2014), fanno notare che i fattori di rischio per lo sviluppo di patologie mentali successivamente a questi disastri includono: la forza dell’evento traumatico, l’esposizione al pericolo o alla morte in prima persona o di una persona importante, il genere femminile, la giovane età, il basso stato socioeconomico, basso livello educativo, l’appartenenza ad una minoranza etnica, il possesso di una storia psichiatrica, una instabilità familiare ed un inadeguato supporto sociale. Secondo varie ricerche, tra cui quella di Nahar e colleghi (2014), coloro che risiedono in piccole comunità (in termini di grandezza e stato socioeconomico, ad esempio piccoli paesi) sono più vulnerabili a questi effetti a causa della maggiore percezione di questi eventi, a causa di un più alto livello di povertà e minore accesso ai servizi utili a far fronte alle problematiche che tipicamente insorgono. I lavori di autori come quello di Trombley, Chalupka e Anderko (2017), sono concordi nello stimare che tra il 25% ed il 50% delle persone che vivono questi eventi avranno un impatto negativo sulla propria salute mentale; gli effetti diminuiranno nel tempo per la maggior parte degli individui, ma non per tutti. (pag. 3-4; Palinkas, & Wong, 2019)

Ad esempio, su 512 studenti dell’ultimo anno di scuole superiori che hanno vissuto il terremoto a L’Aquila, in Abbruzzo, nel 2009, 192 (37.5%) di questi hanno mostrato, a 10 mesi di distanza dal terribile evento, presenza di PTSD, secondo i criteri del DSM-4; 153 (29.9%) studenti hanno manifestato parziale PTSD. In più vi era una generica maggiore presenza di PTSD, anche parziale, nelle donne rispetto agli uomini (Dell’Osso, et al., 2011).

Implicazioni psicologiche di eventi climatici sub-acuti

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Sempre nella review di Palinkas e Wong (2019), gli autori scrivono che l’impatto delle ondate di calore, indipendentemente dalla loro durata, ha un certo effetto sulla salute mentale.

Obradocivh e colleghi (2018) hanno esaminato la relazione tra la storia di condizione climatiche e salute mentale su 2 milioni di cittadini americani casualmente scelti tra il 2002 e 2012. Loro hanno trovato che il passaggio mensile di temperatura da 25°C a 30°C ed a maggiore di 30°C incrementa la probabilità di rilevare maggiori difficoltà nella salute mentale del 0.5%, e che l’incremento di 1°C negli ultimi 5 anni dovuto al riscaldamento globale, è associato ad un incremento del 2% nella rilevazione di problematiche legate sempre alla salute mentale. Inoltre, studi come quelli di Stevens e colleghi (2019) e Gao e colleghi (2019) rispettivamente, fanno notare come l’incremento della temperatura ambientale è collegato all’incremento dei tassi di comportamenti aggressivi e criminali, i quali potrebbero essere collegati sia all’incremento dei tassi di aggressioni ed omicidi, e sia all’aumento dei tassi di suicidi, specialmente tra gli uomini adulti. Norlei è colleghi (2015) scrivono che Il calore ha una azione di soppressione nella secrezione degli ormoni tiroidei, questa porta ad una condizione di ipotiroidismo funzionale, il quale potrebbe manifestarsi psicologicamente come letargia (stanchezza percepita), umore basso e problematiche cognitive. Come riportato da Pranskunas e colleghi (2015), il calore stimola la secrezione dell’ormone GH, l’ormone della crescita, e la prolattina, i quali anch’essi possono portare ad uno stato letargia. Inoltre, Piil e colleghi (2018) sostengono che la disidratazione può produrre un significativo deterioramento nelle funzioni cognitive. (pag. 5-6; Palinkas, & Wong, 2019)

Gli autori considerano anche coloro i quali sono più vulnerabili all’impatto stressogeno del forte calore sulla salute mentale, poiché già in possesso di problematiche su di essa. In particolare secondo Schwartz e collegi (2017), è risaputo che le ondate di calore esacerbino i disturbi dei comportamenti e le patologie mentali, contribuendo ad un più alto tasso di morbilità, mortalità ed ospedalizzazione tra gli individui che vivono queste condizioni, specialmente per coloro i quali presentano disturbi neurocognitivi, schizofrenia ed abuso di sostanze e, come sostenuto da studi come il precedente citato e quello di Vida e colleghi (2012), causato delle la difficoltà nella termoregolazione associata a farmaci psichiatrici ed alle problematiche cognitive collegate al calore. (pag. 5-6; Palinkas, & Wong, 2019)

Non sono solo le ondate di calore a produrre un così forte impatto sulle persone, ma anche altre forme di cambiamento climatico come, ad esempio, prolungati periodi di siccità. In particolare, come riportano varie ricerche tra cui quella già citata di Berry, Bowen e Kjellstrom (2010) condotte in Australia, hanno dimostrato che prolungati periodi di siccità causati dal cambiamento climatico, possono essere legati ad un maggiore stress psicologico, ansia generalizzata, depressione ed un incremento di incidenza di suicidi in aree rurali; il che si lega alla maggiore vulnerabilità delle persone che abitano in aree in cui è difficile accedere a servizi che servirebbero a sopperire alle problematiche generate  da questi tipi di eventi, come già precedentemente accennato. (pag. 5-6; Palinkas, & Wong, 2019)

Lo studio dell’impatto che i periodi di siccità hanno sulla salute mentale porta alla luce l’importanza nella comprensione degli effetti, anche indiretti, che questi hanno: in particolare Vins e colleghi (2015) hanno trovato delle evidenze che rilevano come l’economia possa essere un mediatore nella relazione tra eventi climatici e salute mentale, ad esempio l’impatto che questa ha sulle popolazioni contadine e migranti. Il modello causale proposto da Berry, Bowen e Kjellstrom (2010) indentifica due percorsi specifici che probabilmente si verificano in risposta a questi eventi sub-acuti, i quali colpiscono: 1) la salute fisica, tramite l’incremento dello stress legato alle ondate di calore, lesioni e malattie legate all’approvvigionamento del cibo; 2) il benessere della comunità, tramite il danneggiamento economico e, conseguentemente, la struttura sociale della comunità. Vari studi, tra cui quello di Thompson e colleghi (2018), Schmeltz e Gamble (2017), Levy, Sidel e Patz (2017), e quello di Burke, Sanson e Van Hoorn (2018), indicano rispettivamente che tra le categorie di persone più vulnerabili, oltre ad esserci gli anziani e le persone che già presentano patologie psichiatriche; ci sono anche le popolazioni indigene poiché in possesso di minori servizi per far fronte a questi eventi; ed i bambini poiché in possesso di una maggiore “sensibilità biologica, immaturità fisiologica, limitati modi per interagire con il loro ambiente e limitate capacità adattive”. (pag. 6-7; Palinkas, & Wong, 2019)

Implicazioni psicologiche di eventi climatici più lunghi

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Nel lavoro della Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) (2013) sono state trattate le implicazioni che eventi climatici più lunghi potrebbero avere anche quelle comunità che non hanno mai sperimentato in maniera diretta eventi acuti o sub-acuti. Queste comunque saranno influenzate da cambiamenti climatici, come innalzamento delle temperature e del livello del mare, e dalle conseguenti perdite economiche, disfacimento, degrado ambientale e conflitti, che porteranno ad un aumento dei problemi legati alla salute mentale, prima descritti in situazioni più circoscritte ma questa volta, su scala globale. (Palinkas, & Wong, 2019)

A lungo termine, le problematiche derivanti dal cambiamento globale climatico avranno un maggior impatto sui paesi più poveri, rispetto alle comunità più ricche. Questo, secondo Nahar e colleghi (2104) e Levy e colleghi (2017), è causato da una maggiore esposizione alle alte temperature ed all’incremento di eventi climatici “straordinari”, e all’impatto che questo avrà sull’agricoltura e sugli altri settori industriali da cui sono dipendenti e del limitato accesso alle infrastrutture e risorse che saranno critiche per la gestione delle novità a cui saranno costretti a far fronte. Stando alle ricerche di Burke, Hsiang e Miguel (2015) e Shultz, Rechkemmer, Rai e McManus (2018), il cambiamento climatico non solo impatterà direttamente sul benessere economico delle popolazioni, generando possibili disfacimenti e conflitti, ed inoltre secondo altri studi come quello di Doherty e Clayton (2011), anche sul benessere psicologico, non solo direttamente sull’umore degli individui come visto nel paragrafo precedente, ma anche stress ed ansia generalizzata riguardo al cambiamento climatico stesso e sul futuro proprio e dei discendenti. Questa consapevolezza contribuisce allo sviluppo di fenomeni come eco-ansia, eco-paralisi, solastalgia, lo stress e l’isolamento causato dal mancato conforto (in inglese solace) e nostalgia derivante dal cambiamento dell’ambiente che ci circonda in peggio. (Palinkas, & Wong, 2019)

Anche se poco considerato nella review precedente, ritengo importante concentrarsi anche sull’impatto diretto che l’inquinamento ha, in particolare quello aereo o particolato, sulle performance cognitive. In particolare, secondo gli studi di Calderon-Garciduenas e colleghi (2004) e Chen e colleghi (2017), l’accumulo dato dalla presenza nell’aria di materiale particolato fine (PM2.5), può essere collegato ad un aumento di neuroinfiammazione e neuropatologia, i quali potrebbero concorrere all’insorgenza di malattia di Alzheimer, e, come scritto da Cacciottolo e colleghi (2017), più in generale è stimato che il particolato potrebbe essere causa del 21% di casi di malattie neurodegenerative nel mondo. Inoltre, stando alla ricerca di Justin, Turek e Hakim (2013), l’esposizione all’inquinamento potrebbe incrementare il rischio per ictus e demenza vascolare. Gli studi di Amitai e colleghi (1998), Perera e colleghi (2009), Sanders e colleghi (2012), Justin, Turek e Hakim (2013) riportano rispettivamente che le persone che respirano aria inquinata sono più portate a sviluppare: una deficienza di ossigeno, lesioni alla materia cerebrale bianca, problemi respiratori, un danneggiamento del sistema immunitario, i quali potrebbero impattare sulle proprie abilità cognitive; (Chen, 2019). Uno studio realizzato su 2,221 bambini di Barcellona (Spagna) ha riportato che una precoce esposizione al particolato è collegata una riduzione delle abilità cognitive fondamentali, tra cui Working Memory e l’attenzione esecutiva. (Rivas, et al., 2019)

Cosa possiamo fare per trasmettere il messaggio?

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Non ritengo essere la persona più giusta per insegnare a vivere in maniera più ecosostenibile, e né penso che questo sia il posto più giusto per parlarne. Piuttosto il mio obiettivo è quello di sollevare un argomento che, nello studio degli effetti del cambiamento climatico viene poco o per nulla considerato: cioè l’impatto che questo ha sui comportamenti, cognizioni, emozioni e, in generale, sulla salute mentale delle persone. Inoltre, anche se si parla molto di ecosostenibilità in sé, purtroppo viene poco tratta la modalità con cui far passare questo messaggio al grande pubblico, il quale non è legato ad alcune e limitate professioni, come ad esempio, ingegneri, medici, economisti, biologi, chimici, proprio perché gli effetti non sono limitati a singoli aspetti della vita di una persona, piuttosto li abbraccia tutti, anche quelli poco intuitivi, come ad esempio proprio gli aspetti psicologici.

Clayton e colleghi (2017) pubblicano “Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance”, il quale oltre che trattare l’impatto che il cambiamento climatico ha sulla salute mentale, suggerisce delle linee guida sulle modalità utilizzabili dai professionisti per far passare proprio questo messaggio.

Ad esempio, come riportato da McDonald, Chai e Newell (2016) sebbene la maggior parte delle persone siano generalmente consapevoli del cambiamento climatico, continuano a sentirsi distanti da questo: “è solo qualcosa che accade ad altri, in un altro posto, in un futuro non troppo specificato”. Rudiak-Gould (2013) chiama questo fenomeno distanza psicologica. Infatti, termini come “cambiamenti climatici” e “emergenza globale” portano l’attenzione ad una scala globale piuttosto che personale. Inoltre, secondo gli studi di Hulme (2009), Swim e colleghi (2009) e Weber e Stern (2011) il segnale del cambiamento climatico può essere oscurato dal rumore dovuto al meteo giornaliero e stagionale. Tutto questo rende le questioni sul cambiamento climatico facili da ignorare, in particolare quando ci sono altri fattori che impegnano la vita delle persone. Compreso questo, ricercatori come Akerlof e colleghi (2013) hanno scoperto che riportare i cambiamenti climatici ad una scala locale, quindi non più globale, risultano essere molto più importanti a livello personale, quindi quasti sono accompagnati da storie sugli effetti diretti ed imminenti del cambiamento climatico. Inoltre, secondo Reser e collghi (2014) l’esperienza percepita del proprio impatto ambientale è associata ad un incremento della consapevolezza sul cambiamento climatico. (Clayton, et al., 2017).

Non è solo la percezione dell’evento a giocare un ruolo importante, ma anche altri fattori. Come riportato dalla ricerca di Dunlap, McCright e Yarosh (2016) anche una certa appartenenza politica può essere un fattore che guida la consapevolezza sull’impatto del cambiamento climatico. Ad esempio, secondo uno studio del Pew Research Center (2016), il 26% degli Americani considerano importante la questione del cambiamento climatico, di questi il 72% sono Democratici ed il 27% sono Repubblicani. Inoltre, la comunicazione scientifica non è facile da realizzare. Shepherd e Kay (2012) scrivono che le persone che ricevono materiale informativo troppo complesso sulla questione ambientale riportano: 1) una maggiore percezione di non poter essere di aiuto e sono più inclini a lasciare il problema al governo; 2) coloro che si sentono ignoranti in un argomento sono più inclini ad evitare di ascoltare maggiori informazioni negative a riguardo. (Clayton, et al., 2017).

Quindi, come riassumono Clayton e colleghi (2017):

  • al problema legato al fatto che il cambiamento climatico è percepito come globale, lontano, distante e difficile da capire; una possibile soluzione è apprendere gli effetti locali del cambiamento climatico, questo rende il problema più tangibile e reale.
  • al problema legato al fatto che l’affiliazione politica può guidare la consapevolezza e le credenze riguardo il cambiamento climatico; una possibile soluzione è fare in modo che si parli dell’impatto del cambiamento climatico sulla salute a prescindere dall’appartenenza politica.
  • al problema legato al fatto che la complessità e la paura del cambiamento climatico possa guidare le persone a percepire incertezza e negazione; una possibile soluzione è rendere le persone consapevoli del proprio impatto ambientale attraverso soluzioni pratiche, incoraggiando azioni volte a sviluppare una resilienza emozionale.

cambiamento climatico e salute mentale MESSAGGIO

Concludendo, il problema climatico è una questione importante e molto delicata. Nel 2019, durante l’Assemblea Generale di Alto Livello delle Nazioni Unite, gli esperti interpellati sono stati chiari: ci restano 11 anni per far si che i problemi dovuti al cambiamento climatico non diventino irreversibili. I professionisti, tutti, in quanto tali hanno il dovere di fare in modo che questo messaggio passi al grande pubblico. Le campagne di terrore, come abbiamo visto precedentemente, non funzionano, ma fortunatamente la psicologia ha resto disponibili delle strategie utili per far in modo che questi messaggi non solo vengano assorbiti, ma soprattutto utilizzati. Quindi essa non solo si mette dalla parte degli altri professionisti per indicare gli effetti del cambiamento climatico, sulla salute mentale, ma ha il potere di fungere da mediatore tra il mondo scientifico ed il mondo pubblico.

Ripeto, questa non è una possibilità, ma un dovere.

Il conto alla rovescia è iniziato.

Antonello Luisi

  • Chen, X. (2019). Smog, cognition and real-world decision-making. International journal of health policy and management, 8(2), 76.
  • Clayton, S., Manning, C. M., Krygsman, K., & Speiser, M. (2017). Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance. Washington, D.C.: American Psychological Association, and ecoAmerica.
  • Dell’Osso, L., Carmassi, C., Massimetti, G., Daneluzzo, E., Di Tommaso, S., & Rossi, A. (2011). Full and partial PTSD among young adult survivors 10 months after the L’Aquila 2009 earthquake: Gender differences. Journal of affective disorders, 131(1-3), 79-83.
  • Palinkas, L. A., & Wong, M. (2019). Global climate change and mental health. Current Opinion in Psychology.
  • Rivas, I., Basagaña, X., Cirach, M., López-Vicente, M., Suades-González, E., Garcia-Esteban, R., … & Sunyer, J. (2019). Association between Early Life Exposure to Air Pollution and Working Memory and Attention. Environmental health perspectives, 127(5), 057002.