Il cervello sociale: l’affidabilità, una questione di 100 millisecondi

Ogni volta che incontriamo qualcuno ci facciamo un’idea di chi costui o costei possa essere, basandoci essenzialmente su ciò che vediamo. Il cervello, però, si è formato un’opinione molto prima di noi, che diventiamo consapevoli di questa impressione solo qualche istante dopo, quasi come se l’opinione che abbiamo delle persone fosse esistita prima di averne il tempo di rendersene conto.

 

Molto spesso, capita di sfogliare una rivista o di guardare la televisione e di leggere o sentire la nota frase “dimmi cosa pensi e ti dirò chi sei”. Tuttavia, la neurologia sostiene che i giudizi che un individuo si crea riguardo a un’altra persona non siano affatto determinati da ciò che quest’ultima pensa quanto, piuttosto, dall’attivazione dell’amigdala del soggetto giudicante. Infatti, 100 millisecondi sono più che sufficienti per generare giudizi di affidabilità riguardo a qualcuno.

 

Una delle principali strutture anatomiche coinvolte nella formazione di tali giudizi è l’amigdala, un gruppo di strutture di sostanza grigia del sistema limbico, collocato nel lobo temporale. Inoltre, una importante funzione è svolta dall’ossitocina, un ormone prodotto dai nuclei ipotalamici la cui funzione principale è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell’utero.

 

Nel 1998, Ralph Adolphs, Daniel Tranel e Antonio R. Damasio pubblicarono un articolo dal titolo “The human amygdala in social judgement”, (tradotto: L’amigdala umana nel giudizio sociale), in cui hanno descritto dettagliatamente il ruolo di tale struttura cerebrale nella creazione di giudizi. Precedenti studi condotti sugli animali avevano già mostrato come l’amigdala fosse implicata in diversi comportamenti sociali, come in quelli riguardanti la paura e l’aggressività. Esperimenti successivi hanno scoperto che l’attivazione dell’amigdala era alla base del riconoscimento delle espressioni facciali altrui.

 

Basandosi su queste evidenze, i tre autori sopracitati condussero un esperimento in cui si chiedeva a tre soggetti con lesione bilaterale dell’amigdala di giudicare i volti di persone sconosciute, dichiarando anche il livello di affidabilità che questi volti suscitavano loro. L’ipotesi di partenza era che l’amigdala fosse implicata in accurati processi di giudizio sociale basati sull’apparenza delle persone osservate.

 

Per essere sicuri dei risultati e per avere un metro di paragone, ai tre soggetti con lesione dell’amigdala venne aggiunto un gruppo di soggetti sani, senza alcuna lesione cerebrale. I risultati furono sorprendenti: i soggetti con lesione bilaterale dell’amigdala giudicavano ogni volto visionato come molto più affidabile rispetto a quanto non facessero i membri del gruppo di controllo e riponevano, cioè, una maggiore fiducia nei confronti dei volti che si trovavano ad analizzare.  

 

In un successivo studio è stato dimostrato che, se con una lesione bilaterale dell’amigdala gli individui hanno una generale tendenza a giudicare come più positivi i volti ritenuti più inaffidabili dai soggetti sani, con una lesione unilaterale dell’amigdala non si notano grosse differenze di giudizio tra individui sani e individui con lesione cerebrale. Quest’ultimo fenomeno si verifica in quanto l’amigdala, posta nel lobo temporale non lesionato, sopperisce alla mancanza dell’amigdala lesionata nell’altro emisfero cerebrale. In tale modo, si è dimostrato il coinvolgimento dell’amigdala nei giudizi di affidabilità.

 

Studi successivi hanno, invece, mostrato come il solco temporale superiore dell’emisfero destro si attivi al posto dell’amigdala quando ai soggetti viene chiesto esplicitamente di formulare un giudizio di affidabilità nei confronti di persone sconosciute. Dunque, se il solco temporale superiore destro si attiva solo per richieste esplicite e la sua attivazione è intenzionale, quella dell’amigdala è del tutto implicita e automatica.

 

Oltre all’amigdala e al solco temporale superiore, nei giudizi sociali entra in gioco anche l’ossitocina. Inizialmente, tale ormone veniva definito come “l’ormone del parto e dell’allattamento”. In seguito, si è compreso il ruolo svolto nel comportamento e nella cognizione sociale. Una volta liberato, questo ormone si lega a determinati recettori disposti in varie aree del cervello e, ovviamente, anche nell’amigdala. Quando l’ossitocina si lega ai recettori collocati sull’amigdala, inibisce l’attività di quest’ultima, ripristinando il senso di fiducia e affidabilità secondo un processo definito “modulazione positiva”. ( Benedetti, 2012)

 

L’ossitocina, infatti, da sempre è ritenuto l’ormone per eccellenza dell’attaccamento e dei legami, tanto da esser stato chiamato “ormone dell’amore” o “ormone della fiducia” o ancora “la molecola della felicità”. Il ruolo di tale ormone nel comportamento sociale è confermato da ricerche interessantissime che hanno condotto a diversi risultati.

 

Tra questi uno studio di Paul Zak, noto neuroeconomista americano, dimostra come l’ossitocina sia l’ormone che ci rende empatici; di fronte alla visione di campagne pubblicitarie sui pericoli di fumo, alcool, guida spericolata, infatti, l’assunzione di ossitocina aumenta il senso di preoccupazione per gli altri  ( Zack, 2010).

 

Ancora una volta, dunque, la neurologia, la neuropsicologia e innumerevoli altre scienze insegnano come anche dietro al fenomeno più piccolo e immediato si nasconda in realtà una catena di processi cerebrali, ormonali, automatici, estremamente sorprendenti.

 

Il cervello è una macchina prodigiosa, a cui sono serviti milioni di anni per evolversi al punto di svolgere funzioni così complicate, ma a cui bastano 100 millisecondi per creare un giudizio indipendente e definito riguardo al senso di affidabilità che gli esseri umani trasmettono.

 

Marta Frigerio ©

 

Bibliografia:

  • Adolphs R., Tranel D., Damasio A., (1998). The human amygdala in social judgement. Nature, 393, 470-474
  • Benedetti F., (2012).   Il cervello del paziente,  Roma: Fioriti Editore, traduzione italiana della versione
  • Benedetti F., (2012).  L’effetto placebo, Roma:  Carocci Editore
  • Zack P., (2010).  Studies expand Oxytocin’s role behiond “cuddle hormone”. Society for Neuroscience,  Nov. 13–17: (619) 525-6640.

 

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Marta Frigerio

Marta Frigerio

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di neuroscienze e neuropsicologia. Affascinata dai disturbi dissociativi della personalità e di personalità multiple nella speranza di trovare una teoria valida per giustificare il suo costante parlarsi da sola e darsi pacche di incoraggiamento sulla spalla. Amante dell'arte, dei film e dei libri, costantemente in cerca di angoli del mondo nascosti e estremamente empatica, talvolta incompresa.