Come funzionano i social network?

All’alba di un’era elettronica e digitale, le piattaforme sociali del web totalizzano giornalmente milioni e milioni di visitatori. Seppur i vantaggi siano notevoli, i rischi si nascondono sempre dietro l’angolo.

 

Nell’ultimo decennio i Social Network hanno invaso il mondo del web. Tutti, o quasi, sanno dell’esistenza o utilizzano piattaforme quali Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp. Secondo il report annuale prodotto dall’agenzia «We are social Singapore» (Fig. 1), gli account attivi sui social media sono, a oggi, più di 2,8 miliardi (circa il 38% della popolazione mondiale!). Inoltre, si stima una crescita del 21% rispetto a 12 mesi fa (Fig. 2), con una media di utilizzo di 2,4 ore giornaliere.

 

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Figura 1. Le maggiori statistiche riguardanti l’utilizzo dell’Internet e dei social nel 2017.

 

Metà della popolazione mondiale utilizza internet (considerando il dato sull’urbanizzazione, solo il 4% che ha la possibilità di un accesso vero e proprio, non lo utilizza). Su queste basi, più dei 2/3 degli utenti che hanno la possibilità di avere una connessione al web, possiede un profilo su una piattaforma social.

 

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Figura 2. I numeri qui riportati ci mostrano un incremento spaventoso dell’utilizzo del mondo web.

 

Interessante è notare come, per consentire un utilizzo sempre più immediato e live del social, ci si stia spostando totalmente sulle piattaforme mobili.

(Fonte fig. 1-2: www.wearesocial.com)

 

Perché, quindi, si prediligono i social?

 

Essenzialmente per quattro motivi.

•Sono comodi e funzionali: in primo luogo, questi spazi di interazione digitale ci permettono di comunicare e assistere al continuo svolgersi e riprodursi della realtà sociale in tempo reale. In linea con la frenesia dettata dalla società contemporanea, ormai totalmente globalizzata, il loro uso ci permette di risparmiare una notevole quantità di tempo e restare sempre al passo con i tempi.

 

•Soddisfano il nostro bisogno di appartenenza: noi siamo animali sociali e, in quanto tali, abbiamo bisogno di appartenere, di affiliarci a qualcuno. Gli psicologi sociali Baumster e Leary (1995) spiegano come tutti sentiamo il bisogno di sentirci legati, di provare un senso di forte attrazione sociale verso gli altri. Questo desiderio, scrivono gli autori, è funzionale alla sopravvivenza (non è un caso se i nostri antenati si sono riuniti in gruppo e hanno fondato quella che oggi chiamiamo “civilità”). Inoltre, alcuni studi interessanti (Nolan et al., 2003) mostrano come le persone esiliate, incarcerate o isolate desiderino ardentemente i loro familiari, e come il rifiuto porti a un serio rischio di depressione.

 

Sono nostri “amici”: “se sei uno che davanti a un articolo del New York Times, non solo clicca sul link ma abbandona Facebook per un po’, non abbiamo bisogno che tu metta un “mi piace” al post per dedurre che per te gli articoli del New York Times sono molto importanti”. Con queste parole Will Cathcart, dirigente del team di gestione del prodotto che lavora sul newsfeed di Facebook, descrive un interessante algoritmo che  permette alla creatura di Zuckenberg di conoscere a grandi linee le nostre preferenze, i nostri gusti, persino le nostre abitudini. Insomma, Facebook si comporta come una vera e propria agenda setting ritagliata ad personam; secondo la teoria, infatti, si ipotizza la possibile influenza dei mass-media (mass-news) sull’audience in base alla scelta delle notizie considerate “notiziabili” e allo spazio e preminenza loro concessa. Quindi, non solo il social ci propone ciò che ci piace ma, quasi fosse un meccanismo ben oliato, riesce a farci piacere ciò che ci propone e “ciò che va di moda”.

 

Ci fanno sentire importanti: Osservate bene l’immagine (Fig. 3). Facebook ci chiede a cosa stiamo pensando; a voler essere puntigliosi e onesti, dovrebbe chiederci in primis se stessimo pensando a qualcosa. Ecco, questa sfumatura di significato può dirsi una trovata geniale. Attraverso questo espediente apparentemente privo di significato, siamo portati a credere di dover e poter far sentire la nostra voce. Ci sentiamo quasi in obbligo di esprimere i nostri pensieri, dobbiamo farlo perché c’è finalmente qualcuno che ce lo chiede, che ci invita a farlo, pronto ad ascoltarci: perché non cogliere questa magnifica occasione totalmente gratuita?

 

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Figura 3. “A cosa stai pensando?”

 

Quali conseguenze porta tutto questo?
«C’è un’aria di restaurazione che spira in filosofia, soprattutto in Italia. Idee come Realtà e Verità, che per tutto il Novecento sono state sottoposte a critica serrata, tornano oggi come nuovi idoli o feticci del pensiero accademico. Sotto l’apparenza di una confutazione del postmodernismo, la filosofia dell’università diffonde una sorta di catechismo o di manuale d’istruzione per gli scettici. Ed ecco riapparire le maschere di sempre del teatro filosofico: oltre alla Realtà e alla Verità, l’Oggettività, il Realismo, la Morale, l’Educazione… Etichette a cui non corrisponde alcun contenuto originale di pensiero, ma che vorrebbero soddisfare la domanda di conformismo che sale da una cultura spaventata dalla mancanza di punti fermi.»  [Alessandro Del Lago, 2014]

 

Ad oggi, siamo dinanzi, quindi, a un rinnovato interesse per la ricerca smaniosa dell’oggettività e della verità assoluta. In relazione a questo cambiamento del contesto culturale, assistiamo, sulle piazze digitali, a un proliferare senza precedenti della libertà d’espressione. Ognuno vuol dire la sua, su qualsiasi cosa; ognuno si sente quasi in dovere di farlo. Far sentire la propria voce, “mettere bocca” su qualcosa, purché lo si faccia, assume un valore assolutamente catartico e liberatorio. Molti dicono; pochi si informano; tutti hanno ragione.
Questa supernova di idee e opinioni, che potremmo definire un vero e proprio marketing ideologico, innesca un processo che permette, a qualsiasi utente di una piattaforma social, di farsi strada ritagliandosi il proprio, seppur breve, momento di gloria; breve perché passerà presto di moda, lasciando il campo a una nuova rivoluzione di pensiero, più in linea con i bisogni e le richieste di novità che il pubblico del web impone.

 

Come funziona la moda?

 

 

Thomas Kuhn, noto storico e filosofo statunitense del secolo scorso, ha teorizzato una probabile struttura per spiegare l’andamento del progresso scientifico, sostenendo quanto esso non sia un cumulo di conoscenze teso a rivelare la verità, ma un alternarsi continuo tra “scienza normale” (espressione con cui ci si riferisce a uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, fa riferimento per i propri studi)  e “rivoluzione scientifica”. In quest’ottica, la moda può essere intesa e descritta come il paradigma innovativo pronto a trasformarsi in scienza normale, per poi lasciare il posto a un’ulteriore innovazione dopo un breve periodo di onnipotenza culturale. Una onnipotenza che fa gola a molti, non lo si può negare.
La moda è, quindi, una peculiarità della cultura moderna e contemporanea, dove si è imposto il desiderio di un continuo cambiamento dovuto a un’inesauribile e incessante sete di novità.  Moda e cultura contemporanea hanno di conseguenza in comune sia i tratti della frammentarietà che dell’irripetibilità.

 

Come si concilia la moda con il bisogno di affiliazione?

 

Leopardi aveva spiegato che si potesse sia orientare la propria riflessione secondo la moda del periodo, sia mettere i processi culturali sotto la lente di una riflessione analitica, dettagliata e circostanziata. Nel primo caso, il destino della riflessione, conformandosi alla moda, è ineluttabilmente connesso alla morte del pensiero critico. Se pensiamo per un attimo alla velocità con cui Internet e i social ci permettono di accedere a un’infinità di contenuti nuovi giornalieri, potremmo renderci conto di quanto sia effettivamente difficile restare davvero al passo con i tempi. Un compito, questo, che diventa ancora più difficile nel momento in cui si cerca di cogliere i significati più profondi rispetto anche solo a un tema. Siamo sovrastimolati e, per assurdo, durante il lasso di tempo che impieghiamo per razionalizzare e apprendere qualcosa su un argomento, ci troviamo dinanzi dieci nuovi stimoli, e così via. Inoltre, proprio per mantenere saldo il nostro senso di appartenenza, ci troviamo spesso a condividere la maggior parte dei contenuti multimediali di cui non conosciamo spesso nemmeno il significato o la provenienza.

 

A questo punto, è chiaro poter intuire che, come aveva affermato Leopardi, la velocità con cui le mode si susseguono non ci consente di dar sfogo al pensiero critico, limitandoci (per non restare “indietro” e sentirci, quindi, sempre affiliati al resto del mondo) ad accettare spesso una marea di idee senza farci troppe domande a riguardo. Troppe idee, nessuna idea, per l’appunto.

 

Leopardi, in ambito occidentale, è stato forse il primo a cogliere l’importanza fondamentale che la moda stava acquisendo e ne ha colto quella potenza pervasiva che, ad oggi, si esprime ai massimi livelli all’interno di quella che potremmo definire “società dello spettacolo”, in cui a comandare sono i nuovi media.

 

Questo sistema, fatto di meme e bufale giornalistiche accompagnate da diffusione e tanto di indignazione al seguito (cito solo i casi più eclatanti relativi alla condivisione all’interno dei social), rischia di fondare, per citare un noto titolo di Gilles Lipovetsky, un vero e proprio «Impero dell’effimero».

 

Marco Angelillo

 

Bibliografia:

  • Baumeister, R. F., Leary, M. R. (1995). The need to belong: Desire for interpersonal attachment as a fundamental human motivation. Psychological Bullettin, 117, 497-529.
  • Nolan, S.A., Flynn, C., Garber, J. (2003). Prospective relations between rejection and depression in young adolescent. Journal of Personality and Social Psychology, 85, 745-755.
  • Kuhn, T. (1962). La struttura delle rivoluzioni scientifiche.
  • Lipotevsky, G. (1989). L’impero dell’effimero.
  • Lepardi, G. (1824). Dialogo della Moda e della Morte.
  • Del Lago, A. (2014) I benpensanti. Contro i tutori dell’ordine filosofico. Il Nuovo Melangolo, Genova.

 

Sitografia:

  • Digital in 2017: Global Overview (25 January 2017).
  • https://wearesocial.com/sg/blog/2017/01/digital-in-2017-global-overview

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.