Compiacenza: un espediente relazionale

Cornice spaziale: aula studio universitaria
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Rientro in aula dopo una breve pausa dai libri. Sono stanco, ma non lo do a vedere…La giornata procede in maniera piuttosto monotona e a tratti pesante, non c’è nulla che dia un tono meno grigio alla situazione (seppur fuori vi sia un sole estivo imbarazzante). Faccio per sedermi. Una mia collega attira la mia attenzione giusto in tempo, ha un quesito a bruciapelo per me, dopo una discussione con un suo amico: “Aulo, come spiegheresti la compiacenza a chi non sa cosa sia?”.
– Compiacére (dal lat. complacēre, composto di con- e placēre «piacere»), letteralmente “piacere con…”, ovvero condividere il piacere con qualcun altro. Si tratta, per meglio dire, di provare un sentimento di piacere (o, per lo meno, dare l’impressione di provarlo) all’idea di accontentare qualcuno, appagandone i desideri. Condividere, ma non intrinsecamente. Questa particolare definizione ci porta a separare in maniera abbastanza netta la compiacenza dalla solidarietà (con cui spesso viene confusa), che porremo ad un livello di condivisione decisamente superiore, poiché intima ed empatica. Quest’ultima, infatti, non è frutto di influenze e paradigmi sociali legati al conformismo. Di contro, proseguendo per questa linea, la compiacenza si configura come conformità alle aspettative, alle attese positive proiettate da coloro con cui entriamo in relazione anche per brevissimo tempo. Ci si presta, quindi, a mettere in pratica un’azione pubblica in risposta ad una richiesta implicita o esplicita, ma con un dissenso interiore [Myers, 2009].
Il problema sorge nel momento in cui, come la psicologia sociale insegna, questi processi di conformità (in tutte le salse possibili ed immaginabili) per definizione si sviluppano ad un livello inconscio. Il soggetto “vittima”, che si presta alla compiacenza, non è cosciente dei meccanismi invisibili finalizzati a produrre risposte ed azioni concrete, tangibili; non può farci caso nell’istante in cui ciò avviene. Potrà sviluppare una capacità autoriflessiva (insight), volendo. La compiacenza, quindi, è una modalità di risposta, un prestarsi, una risposta dinamica e personale nel contesto di una scambio interpersonale.-
Amico della collega: “Non mi sembra molto chiaro, non credo di essere compiacente, dico e faccio sempre quello che penso. Non scendo a patti.”
– Non si tratta di scendere a patti. È un meccanismo non razionale, e il fatto che tu affermi il contrario non può far altro che avallare la mia tesi. Purtroppo, però, non ti conosco, quindi potrei anche sbagliarmi. Mi sto affidando al giudizio della tua amica, che forse ha più elementi osservando quei meccanismi dall’esterno, come fosse una spettatrice non pagante. Forse sei solamente suscettibile e influenzabile…insomma, ti adatti all’altro senza
problemi…Sai, magari ti adatti per farti compiacere a tua volta, per conquistare l’altro in maniera indiretta. Magari sei tu in posizione dominante! Signora, lei che ne pensa?-
Signora sconosciuta di mezza età, che aveva nel frattempo assistito con vivo interesse al siparietto: “Sono d’accordo su tutto. Sei stato molto chiaro, davvero.”
Amico della collega: “Non sono convinto, non mi tornano alcune cose. Mi affido alle mie esperienze, e non capisco perché debba essere come mi dici”
Rivolgendomi ad un collega:- Lello, credo che molti siano riluttanti alla psicologia sociale perché convinti di conoscere i suoi meccanismi di portata generale. Insomma, li vivono ogni giorno e si affidano alle loro esperienze, no?! –
Lello: “Bè, guarda me per esempio…Ho sempre vissuto in una casa, ma non sarei in grado né di progettarla né di costruirla”.

Aulo Agerio

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.