Dicotomenica#5 -Conoscersi/Ignorarsi

#‎Socrate‬ ‪#‎Jung‬ ‪#‎ignoranza‬ ‪#‎saggezza‬ ‪#‎sè‬ ‪#‎so‬

Si dice che se più cose rientrano all’interno della nostra consapevolezza, è meno intuitiva la felicità e più impervio il raggiungimento dello stato d’animo della sorpresa.
Ed è logico pensarlo.
L’ingenuità infatti è possibile nella non-conoscenza con i pro di entusiasmo e verde curiosità che essa in sè comporta e i contro fatti di errori banali e di non controllo della capacità di discernere.
Immaginiamo noi stessi ai principi della nostra esistenza: è chiaro che chi dice ciò che sopra scritto, non sbaglia.
Si dice anche che allargare, ma soprattutto approfondire la conoscenza della ”res” che ci circonda immergendoci, sia il giusto preludio per il raggiungimento della felicità più pura, più estatica per dirla all’Aristotele.
Alcuni hanno addirittura definito questo processo autoconoscitivo come una forma di intellezione dell’idea di Dio e unica salvezza dal relativismo più assoluto e distruttivo.
Ed è logico pensarlo.
La saggezza è lo stato d’animo che sento personificare questo brainframe, tendenza, impegno elevatissimo e finissimo.
Immaginiamo lo stereotipo del maestro Zen orientale, del filosofo sto(r)ico: è chiaro che chi supporta ciò, non sbaglia.

Jung e la sua scuola psicanalitica ne parlano a proposito della formazione dell’essere umano, in particolare, sottolineando che tale disputa concettuale emerge per la prima volta nella sua portata concettuale nel periodo dello sviluppo: è nella più recondita infanzia che il bambino si percepisce prima UNO col tutto, per poi, a seguito di frustrazioni (sulle quale nascono tutte le ”teorie dell’attaccamento”, il percorso dalla ”fase simbiotica” a quella di ”separazione-individuazione”, le teorie sistemico-relazionali ecc.) e del ritardo/non appagamento immediato dei propri desideri, iniziare a estrapolarsi dall’esterno.
A questo punto è importante aprire una parentesi e fare una precisazione: autoconsapevolezza, prettamente ontologica in cui si capisce che ”si è”, è diversa da autocoscienza in cui si intende ”chi si è”. Man mano che avvengono le suddette frustrazioni, dal capire chi si è in base a ciò che non si è, si passa al capire chi si è e ad affinare la propria coscienza.
In questo processo si giunge secondo Jung alla cosiddetta ”fase dello specchio” ossia quello stadio in cui si prova il piacere narcisistico di constatare la propria identità e durata di essa nel tempo: come davanti ad uno specchio. In tutto questo però il mondo esterno da cui si è partiti, da cui la psiche ha partorito sè stessa e in cui ha messo la prima lettera nel primo capitolo del suo libro, non viene dimenticato.
Mai verrà dimenticato.
Gli strascichi del mondo esterno, per una parentesi tralasciato in virtù della volontà di individuarsi, ritornano imperiosi ”ricordando” alla psiche che essa ha bisogno di restare unita a ciò che la circonda: è la forza della frustrazione, ambigua nell’insegnare il bene con il male.
Jung, a tal proposito parla del PARADOSSO DELL’INDIVIDUAZIONE, in quanto nel processo individuante confluiscono entrambe le forme del narcisismo che Kohut e la sua Psicologia del Sè teorizzano.
Inizia così l’imperturbabile oscillazione del pendolo tra fusione e separazione: il SUPERAMENTO di tale oscillazione è ciò che Jung appunto chiama ”sè” in cui si è UNO in mezzo a tanti, essendo più che UNO ed essendo più che TANTI al contempo.
ESSERE UNO NELLA DIFFERENZA.
E quindi, ritornando alla dicotomia centrale della nostra dicotomenica, sembra risolutivo un tale di nome Socrate:
conoscere ed ignorare quanto siamo immischiati nel paradosso dell’individuazione è un processo difficoltoso, controllabile ed intellegibile per mezzo della maxima ”SAPERE DI NON SAPERE”.
Dunque
è giusto approfondirsi ma senza arroganza, ed è giusto viversi senza riflettere ma non scadendo nel lassismo, perchè ci si conosce (ANCHE) senza conoscersi e (ANCHE) senza conoscersi ci si conosce.
Tutto per raggiungere il sè, o quello che lui definì dàimon.

Cruz

 

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