Criminal Profiling – Uno strumento nelle mani degli investigatori

È inutile negarlo, i serial killer sono affascinanti. Alcuni di loro hanno commesso crimini così efferati da togliere il sonno, altri hanno scelto delle vittime che ci somigliano in maniera imbarazzante. Nonostante ciò, sono assolutamente affascinanti. Il “merito” di questo fascino potrebbe facilmente essere attribuito a John Douglas e Robert Ressler, i pionieri del moderno Criminal Profiling. Agenti dell’FBI con vent’anni di onorata carriera, nei primi anni ’80 realizzarono un’inchiesta su 36 serial killer al fine di correlare le motivazioni personali al contesto sociale, per classificare le varie tipologie di assassini seriali. Tra i killer interrogati si annoverano personaggi come: Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, David Berkowitz, John Wayne Gacy, e Charles Manson. Rudimentali tentativi di profiling si possono rintracciare anche nel celeberrimo caso di Jack lo squartatore a opera del dottor Thomas Bond, ma è con il lavoro di questi due agenti che la disciplina cominciò ad avere credito scientifico.

Non faccio alcuna fatica e non provo alcun imbarazzo ad ammettere che ho conosciuto il criminal profiling grazie alla serie TV Criminal Minds. Ed effettivamente, due personaggi della serie sono ispirati proprio a Douglas e Ressler, rispettivamente Gideon e Rossi.

Il profilo criminale ha l’obiettivo di fornire delle indicazioni che possano limitare l’elenco dei sospettati e fornire una pista investigativa nella quale indirizzare le indagini. In sostanza, il profilo serve a escludere innocenti, piuttosto che a trovare il colpevole.

Il fulcro del lavoro sta nell’individuare due componenti: il modus operandi e la firma dell’assassino. Il primo è il comportamento messo in atto dall’offender per portare a termine il reato e comprende anche la “messa in scena” dell’ambiente in cui opera; la firma, invece, riguarda il bisogno psicologico dell’autore di compiere un determinato comportamento durante l’atto criminale. Per arrivare a questo, si utilizzano variabili psicologiche, quali schemi comportamentali e della personalità, e variabili demografiche, quali età, etnia e ubicazione geografica. Questa tecnica di investigazione psicologica, in ambito forense, ha subito feroci critiche, ma pian piano si è ritagliata il proprio spazio, senza voler essere considerata come un’arrogante cura di tutti i mali.

Anzi, il criminal profiling vuole solo essere un valido aiuto alla ricerca della verità, uno strumento in più nelle mani degli investigatori, un’arma senza polvere da sparo per dare un volto al criminale seriale.

Tuttavia, il profilo non è uno strumento perfetto. La dimostrazione più evidente si può riscontrare nel celeberrimo, orrendo caso del “Mostro di Firenze”. Chi non conoscesse il caso sappia che ci troviamo in uno spazio di tempo compreso tra il 1968 e il 1985, nelle campagne fiorentine, e i delitti sono tutti dello stesso tipo: coppie appartate in spiazzi isolati uccise a colpi di pistola con un accanimento sulla vittima di sesso femminile, che veniva pugnalata ripetutamente e che subiva la mutilazione del pube e del seno sinistro. Nel 1986 venne istituita la S.A.M., la squadra anti-mostro, e a capo della squadra viene nominato Ruggero Perugini, laureato in criminologia clinica a Modena e formatosi a Quantico, in Virginia. Perugini chiede subito aiuto all’FBI per il profilo del Mostro di Firenze e la risposta non tarda ad arrivare.  Il mostro, secondo il bureau, è:

un individuo di sesso maschile, di età compresa tra il 35 e i 40 anni, alto 185 centimetri, di cultura anglosassone e con forti menomazioni sessuali; è in grado di usare armi da taglio con precisione chirurgica e uccide a scopo di libidine; quando compie il delitto è rigorosamente solo.

Un profilo chiaro e netto, che avvia la scrematura dei sospettati, e che allontanerà, per un periodo di tempo troppo lungo, gli inquirenti dai nomi più importanti della vicenda: Pietro Pacciani, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Pietro Pacciani è stato condannato in primo grado come esecutore degli omicidi del mostro di Firenze. È stato poi assolto in secondo grado, ma la sentenza è stata ribaltata dalla cassazione che ha ordinato di procedere nuovamente con il processo d’appello per sistemare gli errori fatti in precedenza. Purtroppo, prima che il processo potesse ricominciare, Pacciani muore nella sua casa in seguito a un misterioso attacco di cuore, dovuto all’assunzione di un farmaco che Pacciani sapeva che non poteva prendere, per via della sua cardiopatia. In ogni caso, Pacciani non era certo compatibile con il profilo dell’FBI: poco più alto di 165 centimetri, ben più vecchio di 40 anni e chiaramente di cultura non anglosassone. Mario Vanni e Giancarlo Lotti furono condannati in secondo grado nell’ambito del processo sui “compagni di merende” di Pacciani. Vanni prese l’ergastolo, Lotti, invece, 30 anni di reclusione. Entrambi erano incompatibili con il profilo dell’FBI, ad eccezione dei disturbi sessuali, in quanto entrambi affetti da una disfunzione erettile. Il profilo era fallace, e lo è stato per lungo tempo, finché l’intuito di un agente della S.A.M. ha condotto l’indagine verso i compagni di merende. Cosa è andato storto? Perché c’è stato un errore così grossolano?

Come primo aspetto, penso che ci sia stato un problema culturale. Il criminal profiling non si basa sulla biologia, ma sul comportamento, e l’FBI ha redatto la perizia sulla base della propria cultura, che è decisamente differente rispetto alla cultura italiana, ancor più negli anni ’70 e ’80. Inoltre, quello formato da Pacciani, Vanni e Lotti era un gruppo molto “intimo”, che potrebbe far pensare a un solo soggetto formato da tre individui; e ancora, non si è tenuto conto del mandante dei delitti, che potrebbe essere la persona che impone la firma (la mutilazione del pube e del seno sinistro), e il modus operandi (l’uomo viene ucciso a colpi di pistola, la donna sia a colpi di pistola che accoltellata) agli esecutori materiali.

A onor del vero, nel profilo ci sono anche tanti aspetti molto utili per comprendere il modo di ragionare del mostro. Innanzitutto, il rituale è molto importante per l’assassino (o per il mandante), così come il senso di dominio sulla vittima, in particolar modo sulla donna. La scelta delle vittime, che è casuale, o che comunque non trova corrispondenze in possibili relazioni e/o contatti tra aggressore e vittima prima dell’omicidio. Infine, nei luoghi ben conosciuti dall’assassino, che ha possibilità di muoversi agevolmente tra le campagne fiorentine, e sa farlo molto bene anche in assenza di luce. Perciò, a mio avviso, chi si è occupato del profilo avrebbe dovuto tenere conto maggiormente della cultura italiana e fiorentina di quegli anni e prendere in considerazione l’idea che il delitto fosse stato commissionato, piuttosto che eseguito da un’unica persona.

Nonostante il fallimento del profilo redatto dall’FBI nel caso del “Mostro di Firenze”, il criminal profiling ha fatto passi da gigante negli anni, affinando la propria tecnica, abbandonando idee obsolete e poco utili alla ricerca della verità, e tenendo sempre a mente che il profilo non è uno strumento che consente di individuare il colpevole, quanto piuttosto un mezzo teso a escludere un innocente, a fornire aiuto negli interrogatori, ad affiancare le indagini e non a sostituirle.

Roberto Molino

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Roberto Molino

Roberto Molino

Sono uno studente presso l'Università degli Studi di Torino, Facoltà di Psicologia, Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Criminologica e Forense. Sono laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, laurea triennale presso l'Università degli Studi di Cagliari. Ho frequentato diversi corsi relativi alla materia criminologica come: Criminal Profiling, Autopsia Psicologica, Crime Scene Investigation, e Intelligence Investigativa.