Da psicoterapeuta ad Harley Quinn: il lato oscuro del controtransfert

La relazione psicoterapeutica ha l’obiettivo di curare disturbi psicopatologici tramite l’utilizzo di mezzi psichici attuati nell’ambito di una relazione terapeuta-paziente: la psicoterapia si costituisce come un percorso di cui è difficile prevedere l’esito e organizzarne le tappe.
Parti fondamentali di questo processo sono il transfert e il controtransfert, e mentre la prima componente è vissuta in prima persona dal paziente, risvegliando in lui schemi operativi interni che caratterizzavano le sue relazioni passate e indirizzandoli al terapeuta, il controtransfert è invece sperimentato dal psicoterapeuta stesso.
Mentre si può “lasciare lo spazio” al paziente di vivere il suo transfert senza pretendere che riesca a autogestirsi fin da subito, è compito invece del terapeuta quello di guidarlo verso la risoluzione di ciò che lo tormenta e gestire, al tempo stesso, le emozioni e le reazioni che il paziente suscita in lui senza perderne il controllo.
Con controtransfert si intendono, appunto, tutte le emozioni che il terapeuta prova nei confronti del paziente. Nell’instaurarsi dell’alleanza terapeutica, caratterizzata dall’empatia e da un accordo basato sulla fiducia nel trattamento e nella sua efficacia nel raggiungimento degli obiettivi prefissati, è inevitabile lo scatenarsi nel terapeuta di impulsi a reagire in certi determinati modi ai comportamenti (spesso provocatori) del paziente. La bravura del terapeuta sta nel riuscire a contenere le proprie reazioni e ad accogliere quelle del paziente, in una riflessione ed elaborazione che eviti manifestazioni che comproverebbero gli schemi operativi distorti presenti nel paziente.
Il controtransfert ha un lato oscuro che può portare il terapeuta a sperimentare emozioni davvero poco piacevoli e scombussolanti, ed è quindi necessario che quest’ultimo possieda le risorse psichiche necessarie a far fronte agli ostacoli e alle “trappole” psicologiche che il paziente intesse nel tentativo di proteggersi e di resistere al percorso terapeutico spesso considerato “invasivo”.
Se il terapeuta dovesse, infatti, cadere in queste trappole la situazione potrebbe rivoltarsi contro di lui, dando potere al paziente che si sentirebbe, quindi, al comando della situazione: tale evento comprometterebbe l’esito della psicoterapia, come anche l’autostima del terapeuta, andando anche ad alimentare le contorte convinzioni del paziente.

«Quando ero un medico non facevo altro da mattina a sera che ascoltare i problemi degli altri, poi ho conosciuto il Joker, la prima persona che ha ascoltato i miei problemi e mi ha reso la vita divertente!»
Così dice Harley Quinn, super villain dei fumetti DC, nemica di Batman e fidanzata del Joker, spesso considerato come uno dei personaggi più “folli” mai creati. Di certo uno di quelli che ha colpito maggiormente l’immaginario collettivo.
Si dà il caso che questa super cattiva provocante e vestita in modo bizzarro sia stata, in passato, una psicoterapeuta, caduta poi nelle trappole psicologiche di Joker, suo paziente, e divenuta sua alleata nella lotta contro la giustizia.
Emblematico è il suo percorso: da psicoterapeuta a folle super cattiva e groupie di un super criminale dalla mente contorta. Ma anche se è un esempio estremo e forse poco realistico, l’esempio di Harley può rappresentare una metafora che ci mostra come sia semplice cedere al fascino del lato oscuro che il controtransfert può avere.
Lei, nella trappola del controtransfert ci è caduta con tutte le scarpe e, come dimostrano le sue parole, è avvenuto “ribaltamento” nella sua relazione psicoterapeutica con il Joker: lei, frustrata dal suo lavoro che la metteva sempre di fronte ai problemi degli altri, ha trovato in un suo paziente un “ascoltatore speciale”. I ruoli si sono ribaltati, lei si è innamorata del suo paziente perché le ha dato qualcosa che le mancava. E la follia l’ha contagiata.
Supponendo che tale personaggio inventato fosse anche in uno stato di “burn out” emozionale, i suoi vestiti da “arlecchino” (da qui Harley Quinn) mostrano come la sua psiche si sia totalmente destabilizzata, e il caos che Joker porta con sé abbia contagiato la sua mente.
Nella vita reale sono molto più rari i casi estremi, ma i terapeuti devono comunque far fronte alle difficoltà e gestire il proprio controtransfert nella maniera più consona, accettando i propri limiti, e cedendo i casi più difficili (che richiamano alla mente in modo troppo vivido eventi non risolti del proprio passato) ad altri colleghi psicoterapeuti.
Lo psicologo George Downing (durante il suo corso di formazione in Body-psychotherapy), riferendosi per la maggior parte alla teoria delle relazioni oggettuali, evidenzia dieci tipi di controtransfert:
1) La reazione umana normale: come, ad esempio, la paura di una persona violenta.
2) La proiezione interazionale: quando il comportamento del paziente ricostruisce delle specifiche “atmosfere emozionali” facenti parte delle sue relazioni passate con persone significative che inducono nel terapeuta sentimenti o tendenze comportamentali che lo portano a conformarsi con le aspettative del paziente.
3) Passare la palla: come quando il terapeuta si scopre ad imitare una difesa comportamentale (come ad esempio un gesto o un comportamento) del paziente, mentre lui smette di metterlo in atto.
4) Reazione ad un fantasma: quando una reazione ad una persona del passato del paziente risuona nel passato del terapeuta.
5) Reazione ad una situazione: quando una reazione ad una situazione del paziente rievoca una situazione irrisolta della vita del terapeuta.
6) Reazione a un triangolo: quando vi è una terza persona che influenza il trasfert e il controtrasfert della coppia terapeuta-paziente.
7) Attaccamento al sintomo: quando il terapeuta è molto interessato ad uno specifico sintomo (spesso affascinante) del paziente, come ad esempio l’uso di stupefacenti o alcool o una vita sessualmente promiscua.
8) Paura della follia: soprattutto quando il paziente è molto disturbato e la relazione diventa molto intima, il terapeuta può iniziare a sperimentare la paura irrazionale che il paziente lo trascini nella sua follia.
9) Regressione preferita: quando il terapeuta, sotto stress, ha l’abitudine di mettere in atto una sua preferita regressione.
10) Dolce preferito: si riferisce agli obiettivi, spesso narcisistici, del terapeuta, che possono essere:
– Scenario di seduzione, quando il terapeuta, con certi pazienti, può sentire il bisogno di creare una situazione di eccitazione erotica inappropriata per il contesto terapeutico, per rispondere a impulsi nascosti e alla necessità di sentirsi potente e amato
– Scenario di essere premiato, risposta a un bisogno conscio o inconscio del psicoterapeuta di veder riconosciuti i propri meriti
– Scenario di attacco, quando il terapeuta percepisce un bisogno sadico nascosto, che trova sfogo in provocazioni o confronti col paziente
– Scenario di salvataggio, quando il terapeuta ha bisogno di avere un’immagine di sé come di un “salvatore”
– Scenario del “riempi il mio vuoto”, quando il terapeuta richiede al paziente un apporto di emozioni e eccitazione emotiva all’interno della relazione terapeutica eccessivo, perché si “nutre di esso”, quasi come se fosse un “vampiro”
– Scenario del guru, quando il terapeuta sente la necessità di sentirsi come un “maestro” per il paziente

Le diverse forme di controtransfert possono sovrapporsi, e manifestarsi a diversi livelli in base alla gravità della situazione del paziente, al grado di coinvolgimento del terapeuta e al suo background sociale e relazionale.
L’obiettivo del psicoterapeuta non è quello di eliminare completamente i suoi bisogni narcisistici, ma quello di conoscerli e saperli gestire in un continuo investimento delle proprie risorse psichiche all’interno della relaziona terapeutica.
É importante che il psicoterapeuta analizzi costantemente i propri sentimenti e le proprie sensazioni prima e dopo ogni seduta, e che tenga sempre d’occhio il paziente, ma anche se stesso, non agendo i suoi impulsi, ma accettandoli e osservandoli. Solo tramite un lavoro di autoanalisi e autosservazione, atta a riconoscere e elaborare il vissuto del paziente tramite il proprio, il terapeuta riuscirà a distinguere ciò che proviene dal paziente e ciò che proviene da se stesso e riuscirà a condurre il percorso terapeutico nella maniera più adatta.

Sabrina Guaradgno

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Sabrina Guaragno

Sabrina Guaragno

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, editor e book-blogger a tempo perso. Amante dei libri, della scrittura e divoratrice di fumetti e serie tv. Eterna sognatrice sensibile agli animi afflitti.