Dal G8 al G7: quando la protesta diventa violenta

A 16 anni dai brutali eventi che per alcuni giorni sconvolsero un Paese intero, il G7 porta con sé in terra barese più ombre sociali che luci. Il timore è sempre quello di una riedizione dei trascorsi di Genova. Ma a cosa si devono questi fenomeni?

 

É iniziato questa mattina a Bari il G7, ossia il vertice di natura politica che riunisce gli otto paesi più industrializzati del mondo: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Canada e, prima della sua momentanea sospensione, Russia.

 

La città, per l’occasione, è stata messa in estrema sicurezza: scuole chiuse, limitazioni pesanti per il traffico, centinaia di telecamere piazzate in ogni borgo della città. L’obiettivo è quello di contenere e, eventualmente, bloccare in partenza qualsiasi tentativo di manifestazione o contestazione di natura violenta.

 

Alla mente, infatti, risalgono immediatamente i fatti del G8 di Genova, una serie di eventi storici che a partire da venerdì 20 luglio sino a domenica 22 luglio 2001 misero in ginocchio una città intera.

 

Lungi dal provare a mettere ordine o porre qualsiasi tipo di giudizio sulle brutalità avvenute in quell’occasione (per questo, vi rinviamo ad un documentario di Marco Giusti e Roberto Torelli dal titolo Bella Ciao), ci limiteremo in questa sede a dare spiegazione di quali possano essere stati i processi sociali e psicologici coinvolti nella messa in scena di quello che, per chi l’ha vissuto, è stato un vero e proprio inferno.

 

I Black bloc devastano la città

 

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La mattina del 20, molto prima dell’inizio delle manifestazioni pacifiche già programmate, compaiono centinaia di black bloc che danno il via a scontri e devastazioni di ogni genere allarmando, di fatto, tutte le forze dell’ordine presenti sul luogo. Il protrarsi di questa guerriglia porterà, in seguito, alla tragica morte di Carlo Giuliani, un manifestante, un ragazzo come tanti altri.

 

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Vien facile pensare che questi individui abbiano una natura spregevole, che abbiano insito in loro il seme della follia e del male; pazzi senza controllo, che traggono divertimento dalla distruzione. Ma gli interrogativi sono molti: che cosa è successo al presunto senso di moralità di queste persone? Come è possibile che si verifichino comportamenti del genere? E soprattutto, credete davvero che, presi singolarmente, questi individui compierebbero le stesse azioni disumane?

 

Stare, muoversi in gruppo, genera un senso diffuso di eccitazione e spinge spesso i singoli a fare cose che da soli difficilmente farebbero. Più in generale, quando ci si trova in un contesto gruppale, si tende ad abbandonare le normali restrizioni, a perdere letteralmente il senso di identità individuale, disperdendolo nella massa; queste, infatti, promuovono l’anonimato e scatenano anche la sensazione implicita che i normali canoni che regolano la vita giornaliera possano venir meno. Confondersi nella folla significa divenire folla e, con essa, anche il senso di responsabilità cade inesorabilmente diffondendosi tra tutti i presenti. La folla trascina, ci spinge ad abbandonare il nostro senso etico e ad omologarci a comportamenti che mai avremmo pensato di poter mettere in atto prima d’ora.

 

Il gruppo, così inteso in senso lato, esalta l’impulsività, l’intolleranza, la disinibizione, il senso d’onnipotenza, e l’incapacità di protrarre a lungo la gratificazione di qualsivoglia bisogno.

 

L’irruzione della polizia nella scuola Diaz

 

La sera del 21 luglio 2001, tra le ore 22 e mezzanotte, nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, divenute centro di coordinamento e rifugio per i manifestanti accorsi anche dall’estero, fanno irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato con il supporto operativo di alcuni (non tutti) battaglioni dei Carabinieri. Il risultato fu un brutale pestaggio, una sospensione dello stato di diritto che portò al ferimento di 96 persone e al processo per 29 tra funzionari e agenti di polizia.

 

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Anche in questo caso, come è possibile che funzionari dello Stato, persone ordinarie che stavano solamente svolgendo il loro lavoro, abbiano potuto infierire così tanto, a freddo, per di più in maniera deliberata?

 

Hannah Arendt, in uno dei suoi trattati filosofici più famosi (La banalità del male) descrive la personalità di Eichmann con queste semplici parole: “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” Quest’ultimo era accusato per  essere stato uno dei maggiori fautori operativi dello sterminio degli ebrei ma, a ben vederlo, nulla poteva far presagire che dietro quell’uniforme si nascondesse un uomo in grado di simili azioni. Sempre la Arendt continua affermando che “…Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.

 

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Stanley Milgram e Phil Zimbardo hanno dimostrato, durante il secolo scorso, quanto il male non sia insito e radicato, e manchi di profondità. Attraverso esperimenti sociali sull’obbedienza al potere, Milgram constatò che le richieste derivanti da chi possedeva uno status gerarchico superiore potessero scavalcare la moralità di qualsiasi individuo, inducendolo a compiere azioni in netto contrasto con la propria coscienza.

 

Zimbardo invece, attraverso un famoso esperimento sull’identificazione di ruolo condotto nell’Università di di Stanford (di cui vi abbiamo parlato in passato: http://www.psychondesk.it/piccola-breve-fenomenologia-dellessere-cattivo/) osservò la dinamica di due fenomeni a cui diede il nome di deindividuazione e deumanizzazione.

 

Alcune situazioni ci spogliano dell’identità personale, ci

 

privano della nostra individualità, rendendoci schiavi del ruolo sociale che stiamo assumendo in una situazione specifica. Non solo: ci spinge a non tener presenti le abituali restrizioni sulla crudeltà e sugli impulsi libidinali. É come se non fossimo più noi stessi per qualche momento, come se stessimo recitando una parte dalle caratteristiche sadiche. Le conseguenze però, si pagano lo stesso. Si pagano perché il processo di deumanizzazione ci porta a vedere e trattare gente comune alla stregua di oggetti o gruppi nemici, senza anima né cuore; ci porta ad agire nei loro confronti in maniera crudele, senza provare alcun senso di colpa, perché diventa giusto agire così. Noi contro loro. Negli stadi, nelle piazze, nella lotta al terrorismo; tutti i giorni. Noi i buoni, loro i cattivi, e viceversa.

 

È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale. (Arendt, H., La banalità del male, 2001)

 

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“My God what have we done?”

[capitano Robert Lewis, dopo aver verificato con un binocolo gli effetti della bomba sganciata su Hiroshima].

 

Marco Angelillo

 

Bibliografia:

  • Zimbardo, P. G., (2008), L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Piero Bocchiaro (2013), Psicologia del male. Laterza.
  • David G. Myers (2013), Psicologia Sociale, McGraw-Hill Education.
  • Hannah Arendt (2001), La banalità del male (Eichmann a Gerusalemme), Feltrinelli, Milano.

 

Filmografia:

  • Bella Ciao (2001), Marco Giusti e Roberto Torelli, ITA.

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.