Dalla Sharing Economy al capitalismo delle piattaforme: nuovi stili di vita del lavoratore on-demand

Chi non ha mai comprato qualcosa da Amazon.com? È incredibilmente conveniente! Tuttavia, quanti si sono interrogati sul modello di funzionamento e i costi sociali che esso comprende? Cosa si cela nelle ombre di questa convenienza? Dietro lo schermo, il lavoro è ridotto allo scambio di attività umana contro denaro. Si tratta del lavoro digitale, nel quale le piattaforme di intermediazione assumono un ruolo di rilievo.

 

Luci e ombre della “Sharing Economy”

 

Dall’affitto della casa al noleggio dell’auto, dal ristorante domestico al servizio di consegna, la Sharing Economy è cresciuta molto negli ultimi anni, con oltre 200 piattaforme operative in Italia e un giro d’affari stimato oltre i 3,5 miliardi (Acquaro & Dell’Oste 2017).

 

Tuttavia, il grande boom dell’Economia della Condivisione ha portato a includere erroneamente sotto questa etichetta pratiche molto lontane tra loro. Ad esempio, il modello economico di Airbnb e di Uber, due società che con le loro app e le loro piattaforme digitali sono entrate nell’immaginario sociale come “modello vincente” di Sharing Economy, in realtà ricade pienamente nel perimetro dell’economia tradizionale e, dunque, nelle logiche dello scambio di mercato.

 

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Si tratta del modello dell’on-demand economy, il quale comprende tutte le attività economiche basate sull’utilizzo di piattaforme internet che permettono l’incontro tra utilizzatore che richiede un bene o un servizio e un altro che è in grado di fornirlo “condividendo” il patrimonio di beni, competenze, tempo di cui è in possesso. Sebbene questo fenomeno sia interconnesso a quello della Sharing Economy, i due modelli rimangono distinti sul piano concettuale (Dagnino, 2015).

 

La cosiddetta Economia della Condivisione incoraggia nuove forme di consumo orientate all’utilizzo e non all’acquisto di un bene o servizio, basandosi sulle necessità che accomunano più persone.

 

Alcune forme di turismo o i casi di coworking (la condivisione di spazi di lavoro), rientrano a pieno titolo in questa categoria. Tutto il resto, invece, è legato alla on-demand economy: servizi e beni su richiesta.

 

Il lavoratore delle piattaforme

 

I lavoratori dell’on-demand economy sono considerati lavoratori autonomi dalle piattaforme digitali per le quali operano. Il crowdworking è la nuova forma di gestione della prestazione che sostituisce all’assegnazione di un compito a un lavoratore individuato dall’azienda una open call su piattaforma. In altre parole, chi si aggiudica la commessa può trovarsi in una qualsiasi parte del mondo rispetto al luogo in cui si trova il committente e può svolgerla nei tempi che ritiene opportuno (Rai Cultura Economia). Il crowdworking è parte del nuovo mondo del lavoro, e ha un potenziale di sviluppo positivo per la società. La flessibilità degli orari, la possibilità di scegliere i progetti su cui lavorare, la libertà da capi reparto e colleghi, nuove opportunità di lavoro sulle piattaforme all’interno di diversi settori e la possibilità di lavorare più a lungo, se c’è la necessità di guadagnare di più.

 

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Tuttavia, si tratta di lavoro precario senza coperture sociali, come indennità di malattia, ferie, contributi pensionistici o garanzie di salario minimo.

 

Le relazioni tra lavoratori e imprese sono provvisorie e in gran parte anonime, mentre quelle fra lavoratori sono quasi inesistenti. I lavoratori sono isolati l’uno dall’altro e la frammentazione della forza lavoro depotenzia la forza negoziale, vista la difficoltà dei lavoratori di organizzarsi in forme sindacali.

 

Implicazioni sugli stili di vita del lavoratore on demand

 

Dunque, sembrano coesistere due facce del lavoro contemporaneo in rete: da un lato, essere connessi appare liberatorio, attrattivo e sembra fornire ulteriori gradi di autonomia ai soggetti, dando la possibilità di costruire relazioni al di là dei tradizionali vincoli di tempo e di spazio; dall’altro, è proprio la connettività ubiquitaria, la possibilità di “esserci sempre”, a comportare l’indistinzione tra tempo di vita e di lavoro, l’indistinguibilità tra spazio della casa e luogo di lavoro, tra relazioni personali e rapporti professionali, inglobando una forma di controllo differente e più intensa, sia sul lavoro che sulla vita privata.

 

Per il lavoratore autonomo delle piattaforme si presentano sfide complesse da fronteggiare: rinegoziare continuamente un equilibrio tra la sfera della vita privata e quella professionale e attribuire una continuità alla propria carriera professionale, nonostante la frammentazione dell’esperienza lavorativa.

 

Mariangela De Leo, Laureata in Scienze dell’amministrazione Pubblica e Privata

 

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