Dall’espressione alla regolazione emotiva nel bambino: viaggio nelle potenzialità del sorriso

Il sorriso, in quanto competenza innata del bambino, evolve e si perfeziona nel corso dello sviluppo in rapporto alle varie esperienze che egli fa nei diversi contesti di vita. Il sorriso del bambino è un elemento fondamentale nell’interazione con le sue figure di attaccamento e, successivamente, diventa elemento modulatorio importante nella comunicazione con le persone significative che ruotano intorno a lui.
Durante le prime due settimane di vita del neonato, i sorrisi che egli esprime sembrano aver luogo automaticamente durante il sonno, mentre raramente egli sorride quando è sveglio: questo sorriso può essere considerato automatico, senza che sia necessariamente legato ad uno stato di gioia e di piacere specifico. A partire dall’età di circa 6 settimane, il sorriso del bambino inizia a trasformarsi, divenendo “sorriso sociale”: il sorriso si presenta in risposta ad un volto o ad una voce familiari o al contatto fisico/visivo con la madre.

Successivamente, il bambino comprende che, rivolgendo agli altri dei sorrisi, è possibile ottenere gratificazioni e ricompense piacevoli: attenzioni, coccole, vicinanza del caregiver.
L’aspetto davvero affascinante che caratterizza questa risposta “fisiologica” di ogni essere umano nei suoi primi mesi, se non settimane, di vita riguarda il fatto che, sebbene sia un’espressione innata, una madre e un padre raramente mancano di rispondere ad esso, rinforzandolo a loro volta, involontariamente, con i loro sorrisi, le loro parole e le loro risposte in generale, affinché il bambino stesso si senta gratificato e stimolato ad esprimersi nuovamente attraverso questo potente mezzo: il sorriso. È come se da parte dei genitori vi fosse una tendenza naturale, congenita ad interpretare ciò che il bambino cerca di esprimere con il sorriso, per cui egli entra a far parte di un’interazione in cui vengono attribuiti significati alle sue espressioni ed in cui egli si sente compreso in ciò tenta di esprimere e comunicare. Tutto ciò crea le basi dell’interazione tra genitori e bambino, di cui quest’ultimo è parte attiva. È su queste basi che si comincia a sviluppare quella che viene definita competenza emotiva. Che cosa significa essere emotivamente competenti? In che modo si concretizzano le diverse abilità di una persona emotivamente compentente?

Gli psicologici dello sviluppo descrivono tale competenza sulla base di tre componenti essenziali: l’espressione, la comprensione e la regolazione delle emozioni. Ciascuna di queste tre componenti rappresenta un aspetto rilevante dell’essere competenti dal punto di vista emotivo ed intrattiene rapporti con le altre due.

– L’ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI si realizza attraverso diversi canali comunicativi e precisi segnali non verbali, che consentono la traduzione di uno stato interno in un quadro espressivo ben visibile e riconoscibile dagli altri. Inoltre, consente di trasmettere i propri vissuti emotivi ad altri, ma anche di riconoscerli negli altri in una dinamicità di scambi sociali più o meno strutturati e complessi.


– LA COMPRENSIONE DELLE EMOZIONI riguarda la consapevolezza che l’individuo sviluppa sulle sue stesse emozioni come stati interni o mentali che stanno alla base delle motivazioni e delle azioni individuali durante gli scambi sociali. Saarni e Harris hanno utilizzato l’espressione “teoria della mente emotiva” per cui un bambino possiede una conoscenza consapevole delle emozioni come propri stati interni.

– LA REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI è stata definita da Thompson (1994) come l’insieme dei processi estrinseci e intrinseci coinvolti nel monitoraggio, nella valutazione e nella modifica delle reazioni emotive, in particolare focalizzandosi sull’intensità e la durata. È proprio grazie a questi processi che i bambini attingono alle risorse in loro possesso per fronteggiare le situazioni di vita più o meno difficoltose nel modo più efficace possibile.

Un paradigma di ricerca che ad oggi costituisce uno dei punti di riferimento più importanti in ambito sperimentale è quello proposto da Tronick. Tronick è professore associato presso i Dipartimenti di Pediatria e Psichiatria della Harvard Medical School di Boston, nonché ideatore dell’esperimento chiamato Still Face, o del Volto Immobile. Il paradigma
sperimentale dimostra quanto sia importante il processo di autoregolazione emotiva, sopra definito, nel rapporto di reciprocità tra mamma e bambino, mettendo al contempo in evidenzia in modo eclatante come ad esempio una mamma depressa non sia in grado di far fronte all’aspettativa di risposta del bambino nei suoi confronti, mettendo a rischio il suo sviluppo emotivo e, di conseguenza, la sua competenza emotivo-relazionale. L’esperimento del volto immobile, nel concreto, mostra che quando la mamma sospende la sua “relazione visiva” con il bambino di pochi mesi, non scambiando più sorrisi ed espressioni di imitazione, quest’ultimo vivrà un forte stress emotivo, pur continuando a guardarlo negli occhi. Più che una spiegazione teorica e nozionistica dell’esperimento, credo che nulla meglio della dimostrazione reale di questo straordinario paradigma possa rendere l’idea della portata innovativa della riflessione di Tronick.

 

Per concludere questo excursus intrapreso in occasione della Giornata Mondiale della Risata, sento di poter a buon ragione ritenere che il sorriso, come qualsiasi altra espressione dell’essere umano, rappresenta uno strumento modulatorio e co-costruito nel contesto delle relazioni intersoggettive, sin dai primi periodi di vita. Se questo è ormai un dato di fatto, altrettanto scontato non può essere tuttavia considerato quell’insieme di riflessioni che una tale consapevolezza ci pone dinanzi: quanto sono importanti le nostre espressioni? Cosa comunicano agli altri e cosa ci permettono di ottenere? Come gli altri interpretano il nostro volto? Quali opportunità ci schiarirebbe una competenza emotiva efficace?
Ed infine, se un’espressione facciale è in grado di fare così tanto, perché non credere di più nei mezzi più semplici e scontati che la natura ci ha fornito (il sorriso)? Perché non provare a salvare noi stessi e gli altri con gli strumenti dell’emotività, prim’ancora che attraverso grandi ed iperboliche opere? Questo articolo è informazione, sì, ma è anche invito alla riflessione metacognitiva sul sorriso interiore che ognuno di noi custodisce e sulle sue enormi e non scontate potenzialità.




Antonella Spinelli

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Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.