Dicotomenica #12 – NIRODH

#‎Nirvana‬ ‪#‎Nirodh‬ ‪#‎SèperSè‬ ‪#‎nientediniente‬ ‪#‎Noumeno‬ ‪#‎Jhana‬ ‪#‎inconscio‬ ‪#‎dubbiodeldubbiodeldubbio‬ ‪#‎TEMPO‬
La psiche umana, come qualsiasi interfaccia autoalimentata dalla necessità di adattamento, corre verso sempre più comfortevoli possibilità di sopravvivenza che possano rendere l’esistenza sempre meno dominante e austera nella sua non curanza di chi in essa vi abita: vedi il pessimismo cosmico di Leopardi.
Tutto questo strenuo lottare non è altro che l’immagine di Don Chisciotte contro i mulini a vento, a sua volta metafora dell’intestina guerra che spinge a scendere in campo l’uomo e le illusioni.
Sì, perchè la migliore interfaccia è capace di reagire al reale con senso reale e forse si parlerebbe di automatismo poichè la soggettività scomparirebbe. Tuttavia non siamo ingranaggi, pur potendo trasfigurarci e diventarlo: benchè ci riuscissimo, la nostra vita avrebbe avuto dei precedenti diversi rispetto a quelli di una vite in acciaio, e tale alienazione sarebbe frutto di un itinere non di programmazione.
D’altronde è giusto anche dire che gran parte della nostra vita è automatizzata e gran parte non lo è, anzi rientra in un dominio che pare non esser il nostro.
Sebbene questo incistarsi di certezza e incertezza e pur avendo finora forse asserito il fatto che la nostra non sia poi un’interfaccia eccellente, essa è indubbiamente possidente del più ampio ventaglio opzionale reattivo a un singolo stimolo X: da nessuna parte come nelle mura del nostro cervello è possibile un’elaborazione di risposte variabili altresì in quantità e qualità.
Ci sarebbe un intero discorso da sviluppare prima di arrivare alla parola ”Nirodh”, ma in questa sede piace mantenere un certo spirito di realtà degli eventi e quindi il vocabolo in questione verrà presentato esattamente allo stesso modo in cui si è palesato alla mente di chi ora vi sta scrivendo e trasponendo.
– Nirodh, totale cessazione della coscienza –
Il Nirvana si ritiene essere lo stato di completazione meditativa massimo nel buddhismo e nel senso comune, tuttavia non è proprio così.
La riflessione buddhista vuole il Nirodh in sommità e al di là del Nirvana, descrivibile come l’8° degli 8 jhana, ossia i livelli di meditazione ai fini della penetrazione autocosciente.
Il Nirvana è definito come livello/jhana de “la non percezione e non non-percezione”.
Presupponendo che l’obiettivo della meditazione è rientrare nell’essenza più intima del nostro essere e in più ritenendo che la purezza si raggiunga liberandosi dai prodotti della capacità sensibile umana, chi abbraccia queste idee ritiene che tali prodotti debbano essere appunto accantonati via se ci si vuol ritrovare dentro di sè in purezza.
E’ indubbio che la nostra identità trascende il nostro status sociale, economico ecc. più identificabili come oggetti-Sè in cui il Sè per ragioni endogene o esogene investe le sue energie.
Ma l’energia-in-sè, il Sè-per-Sè è sepolto da tutti questi vestiti legati alla temporalità esterna seppur vissuta con padronanza: prova ne è il vissuto originale di chi sceglie, con coerenza ai propri fissi valori, quelli che sono i prodotti che devono influenzare la propria esistenza.
In tali prodotti ritroviamo l’agire del Sè-per-Sè che, anche in minima parte, si è adattato all’esterno finendo così per non darci la possibilità di contemplare il suo reale volto: a causa di ciò non è epistemologicamente possibile ricuperarlo dal suo aspetto superficiale, poichè esso è il lato agente e dinamico di un rovescio statico e immutato seppur quasi impalpabile.
Spogliandoci dunque di ogni stimolo che possa influenzare la nostra concentrazione (con non poca fatica), riusciamo a focalizzare, distruggendo distruggendo, la distruzione stessa: la non percezione prima citata.
Se vogliamo identificare l’azione del ridurre in polvere, finiamo per pensare alla polvere dapprima, al vuoto poi Emoticon smile non-percezione)
L’apice di questa jhana è eliminare anche il vuoto Emoticon smile non non-percezione).
Poichè immaginandolo lo si circostanzia rendendolo ”spazio” vuoto e non solo vuoto, è necessario letteralmente svuotarsi finchè non rimane altri che il tempo e un sospeso stato di concentrazione sulla connaturazione itinerante delle cose, senza le cose.
— Chissà che il flusso di coscienza utilizzato nelle pratiche terapeutiche non è altro che il decorare un niente dagli sconosciuti confini, esattamente come all’esterno è l’uomo che ”è calato” nel kantiano fenomeno nel momento della nascita segnando così l’inizio della guerra col proprio noumeno, appunto il succitato niente, in cui noi siamo unici ad esistere, agenti e agiti, e da cui pare quasi giustificarsi ontologicamente l’inconscio in sè e il principio di piacere (tipica legislatura solipsistica, di un non luogo definibile in termini di società in cui è invece necessario il principio di realtà).
Col Nirvana si apre il non-mondo in cui la nostre psiche era interamente contenuta nei suoi primi momenti di vita, il non-mondo che da dentro chiede come se non ci fosse altro là fuori. —
Questo è Nirvana, termine così abusato e forse il suicidio è stata un’ottima intuizione del non-mondo di Cobain.
E Nirodh?

– Cruz

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