Dicotomenica #15 – L’illusione di principio

Empatia vs Exotopia
‪#‎einfuhlung‬ ‪#‎vnenachodimost‬ ‪#‎iochi‬ ‪#‎dentrofuori‬ ‪#‎fuoridentro‬
Si legga il titolo cerandone il senso letterale e ”più primo” possibile: in questa Domenica autunnale, sempre passeggiando lungo il fil rouge delle questioni improvvise, la cui origine più che il risultato cui esse vertono è il vero dilemma, riprenderemo una tematica più volte levigata nel corso di questo appuntamento settimanale.
La tematica è il ”chi è io?”, o meglio, cosa posso definire come necessario costituente della mia soggettiva e unica unicità?
Cosa invece mi appartiene e che di me, forse ormai tempo fa, non era per nulla parte influente? Cosa invece non mi riguarda affatto?
Il principio di realtà è il punto fermo da cui scaturisce l’esame del reale, il quale, se non patologico porterà riflessioni alla base della nostra sanità, minabile dal principio di piacere sempre pronto a sopraffare quello di realtà per distorcerne l’esame derivante e piegarlo in modo da giustificare i propri impulsi più reconditi e socialmente inaccettabili.
Un quadro identitario che voglia mantenere su di sè la luce del reale configura e seleziona gli oggetti-Sè, le immagini di Sè all’interno del suo insieme di contraddizioni piu che naturali.
Il problema ed il bello sono le contraddizioni.
Sappiamo di noi alcuni aspetti che ci sono in media, ma che nello specifico potrebbero essere oggetto di critica poichè contraddetti da nostre azioni, atteggiamenti circostanziati ma pur sempre accaduti.
Sappiamo di noi alcune scelte etiche e valoriali, altre meno. Sappiamo che alcune tra esse sono state consolidate per nostra scelta intima, intuitivamente, in tenera o tarda età. Altre invece dedotte da esperienze penose o di vivo apprendimento in relazioni dialogiche con l’altro.
La dicotomia in fondo non è che l’io e l’altro, da molte Dicotomeniche.
Poichè la cultura è stata prodotto vivo, in essa troviamo la vita se siamo fortunati a capire dove cercare i nostri soggetti.
I soggetti siamo io e l’altro, così come nel campo letterario e teatrale russo nello specifico durante il secolo scorso vi era l’io e l’altro nelle speculazioni about Immedesimazione (empatia) e Straniamento (exotopia-formalismo).
Tale squisita diatriba ha interessi puramente estetici: ci si domandava quale fosse la via migliore per cogliere il piacere nell’avvicinarsi all’alterità, se immergendovisi ad occhi chiusi e cuore aperto o se allontandavosi a distanza ottimale per vedere ogni aspetto dell’oggetto contemplato e giungere alla purezza voyeurista, cui si oppone quella esibizionista dell’opposto approccio succitato.
Difficile rispondere senza proteggersi nel metafisico punto al di sopra del fango in cui sedersi e affermare che le cose siano da integrare, dialettizzare per giungere alla purezza pura. Probabilmente però è così, anche se prima di ovviare senza presa di coscienza, andrebbero analizzati alcuni passaggi di belligeranza tra le due parti nel conflitto implicate, e poi, di lì solo e soltanto, poter immaginare un trattato di pace che sia realistico.
La guerra è sostanzialmente in questi termini:
– L’immedesimazione empatica promette qualcosa di superiore al formalismo exotopico poichè sostiene la possibilità di una coincidenza tra sè e l’altro, sia esso un atteggiamento, un’intera ottica.
Attraverso il suo modo di concepire la relazione con l’altro in maniera pragmatica, viene accusata di essere nient’altro che una mera imitazione tra l’altro illusoria: il formalismo, dall’alto della sua presa distanza, accusa l’approccio empatico di spingere all’altro da Sè con una perdita del proprio Sè così totale da essere innanzitutto molto difficilmente raggiungibile e soprattutto paradossale, poichè abbandonando le proprie vesti per indossarne altre non è giustificata, chiara la magia per cui istantaneamente verrebbero capite le nuove a discapito delle vecchie che indossiamo e che ci indossano.
E’ cognitivamente impossibile per i formalisti.
Il percorso per questi ultimi non è nel segno della perdità di Sè, ma nell’osservazione dell’altro da incarnare, operazione prettamente creativa e perciò basata sul proprio Sè da non disgregare ma da ”ampliare” nelle forme che già possiede, anche in virtù del valore etico di coscienzialità dell’agire il quale sarebbe perso se perso è il soggetto operante. –
— Tuttavia, queste forme nuove, ma non troppo, non sono frutto di immedesimazione totale ma non depersonalizzata? Ma per questa immedesimazione non depersonalizzata non è forse necessario il monito di viva soggettività del formalismo? —
— Immedesimazione e Straniamento forse non sono che le due fondamenta dell’unica cosa: la comprensione reale del significato delle cose, che banalmente sappiamo essere positive e negative a seconda dei casi, che intuitivamente sappiamo ormai essere contraddittorie.
Se non ci fosse contraddizione, sarebbe giusto immergerci nell’ignoto nel miglior/peggior modo possibile senza nemmeno contemplare la necessità di una luce per riemergere e vedere dall’esterno, poichè incontemplato sarebbe l’esterno e per giunta la sua necessità —
: “Dall’interno di sé la vita non può generare una forma dotata di valore estetico, senza superare i propri limiti, senza cessare di essere se stessa […] Dall’ interno dell’ esperienza vissuta la vita non è tragica, non è comica, non è bella e non è sublime per chi materialmente la vive. Soltanto in quanto supero i limiti dell’ anima che vive
la vita, occupo una ferma posizione fuori di essa, la rivesto attivamente di una carne esteriormente significante” (Michail Bachtin)
Credits: Donato Rizzi

-Cruz

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