Dicotomenica #17 – Speciale Halloween

Il ”Faust” di Johann Wolfgang Goethe
– Fausto vs Mefistofele: il patto faustiano –
Tre arcangeli ammirano l’opera del Creatore, «insondabile» come la sua Mente, mentre Mefistofele (un diavolo) la critica nel vedere che l’uomo si tormenta usando il «lume celeste», cioè la ragione, «solo per essere più bestia di ogni bestia».
Mefistofele vuole scommettere con Dio che riuscirà a portare alla perdizione l’integerrimo medico-teologo Faust; Dio non accetta la scommessa ma gli dà il permesso di tormentare Faust, così che il dottore non sia mai indotto a riposarsi o arrendersi:
«finché vive sulla terra, ciò non ti sarà vietato; erra l’uomo finché cerca», poiché solo sbagliando egli si approssima alla verità.

Nonostante la sua eminenza scientifica, il dottor Faust è annoiato e deluso dalla vita e dalla finitezza umana: dopo aver studiato filosofia, alchimia, diritto, medicina, teologia, che gli consentono soltanto di fingersi sapiente, è convinto di saperne quanto prima, e che in fondo «nulla ci è dato sapere». Per questo si è «dato alla magia», nella speranza che qualche spirito lo aiuti a penetrare i segreti della Natura. Scorgendo in un libro il segno del macrocosmo, simboleggiante la totalità della creazione, si inebria di una tale visione, subito però allontanata trattandosi solo di uno «scenario». Rivoltando con dispetto le pagine si imbatte allora nel disegno dello spirito elementale della terra, forza immanente della Natura che «tesse la veste vivente di Dio»; colto da ispirazione lo invoca, ma non riesce a reggerne la vista.

Subentra il suo assistente Wagner, fiducioso nel progresso umano della conoscenzFaust, tra sé e sé, schernisce la sua illusione che basti tramandare la parola scritta per elevare sempre più in alto lo scibile umano: se una parte dell’uomo vuol sollevarsi dalla polvere, l’altra si aggrappa al mondo in una bramosia d’amore: «DUE ANIME VIVONO NEL MIO PETTO».
I suoi cupi pensieri spingono Faust a «volgere le spalle al dolce sole della terra» e ad avvelenarsi. Mentre porta alle labbra la coppa del veleno, però, ode un suono di campane e di cori religiosi annuncianti il giorno di Pasqua, che gli fanno tornare alla mente la sua infanzia quando prestava servizio in chiesa. Desiste allora dal suicidio.

Brevi dialoghi di personaggi di ogni età e ceto sociale, dipinti da Goethe con magistrale realismo, descrivono l’ambientazione storica. Faust riceve elogi e ringraziamenti per essersi più volte prodigato con suo padre nella cura delle epidemie, ma confida a Wagner di non meritarli perché in realtà «con pozioni infernali funestammo queste valli assai più della peste».
Calata la notte, dopo che un cane nero lo ha seguito fin dentro lo studio, Faust alla ricerca di un’ispirazione apre il Nuovo Testamento e vi legge il prologo di Giovanni: «in principio era il Verbo». Sforzandosi di tradurlo in maniera più consona, intuisce che il Principio della realtà non sia propriamente la «parola», né il «pensiero», né la «forza», bensì l’«atto»: l’azione nel suo farsi dinamico.
l cane disturba però le sue meditazioni, ringhiando e gonfiandosi in maniera innaturale. Faust rivolge contro di lui lo scongiuro dei quattro elementi (Salamandra, Ondina, Silfide e Coboldo) che non sortisce però alcun effetto perché l’animale non è posseduto da un elementale, bensì da uno spirito infernale. Esplodendo fa allora la sua comparsa Mefistofele, in veste di «chierico vagante». Si presenta come lo «SPIRITO CHE NEGA», cioè che distrugge e non tollera la nascita e la vita. Faust cerca di trattenerlo, egli però vorrebbe andarsene per tornare in seguito, ma è impossibilitato a uscire perché sulla soglia è tracciato il pentagramma, cioè la stella di Davide simbolo di Cristo. Un topo viene indotto a rosicchiarlo, e Mefistofele può andar via.
Mefistofele ritorna nella scena seguente, e propone a Faust di fargli «sperimentare LA LEGGEREZZA E LIBERTA’ DELLA VITA».
Faust dapprima oppone resistenza, maledicendo il peso della vita umana, col suo carico di sogni, di amore, speranza, fede, e soprattutto pazienza, che adulano l’anima. Di fronte all’insistenza di Mefistofele, tuttavia, accetta di stringere un patto: il diavolo lo servirà con i suoi poteri magici per un determinato periodo, alla fine del quale però, solo se egli godrà al punto tale che «DIRO’ ALL’ATTIMO: SEI COSI’ BELLO! FERMATI!» il diavolo prenderà l’anima di Faust, che sarà dannato in eterno. Ma a lui, del resto, dell’al di là interessa ben poco, una volta abbandonato questo mondo da cui soltanto sgorgano le sue gioie. Mefistofele, consapevole che se nessuna gioia soddisferà Faust questi continuerebbe comunque a dannarsi, gli fa firmare il patto col sangue, e lo invita a godere finalmente della gioia di vivere, smettendo di ingrigirsi nei suoi pensieri perché
-«chi filosofa è come un animale che un folletto malvagio fa girare in tondo su un campo disseccato, mentre intorno bei pascoli verdeggiano»-
Facendosi beffe della cultura accademica, impelagata in rigidi formalismi, Mefistofele si traveste da Faust per ricevere uno studentello impacciato venuto nello studio del dottore a chiedergli consiglio su quale facoltà universitaria scegliere. Più che a «sudare per la scienza», lo invita a cogliere l’attimo, e ad imparare «a trattar le donne: i loro eterni ohi e ahi, che non finiscono mai, si curano tutti da un unico punto». Si congeda quindi da lui scrivendogli una dedica: «Eritis sicut Deus, scientes bonum et malum».
La prima tappa della nuova vita che Mefistofele ha promesso di far godere a Faust è una taverna di Lipsia, la cantina di Auerbach, dove quattro bevitori, anziane matricole universitarie, fanno baldoria pervasi dall’ebbrezza del vino. Faust però assiste annoiato alla scena, mentre Mefistofele si prende gioco di loro facendo magicamente zampillare del vino che poi cadendo a terra prende fuoco. Allontanatisi a cavallo di una botte, Mefistofele conduce Faust nell’antro di una famiglia di Gatti Mammoni. Qui, servendosi dell’aiuto di una strega che fuoriesce da un pentolone, ordina che a Faust venga somministrato un filtro per farlo ringiovanire. Nel prepararlo, la strega declama la filastrocca dei numeri:
«Devi capire! Da Uno fai Dieci, il Due lascialo andare, il Tre prendilo subito, così sei ricco. Il Quattro lascialo perdere! Poi col Cinque e il Sei, dice la strega, fai Sette e Otto, così è perfetto. Il Nove è Uno, il Dieci è nessuno. E questa è la filastrocca delle streghe».
La pozione viene quindi fatta bere a Faust, la cui attenzione è rivolta però ad un’immagine di donna riflessa da uno specchio.
La donna è Margherita, e dopo numerosi avvicendamenti con questa figura il cui tramite è Mefistofele, lui arriva a giurarle amore eterno e tutto va bene fino a quando questa relazione tenuta in segreto non viene a galla, andando a distruggere la famiglia della fanciulla e la fanciulla stessa. Dopo questa lunga e appassionante parentesi, se ne apre un’altra il cui valore di ricerca non è più la purezza incarnata da Margherita, ma la sfera del mondano e degli agi: qui Faust sperimenta una nuova forma di amore con Elena di Troia, da cui sarebbe poi nato Euforione, destinato tuttavia a morire molto precocemente.
FINALMENTE LA FINE: Faust si stabilisce in un appezzamento costiero, applicandosi costantemente per bonificare la zona.
È molto vecchio ormai, e l’Angoscia (un diavolo che personifica la depressione) lo tenta continuamente, e per farlo cadere nello sconforto lo priva della VISTA. Ma Faust non si abbatte neanche nella cecità. Immaginando un futuro roseo dove un popolo laborioso e libero avrebbe realizzato grandi opere per la propria felicità, Faust afferma che, se fosse vissuto tanto da vederlo, avrebbe desiderato che quell’attimo si fermasse:
« Potrei dire a quell’attimo:
fermati dunque, sei così bello!
Non potrà mai l’orma dei miei giorni terreni
per volger di eoni scomparire.
Presentendo in me quella felicità tanto grande,
ora godo l’attimo mio più alto. »
(Faust, subito prima di morire)
Mefistofele non capisce, e crede che Faust stia davvero chiedendo a quell’attimo di fermarsi. Perciò, fa morire Faust, convinto di aver vinto la scommessa. Vedendo come l’ardore di Faust sia stato vinto infine dal tempo esclama:
« Passato! che parola sciocca. Passato e nulla sono la stessa cosa! A che pro dunque l’eterno creare? Per far sparire il creato nel nulla. Che senso ha quel che è passato? Come se non fosse mai esistito, eppure gira in tondo, come se fosse qualcosa.
Ma io preferisco il Vuoto eterno. »
(Mefistofele)
— L’IMPASSE narcisistica è un concetto psicologico utilizzato per riassumere la condizione esistenziale di Faust prima che il suo patto faustiano, per l’appunto, si sciolga sul punto di morte.
Il patto faustiano anch’esso piegato dalla psicologia per inquadrare aspetti della psiche in un unico concetto ben sostenuto, è dunque la condizione pragmatica che inaugura e sopravvive ripetendosi in uno stato di impasse: decidendo noi di voler mantenere Dio e il diavolo come Faust, orientandoci nell’indecisione come forma di decisione, cadiamo automaticamente in uno stato di impasse, che ricorda un loop pur essendo in grado di dare esperienze variopinte. Faust avrebbe dovuto dall’inizio decidere se orientarsi a ciò che RIscopre in punto di morte o se una volta per tutte commettere il gesto estremo. Non compiendo il suicidio E al contempo non rinunciando alle motivazioni suicidarie, entra in uno stato di sopravvivenza paradossale, creativo e distruttivo insieme, che senza Mefistofele a sostenere con una promessa, cadrebbe perchè irrealizzabile: nei disturbi BORDERLINE, Mefistofele sembra essere il prodotto della DISSOCIAZIONE e il motivo per cui nonostante il VUOTO dai borderline sperimentato, essi non riescano ad uscirne perchè seppur inconsciamente riconosciuto come appagante. Questo vuoto appagante è dunque in sè per sè l’impasse, o comunque dell’impasse è padre/madre e Mefistofele è un’ottima figura per riassumere. —
Faust non va all’inferno perchè la grazia di Dio riconosce in lui un mai morto spirito di ricerca all’infinito, il quale ha anche praticamente sconfitto Mefistofele, che ha lavorato per lui senza portarlo alla dannazione: la conclusione è scritta da Goethe e se fosse psicologia, sarebbe corretta. Lo spirito di ricerca salva dal perdersi, ma a quando è fissata la data del ritrovarsi, non è dato saperlo e nemmeno dopo quanto perdersi. Una cosa è certa: Mefistofele è morto da sempre.

– Cruz

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