Dicotomenica #18 – Stra Volto

Parole nella bottega fiorentina di Agostino Dessì, maestro e padre di almeno 40mila maschere

Sono il mostro che si cela sotto la maschera del mostro. (Dylan Dog)

Chiunque, ma davvero chiunque, ha goduto sino ad oggi di abbastanza occasioni per vivere sulla propria pelle l’esperienza della maschera. Il semplice classificare, il porre in una categoria è operazione mentale automatica, non soggetta all’assolutezza, certo, che in sè ha il prodotto della definizione. Diversificare attraverso sezioni, categorie, insiemi, è una processualità successiva all’aver dato un nome a tutti gli elementi che del caos fanno parte. Dunque distinguo e, dopo, raggruppo. Si potrà dire che in alcuni casi, a mio avviso spesso nefasti, si raggruppa per poter definire. Nell’incertezza è valido tutto purché però sia d’aiuto all’ordine mentale necessario in situazioni caotiche, poco chiare. La maschera è incerta. È un accessorio del volto nel suo essere volto o per dirla a ritroso è un volto accessorio al volto. Definirla come accessorio sarebbe un insulto al fatto che essa nel Teatro, da cui nasce e a cui è strettamente legata al punto da poter dire che è il Teatro ad essere nato per mano della maschera, non è semplicemente un costume. Il costume è già un modo di mascherarsi ma non veste il volto. Vestire il volto è l’atto costumistico massimo in quanto ci tocca nell’intimità: senza andare troppo sotto i vestiti, ironicamente. È questione intima perché l’espressione massima della nostra individualità è il volto, la facies direbbero i latini. Persino i sassi, tutti uguali, di decine di tipologie, sono divisi banalmente in facies nella geologia. È banale ma radicale: non ti restano che i volti in mezzo a tanta somiglianza e differenza che, così alla pari nella loro opposizione, sembrano condannarti alla perdizione di te, di tutto. Ironia della sorte, dopo aver valicato una travicciola di legno necessaria a contenere sia un vivacissimo Yorkshire entro il negozio, sia clienti e inopportuni che avrebbero potuto rovinare il sottile equilibrio tra straripanza di stimoli e disordine più totale, entro nella bottega del Sig. Dessì e la prima cosa che riesco a formulare e a dire con vergognosa naturalezza è: “Il suo volto mi ricorda quello di un altro artista. È impressionante la somiglianza con @Francesco Paramananda Russo.”
A quel punto sento dentro di me l’ammonizione dei muri della bottega: decine e decine di voci, tante quanto erano le maschere che dai muri fuoriuscivano, mi stavano avvertendo del fatto che dopo un’altra stupidità del genere e da quell’uomo non avrei sentito più una parola capace di farmi tornare a casa stravolto. Come si fa a parlare di somiglianze ad un uomo che ha fatto tutte queste maschere? Niente di più banale avrei potuto proferire. Neanche impegnandomi. Domando quanto sia il tempo e l’ammontare dei manufatti poiché davvero non v’era pezzo di parete nudo. Maschere ovunque, di ogni tipo, forma, colore, materiale, grado di raffinatezza, valore commerciale. “In media lavoro per 1000 maschere l’anno. Son 40 anni che lo faccio..” risponde, “40mila” deduco con faccia stravolta. Preso dall’entusiasmo del momento, con fare infantile e sincero, cerco di condurre l’attenzione del Maestro su alcune delle sue maschere dalla tematica “Cyborg”: ingranaggi, anelli, addirittura carrucole ad indicare forse il flusso dei pensieri, e la freddezza del metallo pesante. Mi sembra di vedere il Maestro, nella sua indole artistica, dietro i sottili ingranaggi e dietro questa tematica cyborg che tanto spicca nella sua eccentricità tra tutte le maschere presenti, più classiche. A questo punto il maestro Dessì si lascia un attimo andare nelle lenti dei suoi occhiali e i suoi occhi si fanno più vicini, come quando lo immgino lavorare per le sue preziose opere: “Avrei voluto tanto imparare l’arte dell’orafo”. Non saprò mai se il suo stile e la sua personalità siano rappresentate davvero nel tema cyborg, come io credo.

Perché cercare di capire qualcosa di personale dell’artista? Non è forse invadente tale atteggiamento? Probabile che lo sia ma vuol essere solo un modo per capire meglio l’artista in quanto esso non è che magnifica maschera di un uomo normale, nudo e semplice come tutti gli esseri umani che però nell’arte ha trovato il modo di indossare qualcosa che almeno in volto lo renda diverso. L’artista ha tanti modi per comunicare perché davvero sono molte le cose e i modi di comunicarle e di lui, nella sua varietà espressiva, non resta che l’essere umano e la sua Storia a far capire all’osservatore il perché della varietà a volte immotivata e, per ciò, distruttiva di ogni filo conduttore tra due opere dello stesso artista. Se non sapessimo che il Sig. Dessì volesse lavorare i metalli troveremmo davvero singolare il constatare anche un semplice elemento cyborg nella sua bottega se non supponendo alla base meri motivi di commercio. Meri, appunto. Concludo con il pensiero su cui egli si è di sua spontanea volontà soffermato: “se questa stessa maschera la proviamo tutti noi presenti qui adesso, ogni volta sarebbe estremamente diverso”. E ancora “Provate, fate aderire bene agli occhi..” ripeteva giocoso e sornione. E di lì partì un valzer di mani che impazzite scambiavano tra di loro le emozioni appena provate con una maschera, per provarne un’altra con un’altra emozione. Un pensiero semplice ma che vi assicuro ha una grossa verità se lo applicaste nella fantasia non con le solite maschere strafamose, ma con una maschera più anonima. Ancor meglio con una delle maschere di Agostino Dessì che nella loro leggerezza e semplicità nascondono, all’occhio meno attento, l’accortezza dell’artista nel suo ponderare linee facciali che nella quotidiana osservazione si sottovalutano: in alcune c’era solo differenza nell’altezza del labbro, in uno zigomo più esposto, in una fronte un po più alta. Quelle che sulla maschera erano piccolezze, divenivano sul volto, su ogni volto un oceano impensabile di differenze nell’atto dell’indossare. Con la stessa maschera, qualcuno era “più mostro dell’altro”, e, con un’altra, qualcun’altro lo era più di altri.
Un caro saluto ad Agostino Dessì, il maestro delle maschere di Via Faenza.

– Cruz

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Autori Freelance

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