DICOTOMENICA #19 – La parola giusta – Ditegli sempre di sì/Chill’ è pazzo

« Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro »
(Da un manoscritto di Eduardo)
Assieme al quasi coetaneo Antonio De Curtis, meglio noto come Totò, rappresenta senz’altro al massimo la teatralità italiana scavando gli aspetti umanistici della quotidianità con estrema sagacia e tutta la napoletanità, il ghigno partenopeo famosi al mondo intero per il creare e lo svelare menzogne: da questa capacità, forse solo del popolo napoletano, forse solo della gente del meridione o forse ancora esclusiva peculiarità dell’intera popolazione italiana, emergeranno in tutto il loro splendore opere da ambientazioni, dialoghi, ma soprattutto personaggi di un realismo così stretto che apre le porte ora al banale e ora al riflessivo da un momento all’altro.
Meglio ancora possiamo dire senza nessun timore che nell’unire superficialità e profondità di pensiero vediamo la prosodia espressiva napoletana di questi due immensi capisaldi serpeggiare e mordere fugace, aprendo alla nostra mente verità che spesso già si sanno ma che le convenzioni celano: in due parole, la satira vera.
A volte per agenda setting, o per meglio dire a causa delle priorità culturali che aprioristicamente abbracciamo tacitamente, a volte invece per semplice e innocente ignoranza, passano nel dimenticatoio figure di un certo calibro e con esse intere eredità culturali spesso abbandonate per lasciare il posto alla novità: forse la commedia italiana attuale, poichè rispecchia un popolo diverso rispetto a quello di 30, 40 anni fa, ha più senso di quella di Eduardo o dello stesso Totò, o probabilmente quella eredità la si sta semplicemente perdendo a causa di influenze culturali esterne al nostro Paese, o peggio ancora interne se pensiamo al fatto che l’ironia è una vera e propria cultura legata ad un preciso popolo.
Pensiamo allo humour inglese e confrontiamolo con quello che adesso nelle grandi sale è il nostro stile comico.

WIKI:
Eduardo De Filippo, noto anche semplicemente come Eduardo (Napoli, 24 maggio 1900 – Roma, 31 ottobre 1984), è stato un drammaturgo, attore, regista, poeta e sceneggiatore italiano. Fra i massimi esponenti della cultura italiana del Novecento, è stato autore di numerosi drammi teatrali da lui stesso messi in scena e interpretati e, in seguito, tradotti e rappresentati da altri anche all’estero. Autore prolifico e versatile, lavorò nella sua lunga carriera anche nel cinema con gli stessi ruoli ricoperti nell’attività teatrale. Per i suoi alti meriti artistici e i contributi alla cultura, fu nominato senatore a vita dal presidente della repubblica Sandro Pertini. Fu anche candidato per il Premio Nobel per la letteratura.
Ad appena 48 ore dalla morte di Luca De Filippo, figura di spicco del teatro italiano, parliamo oggi di Eduardo De Filippo, suo padre.
Dopo aver letto questa breve nota bibliografica che inquadra il peso avuto da Eduardo nell’intera cultura italiana, passiamo alla dicotomenica vera e propria: oggi riflettiamo sul parlare esplicitamente, dire le cose alla lettera. Il protagonista della commedia è Michele Murri.
Michele, appena uscito dal manicomio, torna a casa dove lo attende la sorella Teresa, che è la sola a conoscere i suoi trascorsi di pazzia. Michele sembra guarito, ma prende alla lettera tutto ciò che gli viene detto e, credendo che la sorella voglia sposare Don Giovanni, suo padrone di casa, ne parla alla figlia Evelina. Al pranzo di compleanno dell’amico Vincenzo Gallucci, un altro equivoco viene generato da Michele che invia un telegramma al fratello di Vincenzo per annunciare la morte dell’amico. Nel finale, la pazzia di Michele torna a farsi più evidente: diffonde la falsa voce che il giovane Luigi, il corteggiatore della figlia di don Giovanni, è pazzo, e quindi cerca di tagliare la testa al povero giovane, per guarirlo;

« La causa di tutti mali,dov’è? Nella testa! »

(Michele Murri, Ditegli sempre di sì)

Michele viene fortunatamente fermato in extremis dalla sopravvenuta sorella e riportato in manicomio. Essere realistici è da pazzi? Dire sempre il vero non è forse l’insegnamento fondamentale che sin da piccoli ci viene mostrato? Le convenzioni sociali sono davvero basate sulla realtà? Essere realistici ci permette di avere quanti amici? Vi rimando alla ricerca dei concetti ”pensiero operatorio concreto” e ”pensiero operatorio formale”, forse vi saranno d’aiuto, ma mai quanto Eduardo e il suo giornalismo d’altri tempi, forse peggiori, ma forse migliori. Nel dubbio, dite sempre di sì.

– Cruz

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