Dicotomenica #21 – Pagina scritta/Pagina bianca

Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo (1760-1767) è un romanzo di Laurence Sterne che consta di nove volumi. Ruota intorno alla figura di Tristram ed è scritto in forma autobiografica. Sembra incompiuto e si ferma all’infanzia del piccolo Tristram.
In realtà non c’è una vera e propria trama: il romanzo compie il ritratto umoristico di una famiglia e delle persone che entrano in contatto con i suoi componenti, come il padre di Tristram, il geniale Walter, la madre molto posata ma un po’ ottusa, lo zio Toby, un ex ufficiale dell’esercito, troppo pacifico per la sua professione, il parroco Yorick, che si distingue per ingenuità e umorismo, il caporale Trim e la vedova Waldman. Il narratore, cioè lo stesso Tristram, interviene e commenta il corso del processo di scrittura o le disgraziate vicende che lo hanno coinvolto fin da prima della sua nascita.
Universalmente considerato il capostipite del romanzo moderno è un’opera decisamente insolita, che fa parodia e sperimentazione delle strutture narrative allora in voga, tanto che alla fine si scoprirà che la narrazione ha coperto solo una giornata di vita della famiglia. La nuova concezione del romanzo di Sterne si manifesta anche nelle stranezze tipografiche: una pagina completamente bianca, un’altra nera, una marmorizzata, i capitoli a volte di una sola frase. Viene considerato un antiromanzo in quanto rompe completamente con le convenzioni del romanzo tradizionale, attraverso le digressioni nella narrazione, l’uso innovativo della cronologia (flashback/flashforward) l’assenza di una vera e propria trama. Viene considerato anche un metaromanzo, in quanto all’interno troviamo riflessioni sui processi narrativi di scrittura e sulla natura del romanzo in sé.
L’ “effetto Sterne”: tecnica della digressione, quella dello spostamento, e i frequenti appelli al lettore, ma soprattutto il ricorso alla metanarrazione, cioè ai commenti dell’autore a proposito della propria scrittura e della letteratura in generale.
Sterne, grazie alle tecniche narrative sopra citate, tende a rimandare all’infinito le vicende principali favorendo, a prima vista, quelle secondarie. In realtà la struttura del romanzo è il risultato di un attento connubio tra episodi primari e secondari: gli eventi principali della storia di Tristram, infatti, sono ritardati da discussioni, dialoghi, racconti e digressioni, che solo in apparenza risultano non pertinenti o sgradevoli al lettore, ma che effettivamente sono il vero collante del romanzo.
Jacques Lacan (Parigi, 13 aprile 1901 – Parigi, 9 settembre 1981) è stato uno psichiatra e filosofo francese nonché uno dei maggiori psicoanalisti.
Riprendiamo qui un breve passo riguardo la sua terza teoria della soggettivazione, ripresa dalla voce di Recalcati, altra figura importante nel mondo della psicologia: ” Se il luogo dell’Altro, dell’insieme dei significanti, non è in grado di assicurare il soggetto sul potere di neutralizzare simbolicamente il reale, perchè questo sistema è in sé inconsistente, non è in grado di significantizzare intergalmente il reale del godimento, allora la soggettivazione è innanzitutto la soggettivazione di questa mancanza dell’Altro, di questo limite dell’Altro.
Di nuovo troviamo l’angoscia in un punto chiave della meditazione di Lacan. Di fronte alla propria oggettalità che convoca l’inesistenza dell’Altro, al soggetto non resta che l’invenzione contingente dell’atto. La figura dell’”angosciato dalla pagina bianca” emerge qui come un paradigma della soggettivazione-destituzione.”
In estrema sintesi lo psicanalista francese ci vuole comunicare che nella sua prospettiva delle cose la soggettività è un tratto, un effetto legato alla continua interiorizzazione ed esteriorizzazione di significati con cui entriamo in contatto: siamo dunque ciò che appreso, siamo ciò che abbiamo fatto nostro dopo aver appreso, migliorato, confrontanto.
Niente di nuovo.
La sottolineatura di Lacan, tuttavia, più che in ciò, è nell’esprimere la NECESSITA’ di esprimere, sempre, qualora siamo in tale eventualità, la maturata convinzione dell’insoddisfazione che ci attanaglia.
In più lui parla dell’Azione, del Fare come l’unica cosa e l’unica sana decisione da prendere ed attuare: non ci resta dunque che muoverci e sperimentare nuove vie, nuove prospettive.
Muoversi nel senso di mettere in mobilitazione le proprie convinzioni, sperimentarle, implementarle: non ci si riprende pascendo nella situazione di stallo in cui in certi momenti ci si riconsce.
Il rischio è di finire per diventare ciò che lo stesso psicanalista disegna come ‘l’angosciato della pagina bianca’ alla cui base vi è la convinzione per cui è preferibile non scrivere nulla: ciò, s11143186_1098029186876185_4718537536996616418_nempre con le parole di Lacan, è una credenza in cui ci si rifugia quando si è coscienti di dover rivoluzionare qualcosa in Sè o intorno a Sè, e, non solo essa non viene messa in pratica (per limiti di riforma), ma è persino evitata dopo un range temporale.
Se non scrivo, rimane tutto ideale.
Laurence Sterne con la sua opera chiarifica il vero valore delle pagine bianche e di quelle scritte: le pagine bianche diventano momenti di riflessione, di scrittura implicita sul foglio ma esplicita nella propria mente; le pagine scritte, invece, mettono in luce lo stesso obiettivo di riflessione ma con segni, tipografie apparentemente prive di senso che con la loro forma data stimolano l’implicito più nello specifico che il semplice bianco.
Insomma, il bianco è più nero del nero, il nero è più bianco del bianco: per quanto la mano possa
scrivere o astenersi, non rispecchia la nostra mente china su sè stessa, impegnata a nei suoi ragionamenti, che tra l’altro hanno forma contingente e a causa di ciò, con ciò, concluse Sterne e adesso anch’io, invitando il lettore a capire che è impossibile scrivere tutto e che tale impossibilità non è da sovrapporre alla possibilità di agire (il tutto). E’ vero, è impossibile scrivere il libro di tutta la propria vita, ma non lo è viverla. Ieri, oggi, domani siamo qui.
– Cruz

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