Dicotometica#8 – Lettera all’artista Francesco Paramananda Russo e ampie riflessioni

“XX e XXI secolo sono storicamente, finora, i secoli della caduta delle certezze. In essi infatti nasce il relativismo, o ancor più precisamente il relativismo diventa addirittura fondamento ermeneutico nella ricerca scientifica della Verità. Il secolo scorso è stato nostro padre o in altri termini l’anticamera di ciò che adesso individualmente e socialmente l’uomo sta sperimentando nel suo vissuto. Subito sottolineo quanto in realtà tale questione è vecchia quanto la parola Dio, o più esplicativamente JHWH. Di fronte al coinvolgimento dell’intera nostra specie in una guerra mai come prima capace di cancellarci tutti senza distinzione, l’uomo ha sperimentato la purezza del Sublime. Il Sublime è la percezione di un qualcosa di una bellezza così imponente che è al contempo il massimo piacere e il peggior incubo. Ciò è sperimentato da qualsiasi essere vivente che per la prima volta si pone realmente o fantasmaticamente di fronte al concetto di FINE, MORTE con un’autocoscienza sufficientemente sviluppata da capire che le due parole in maiuscolo qui sopra lo riguardano davvero da vicino. Il Sublime è sperimentato dalla Razionalità umana, che sempre e comunque fà da lente al mondo filtrandolo. Il miglior modo di conciliare Sublime e Razionalità rispettando il principio tanto utile quanto limitante della Logica è il Nichilismo. La Logica spinge l’uomo a tergo nel suo incedere verso la Verità ed è un’arma autolesiva se finisce per ri-girarlo verso Sè, invece che spingerlo in avanti standovi dietro senza che la Verità venga oscurata. Quando ci ricorderemo che la Logica è una scala verso l’Irrazionalità del divino, probabilmente non ci rigireremmo sui nostri passi senza accorgerci di star regredendo. E’ questo il punto infatti.
La Logica è il demiurgo del Caos ordinato (ossia la Razionalità che cerca di costruirsi su cui porsi senza crollare su sè stessa), ossia il Caos che conosce sè e nient’altro-da-sè (l’idea platonica, il noumeno di Kant, il pensiero in sè per sè) verso il Caos disordinato, irrazionale poichè il dispiegarsi del pensiero nel reale (dove il reale è altro-dal-pensiero, è contingente, non cristallizzato e perciò fenomenico). La Logica è la Verità, poichè in sè mantiene i due poli opposti, ma per far ciò deve unirli in sè. Una Logica che unisce in sè è quella del Relativismo, quello vero che non ha paura. Il Relativismo nasce infatti dall’aver verificato che non esiste Caos ordinato e basta e tantomeno Caos disordinato singolarmente: esistono entrambe le cose e per ciò non esiste più concordante e discordante, ma un’unico ambiguo. L’Ambiguità è la madre genitrice del Sublime di cui la Razionalità umana è padre fecondandola a suo piacimento. La Paura è il vero male in tutto questo, più dell’esistenza del Male in opposto al Bene. La Paura è il limite della Razionalità che non è fredda ma Emotiva e perciò suscettibile. L’Emotività senza Fede è automaticamente persa, senza ombra di dubbio. Quando infatti la Razionalità avrà incontrato la parola Morte, la elaborerà per quello che è ma in aggiunta la vivrà. Per vivere bene la morte c’è bisogno di Fede. Che sia Fede in un Dio, in un’azione, nel Tao: credere nel Tao per esempio fà sì che seppur dopo una preliminare sensazione di Angoscia sublime se ne sperimenti una di Piacere sublime. L’emotività, ricevendo ambiguità dalla razionalità, sceglie. Quando l’emotività ha paura, la razionalità non afferisce più ad essa e si ripiega su sè stessa come una diga senza sbocco. Nel ripiegarsi si aliena da sè, provando a rinnegare la consapevolezza che è in sè e che comunque avrà con o senza emotività. L’Incertezza a questo punto prende potere e prova a vestirsi di nichilismo puro o di complessa apparenza, ma comunque apparenza. E’ per questo che nascono le idolatrie in qualsiasi cosa, persona politica possa contenere l’Incertezza e prendersi carico di essa: non reggendone il peso non aspettiamo altro che qualcuno che lavori al posto nostro.
E’ dunque un problema di Fede, o meglio essa è il casus belli. Il relativismo del 900 non promuove nessuna Fede per la massa ed Einstein è probabilmente il Demonio. In realtà le cose stanno diversamente. La Fede promossa dalla cultura della relatività è quella che viene continuamente ricercata, e se trovata messa alla prova sempre e comunque: il Verificazionismo.
In tutto ciò è arrivata anche la Globalizzazione di qualsiasi cosa e la Glocalizzazione, di essa figlia. La Glocalizzazione è anch’essa Sublime. Sublime angoscia nel non essere Nessuno e rendersene conto molto più nitidamente di quanto si potesse pensare mezzo secolo fa. Sublime piacere nel poter essere Qualcuno potenzialmente sempre. Basterebbe fare la cosa socialmente più apprezzata, mettere in web il proprio talento e ci sono molte più probabilità di emergere di un tempo. In più si sperimenta la possibilità di essere Qualcuno essendo Nessuno e viceversa.
Insomma è un affannarsi continuo, un costruire e distruggere sacrosanto con la pecca di non considerare il Tempo come il Verificazionismo vuole: come ho detto prima il Tempo verrebbe incluso senz’angoscia se la nostra contingenza, il nostro essere morituri venisse da tutti accettato in profondità.
E’ questa la richiesta del nostro tempo. Accettarla davvero e ancor più di come l’uomo ha fatto nel suo Passato.
E in tutto questo arriva l’ARTE.

Espressione di tutto ciò che detto finora, senza porre distinzioni tra Razionale ed Emotivo, è lo specchio in cui l’uomo riflette e si riflette.
L’arte è la parola che dice e non dice come lo è JHWH.
Da sempre. Ma se l’arte arriva al Concetto e il Concetto è esso stesso l’Arte, stiamo parlando di Meta-arte. Cosi come possiamo farlo per la Metafisica/Matematica che altro non è che la Fisica che parla di Fisica.
Ora sia io che lei, Sig.Russo, siamo in questa dimensione temporale e se vogliamo portare Arte del nostro Tempo, dobbiamo abbracciare il CONCETTO incerto, ambiguo, sublime e senza cercare di risolverlo in Piacere o Dolore dobbiamo dispiegarlo e far da demiurghi all’Amore per esso nella sua Verità.

Trovo che questa sua composizione sia parecchio apprezzabile per i principi fin qui esposti. Parto ad esporre il mio punto di vista traendo un’osservazione globale per la quale mi accorgo che l’unicità dell’opera ha in sè la contraddizione preziosa della frammentazione poichè composta da più opere. Fin qui potremmo dire che lei è un distruttore, ciarlatano. Tuttavia attenta è stata la scelta di collegare il piano visivo dell’1 a quello dei Più e si nota anche il tentativo comunicativo sincero con cui lei ha cercato di metterlo in atto: dall’1 si passa al 2 poichè 2 sono le tematiche (volto e cerchio) e dal 2 al Più poichè le due tematiche vengono scomposte in più sfumature. Nel caso dei cerchi è più evidente, in quanto meno connotati rispetto a quanto lo siano dei volti e poichè le variazioni sono attente, mirate, importanti ma leggere al contempo.
La contraddizione sparisce, l’occhio di chi osserva è attratto non dalla pesantezza ma dalla semplicità e l’efficacia seduttiva ed espressiva è raggiunta.
Discorso simile, ma che parla di altro, si può fare per le linee dei volti. La mimica facciale possiede nel suo bagaglio migliaia e migliaia di sfumature nel cui oceano è facile perdersi e perdere di conseguenza la capacità comunicativa quando si vuole imprimere un ritratto. Bisogna avere la lucidità mentale di perseguire ciò che veramente rientra tra le cose non trascurabili. Riprendendo dunque un attimo il discorso del Relativismo, nella sua opera ha inserito un altro concetto molto importante: la lucidità. Per far sì che la Razionalità non si perda, deve perseguire la Lucidità, così come l’Emotività agisce in ricerca della Fede.
Selezionare 6 rughe su di 1 espressione facciale nell’immensa possibilità di scelta sia di rughe che di espressione è segno di ricerca di lucidità: a chi guarda il giudizio positivo o negativo della ricerca dell’artista.
Ma mai quanto gli occhi. Quella dei cerchi e dei volti è stata un’osservazione successiva a quella d’impatto degli occhi.
Sempre procedendo dal globale per poi scendere pian piano nel dettaglio, a prima vista gli occhi appaiono discordanti l’un l’altro, quasi strabici, come colti in un fotogramma di quotidianità. Da quando si è piccoli è ardua la sfida di conservazione della fissità e precisione nel parallelismo del nostro sguardo, tra l’altro tipico di chi è in attentissima contemplazione (aspetto tipico dell’infanzia).
Dopo uno sguardo di superficie, guardando seriamente negli occhi i volti ritratti ci si accorge che è tutto fuorchè strabismo.
Avrà scelto delle foto di fotografi veramente bravi da riprodure col pennello, poichè essi hanno colto veramente con freddezza di polso le mimiche facciali dei soggetti che non sono in posa piatta, anzi. La posa orbito-oculare è espressiva e dunque non sarà forse merito del fotografo, ma del soggetto che in quel momento davanti all’obiettivo ha voluto esprimere qualcosa con molta intenzionalità. Com’è il caso della donna o ancor più di Jim Morrison. Se li si guarda negli occhi lo schermo viene automaticamente bucato e nel caso del musicista addirittura si coglie qualcosa di intimo, poichè mai, almeno personalmente, visto in pose che non fossero piatte come quelle in cui molte volte lo si è visto ritratto e dalle quali comunque traspariva molto. Si percepisce dunque la loro dimensione umana in maniera molto forte. E proprio ora che le scrivo mi domando se ciò non sia dovuto proprio all’uso dell’arte del dipinto rispetto a quella fotografica più di contrasto e nettezza. A maggior ragione se poi c’è uno sfondo unificante ed omogeneo e il colore del volto altrettanto. Mi chiedo se selezionare una sola luce prospettica non sia il vero tentativo di conciliare la luce bianca e l’oscuro.
Sicuramente vero è a parer mio il tentativo di racchiudere una psiche all’interno di uno sguardo che buchi e l’allontanamento da quelle forme di finta perfezione di volti piatti la cui profondità la si può cogliere indirettamente solo se il soggetto è realmente implicitamente o esplicitamente espressivo.
Il suo tentativo invece apre una dimensione in cui è possibile rimanerne fuori o scegliere di entrar dentro andando a scoprire ciò che vi si cela ed è questo il succo della postmodernità dei nostri tempi: una matrioska caleidoscopicamente infinita, e l’infinito si sa è uguale a sè in miliardi di sfumature.
Che la sua arte possa approfondirsi sempre più ed essere monito da seguire per i giovani sempre più messi ad affrontare il senso di inutilità e la non considerazione della vita quale percorso spirituale più che materiale.”

Namastè Francesco

Cruz

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