Dicotomenica#7 – Time: Teoria del doppio legame // Paradossi e comunicazione paradossale

Ogni Domenica la redazione di Psychondesk espone qualcosa di prettamente dicotomico.
Per dicotomico, lo ricordiamo, si intende qualsiasi logica, prassi di pensiero, in cui il discorso espresso viene polarizzato da due opposti che nel discorso stesso sono in compresenza.
Tale compresenza permette rapporti di implicazione, complementarietà, implementazione, causalità-consequenzialità, tra i due poli ed è il frutto di tutto ciò a garantire la veridicità di qualsiasi speculazione si voglia fare.
Volendo per esempio ragionare sulla dicotomia introversione-estroversione, è proprio il legame vincolante tra le due facce della medaglia preso in considerazione a determinare il giudizio finale, la conclusione in merito alla riflessione sviluppata.

È il legame ionico tra due particelle fisiche a connotare inequivocabilmente il prodotto chimico risultante.
Nel corso dei vari appuntamenti di questa rubrica abbiamo considerato sempre le particelle coinvolte, mai la tipologia del legame interposto.
Tuttavia come accennato poc’anzi, non è trascurabile lo studio del legame nella sua unicità piuttosto che la dicotomia in sé, poiché essa esiste per merito congiunto di fattori e operatori che legano i fattori.

La teoria del doppio legame parla di un operatore, che nella sua natura impalpabile di rapporto e non di rapportato, contiene in sé l’ambiguità dicotomica finora affrontata andando a prendere i rapportati.

Il doppio legame è infatti quel rapporto la cui azione è realizzabile nel paradosso.
Esso unisce due condizioni tra di loro non accostabili: ciò produce un paradosso.

La scuola di Palo Alto e prima ancora Gregory Bateson, antropologo e sociologo, sono parecchio legati a questa forma teoretica di inquadrare il paradosso e la comunicazione paradossale: campi di studio che nel terreno d’ispezione psicologica possono lasciar uscire dalla loro pregnanza molti risvolti utili e applicabili anche ad altri aspetti.
La teoria del doppio legame viene infatti avvicinata ad una delle spiegazioni più accreditate della schizofrenia.
ESEMPI
È una comunicazione paradossale quando il piano esplicito, parole e frasi, non corrisponde al piano metacomunicativo-implicito, gesti, tono di voce e comunicazione non verbale.
Non si sta parlando altro che di tutta quell’incoerenza che quotidianamente potremmo riscontrare, in particolare quelle forme di ipocrisie che vengono assecondate. Non c’è doppio legame se infatti la richiesta di incoerenza non viene soddisfatta.

Chiedere di essere coerenti in una moda incoerente, o peggio viceversa.
Chiedere fiducia mostrando sfiducia.
Chiedere attività valorizzando sistematicamente la passività.

Con la schizofrenia ha un rapporto piuttosto serio: Palo Alto, Bateson e chi ha dato loro credito credono infatti che abituare un bambino nell’età dello sviluppo a comunicazioni di tipo paradossale significherebbe gettare le basi a una potenziale schizofrenia.
Quando egli è infatti al massimo ricettivo e vulnerabile e ancora richiedente di esperienze vicarianti che possano insegnargli ad affrontare il mondo, se posto in tali condizioni misurerà quanto profonda possa essere la solitudine umana davanti alla realtà e svilupperà la percezione del pericolo davanti all’inganno, sempre dietro l’angolo.

Sarebbe utile se cercassimo fiducia dando fiducia. Se cercassimo il cambiamento mostrandolo già in noi.
È diabolico a parere di chi scrive indurre l’inganno tanto quanto assecondarlo.
È patogeno l’inganno se pensiamo che le forme schizoaffettive le incontriamo dopo lo sviluppo e che quindi non solo per la salute sociale, ma innanzitutto per noi stessi dovremmo evitare di divertirci a prenderci per il nasino.


Cruz

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