Come affronti le difficoltà? – Funzioni metacognitive e strategie di padroneggiamento (o Mastery)

Quando sei dinanzi a un problema di difficile risoluzione, come reagisci? Come affronti le difficoltà? Se a scuola non hai ottenuto il voto che ritenevi di meritare, o se a lavoro niente va come vorresti, cosa fai? Tiri un pugno sul muro? Ti isoli completamente dal mondo esterno, chiudendoti in casa ed evitando il contesto problematico?

 

Oppure ti imponi di andare in un luogo tranquillo per ascoltare musica dicendo a te stesso “solo così non ci penso e sto meglio”?

 

O, ancora, ci pensi ore e ore e giungi alla conclusione che il tuo modo di fare ti predispone particolarmente a certe difficoltà, e decidi: “da questo momento in poi cercherò di essere meno permaloso”?

 

Il nostro modo di affrontare un problema è estremamente singolare e, fondamentalmente, ci caratterizza da un punto di vista emotivo, cognitivo e comportamentale, predisponendoci a processi di adattamento all’ambiente (contesti sociali, lavorativi, sociali ecc) più o meno funzionali.

 

 

Ma cosa davvero condiziona il nostro modo di affrontare i problemi? Un ruolo sicuramente rilevante è giocato dalle cosiddette funzioni metacognitive. Con tale termine, solitamente si fa riferimento a tutte quelle attività di monitoraggio e regolazione, costituite dall’insieme delle abilità che ci permettono di comprendere i fenomeni mentali e operare su di essi per la risoluzione di compiti e per padroneggiare gli stati mentali (Carcione et al., 1997; Carcione e Falcone, 1999).

 

Spesso, tali funzioni possono essere deficitarie a diversi livelli. Deficit nelle funzioni metacognitive sono segnalati dalla letteratura clinica in numerosi disturbi mentali: si pensi alla ricorrenza di questa condizione in numerosi disturbi di personalità (Semerari et al., 2001), o all’interno di patologie più gravi quali la schizofrenia (Frith, 1992) e l’autismo (Baron-Cohen et al., 1985).

 

 

L’assessment delle funzioni metacognitive costituisce un livello di analisi fondamentale nel processo diagnostico in numerosi approcci psicoterapeutici. Rifacendoci alla classificazione fornita dal gruppo di ricerca del III Centro di Terapia Cognitiva di Roma, componenti fondamentali di tale funzione sono l’autoriflessività e la capacità di comprendere gli stati mentali dell’altro (Semeraro, 2000) che, a loro volta, si esprimono attraverso diverse sottofunzioni:

 

  • Caratterizzazione: capacità di riconoscere e definire gli stati interni (emozioni, cognizioni, stati intenzionali) propri e altrui.

 

«Se arrossisco, tutti rideranno di me»;

 

  • Relazione tra le variabili: capacità di riconoscere influenze reciproche tra variabili mentali.

 

«Le ho risposto male perché ho subito capito volesse ingannarmi»;

 

  • Differenziazione: capacità che ci permette di riconoscere i nostri stati interni, differenziandoli, e di distinguere questi ultimi dalla realtà, trattando le proprie rappresentazioni come fallibili e soggettive.  

 

La capacità di decentramento, che permette al soggetto di differenziare il proprio punto di vista da quello altrui, costituisce una delle forme più evidenti di buon funzionamento di tale sottofunzione (Procacci et al., 2000).

 

«A volte penso che tutti ce l’abbiano con me. Poi mi rendo conto che ognuno ha la sua vita e i suoi problemi, io non sono il centro dei pensieri degli altri»;

 

 

  • L’integrazione: capacità di connettere diversi aspetti di uno stato mentale e viverli come esperienza unitaria, nonché di cogliere elementi comuni di classi di stati mentali e gli elementi che li differenziano dagli altri.

 

 

«In quel periodo mi sentivo spesso combattuto, ma allo stesso tempo motivato. Tutto sommato posso dire di aver affrontato le difficoltà con grande maturità»;

 

 

  • La mastery o strategie di padroneggiamento: capacità di operare sulle proprie rappresentazioni e stati mentali per attuare strategie di intervento efficaci (Procacci et al., 2000), ovvero come il soggetto affronta il problema.

 

 

Le strategie di padroneggiamento possono essere di diverso livello: ritroviamo strategie di I Livello, anche dette strategie semplici (agire sul corpo – es. autolesionismo, uso di sostanze -; evitare situazioni che generano lo stato problematico; ricorrere al supporto di qualcuno). A questo livello ci si muove su un ambito di rilevanza clinica (Semeraro, 2000). Al II livello, ritroviamo strategie cosiddette di regolazione diretta e volontaria degli stati mentali (“non ci penso”, “faccio altro per distrarmi e non pensarci”). All’ultimo livello, il III, le strategie di padroneggiamento si stanziano su livelli metacognitivi di ordine superiore, tipici del soggetto che critica consapevolmente le proprie credenze disfunzionali, utilizza attivamente le proprie conoscenze sul funzionamento mentale, accetta limiti e peculiarità del proprio carattere (Semerari, 2000).

 

 

Ecco come la letteratura sulle funzioni metacognitive ci viene in aiuto nel dare una spiegazione al diverso modo in cui ognuno affronta le difficoltà, definendo, soprattutto, quanto alcune strategie risultino più funzionali e adattive rispetto ad altre. Questo tipo di valutazione è fondamentale nel contesto terapeutico: in base a “dove” sia presente il deficit, ovvero a quale livello, i “foci” terapeutici saranno diversi, così come anche la prognosi (Procacci et al., 2000).

 

Bibliografia

  • CARCIONE A., falcone M., magnolfi G., manaresi F. (1997), La funzione metacognitiva in psicoterapia: Scala di Valutazione della Metacognizione (S. Va.M.), in «Psicoterapia», 9, pp. 91-107.
  • CARCIONE A., FALCONE M. (1999), II concetto di metacognizione come costrutto clinico fondamentale per la psicoterapia, in A. SEMERARI (a cura di). Psicoterapia cognitiva del paziente grave, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • FRITH C.D. (1992), the cognitive neuropsychology of schizophrenia, Eribaum, Hove.
  • BARON-COHEN S., LESLIEA., FRITH U. (1985), Does the autistic child have a “theory of mind”?, in «Cognition», 21, pp. 37-46.
  • PROCACCI, M., POPOLO, R., VINCI, G., SEMERARI, A., CARCIONE, A., DIMAGGIO, G., … & ALLEVA, G. (2000). Stati mentali e funzioni metacognitive nel disturbo evitante di personalità: studio su caso singolo in Ricerca in Psicoterapia.
  • SEMERARI, A., CARCIONE, A., FALCONE, M., & NICOLÒ, G. (2001). È possibile osservare diversi profili metacognitivi in diversi disturbi di personalità? Come misurare la funzione metacognitiva in psicoterapia. Sistemi intelligenti, 13(1), 189-208.
  • SEMERARI, A. (2000). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Gius. Laterza & Figli Spa.

 

di Antonella Spinelli ©

Che ne pensi di questo articolo?

Potrebbero anche interessarti:

Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.

Un pensiero riguardo “Come affronti le difficoltà? – Funzioni metacognitive e strategie di padroneggiamento (o Mastery)

I commenti sono chiusi