Dissonanza cognitiva: storia di un fardello troppo pesante

“Il pensiero è l’antenato di ogni azione”
[Ralph Waldo Emerson, Essays, First Series,1841]
Si presume, o per lo meno è ciò che la filosofia di stampo cartesiano ci ha voluto insegnare con spirito audace, che l’uomo, in tutte le sue cognitive fattezze, sia un essere razionale. Penso, quindi sono e, in quanto essere dotato anche di materia, agisco sulla materia stessa.
Questo paradigma ci mette di fronte alla possibilità di poter controllare ogni nostra azione o, quanto meno, di metterla in moto con un certo grado di consapevolezza. Insomma, ogni azione sembrerebbe provenire dagli atteggiamenti, definibili come un insieme di valutazioni favorevoli o sfavorevoli verso qualcosa o qualcuno, spesso radicati nelle proprie credenze ed esibiti, allora, nei sentimenti e nei comportamenti intenzionali (Eagly e Chaiken, 2005). Sempre secondo questo paradigma, dunque, basterebbe cambiare le impressioni o le convinzioni di un qualsiasi soggetto per poter modificare razionalmente il suo comportamento: positivismo, razionalità, cambiamento… e controllo.
Il controllo su tutto, la convinzione radicata di poter abilmente sfuggire al caso/caos o, quanto meno, di poter indirizzare sui binari sperimentali dell’esistenza il flusso delle nostre decisioni, per poter andare avanti un giorno dopo l’altro, seguendo i nostri scopi. Una causa che produce un certo effetto, noi che controlliamo la causa, e si va a casa tutti felici e soddisfatti. Facile, se la vita fosse un laboratorio scientifico.
Purtroppo, la “semplice” constatazione di essere in un contesto naturale in qualità di variabili impazzite, con l’obbligo di dar conto ad altre infinità di variabili esistenti (tutto l’esistente, per inciso!) ci fa capire bene quanto sia davvero positivistica l’idea di un progetto composito e ordinatamente razionale. Prima che singoli, siamo parte di un’unità. Nell’essere razionali, siamo parte di una società messa in piedi dai nostri antenati e che ci limitiamo a modificare in base alle esigenze dettate da un determinato periodo storico. In quanto parte di una struttura dalle connotazioni umane, siamo letteralmente schiavi di un’infinità di compromessi e regole per il mantenimento dei fini che hanno portato gli stessi uomini a creare qualcosa di comune, a “mettersi insieme”, a fondersi in un unicum in grado, però, di reggere tutto l’Ambaradan di pulsioni e istinti a metà tra l’Eros e il Thanatos, volendo usare termini freudiani.
Credete possa bastare? Ovviamente no, non è mica la società a poter mettere a tacere le pulsioni e le volontà intime di ogni singolo. La voglia di prevaricazione c’è sempre, ma ci siamo concessi di sublimare, per quanto possibile, i nostri primordiali istinti, relegando alla vittoria sociale il soddisfacimento del nostro essere. Vince chi compie la scalata, vince chi appare buono agli occhi degli altri. Vince chi ci riesce in maniera perfettamente coerente. Dopo tutto, a chi non importa quello che pensa la gente? La coerenza prima di tutto.
Dunque, per riprenderci da dove ci si era lasciati: coerenza negli atteggiamenti, e coerenza nelle azioni. Il caso vuole, però, che accada di trovarci a fare i conti con una realtà che ci pone dinanzi ad azioni che non rientrano nel rango dei nostri famosi e amati atteggiamenti di partenza, sempre a causa di qualche altro sociale compresso (sia chiaro!). Che fare?
Leon Festinger (1957) sostiene che i nostri atteggiamenti cambiano, e cambiano spesso in funzione di un’azione che non ha seguito il volere dei nostri atteggiamenti. Questi ultimi si modificano in seguito di una tensione interna che prende il nome di dissonanza cognitiva, causata dalla discrepanza percepita tra atteggiamenti e comportamenti assunti. Un vero e proprio fardello, una sfida alla coerenza di cui ci si vuole fare portatori, pena l’eclissamento e la sconfitta. Lo stesso autore descrive come la risoluzione di questa dissonanza, che ha il sapore dell’incoerenza, si risolva attraverso la decisione, spesso non consapevole, di eclissare l’atteggiamento precedente in funzione di una minima spiegazione che renda coerente l’azione appena commessa (il famoso lupo che, non potendo arrivare all’uva, la definisce acerba). Insomma, ci riduciamo a credere in ciò che abbiamo fatto, pur non credendoci intimamente… e quanto siamo bravi a convincercene!
Una volta prese le nostre decisioni, non importa che esse siano giuste o sbagliate, l’essenziale è che siamo in grado di poter mettere i nostri paletti autogiustificativi, per poter semplicemente proseguire il nostro cammino in pace e coerenza.
“Ogni volta che fai una scelta, trasformi una parte importante di te, quella che sceglie, in qualcosa un po’ diverso da quello che era prima”.
[C.s. Lewis, Mere Christianity, 1942]

Marco Angelillo

Riferimenti bibliografici:
– Eagly, A.H., & Chaiken, S. (2005). Attitude research in the 21st century: The current state of knowledge. In D.Albaraccin, B.T. Johnson, & M.P. Zanna (Eds.), The handbook of attitudes. Mahwah, NJ: Erlbaum.
– Festinger, L. (1957). A theory of cognitive dissonance. Stanford: Stanford University Press.

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.