Disturbo da Stress Post-Traumatico: Inquadramento e trattamento

Lo scorso 11 maggio 2016 si è tenuto, presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, il seminario intitolato “Il disturbo da stress post-traumatico: inquadramento e trattamento”, organizzato dall’associazione studentesca Link per il ciclo di seminari “LINKONSCIO”. Il seminario è stato tenuto dal Prof. Alessandro Taurino, docente di Psicologia Clinica presso la stessa Università, e dalla Dott.ssa Barbara Palaia, psicologa clinica e psicoterapeuta, da anni impegnata nel trattamento del PTSD.

Il disturbo da stress post-traumatico pone le sue radici alla base di un evento fortemente stressante e ad alto impatto emotivo e solo recentemente, nel 2013, acquista un’autonomia diagnostica nella più recente edizione del Manuale statistico per i disturbi mentali, il DSM V.

Precedentemente, infatti era racchiuso all’interno dei disturbi d’ansia. Tale modifica è stata necessaria alla luce del peso attualmente dato, nella patogenesi dei disturbi, all’evento traumatico. Non sorprende, infatti, che indagini epidemiologiche mostrino come la maggior parte della popolazione abbia esperito, almeno una volta nella sua vita, un evento stressante. Tuttavia, la diagnosi di questo disturbo sembra essere complicata, anche in virtù dell’eteorgeneità delle manifestazioni cliniche.

Per porre diagnosi di PTSD è necessario che l’individuo sia stato esposto a morte reale, minaccia di morte, gravi lesioni o violenza sessuale/fisica, non solo attraverso esperienza diretta; il disturbo può manifestarsi anche in seguito all’aver assistito a un evento traumatico che ha coinvolto amici o parenti, al venire a conoscenza di un evento traumatico, e all’essere esposti ripetutamente a dettagli traumatici dell’evento. Inoltre, si dispiega, sul piano comportamentale ed emotivo, con manifestazioni di vari cluster di sintomi: sintomi intrusivi, sintomi di evitamento, alterazione negativa di pensieri e emozioni e alterazione della reattività e dell’arousal. La diagnosi del disturbo da stress post traumatico prevede anche la possibilità di inserire alcuni specificatori: con sintomi dissociativi (depersonalizzazione, ossia esperire un senso di irrealtà e sentirsi osservatore esterno dei propri pensieri, sentimenti, e azioni; derealizzazione, ovvero esperire un senso di irrealtà circa l’ambiente esterno); con espressione ritardata, laddove i criteri vengano soddisfati dopo sei mesi dall’evento.

Nel corso del seminario è stato ampiamente sottolineato quanto il PTSD possa evolversi in un disturbo depressivo; pertanto, la diagnosi può complicarsi: il paziente, infatti, riporterà sintomi depressivi almeno in una fase iniziale del trattamento e, succesivamente, si comprenderà la presenza, alla base della sintomatologia, di un trauma. In tal caso, il terapeuta riorienterà il suo intervento in virtù della “nuova” diagnosi. Chiaro è, dunque, che, così come in ogni disturbo mentale, diagnosi e trattamento sono due momenti intercorrelati tra loro.

Qual è il trattamento più indicato?

Ci ha parlato di questo la Dott.ssa Barbara Palaia: partendo da una spiegazione del disturbo in chiave neurobiologica e mostrandoci i principali strumenti che uno psicoterapeuta ha a disposizione per tale disturbo.

Lo stress post traumatico è una risposta adattiva e il dispiegarsi nella sue fasi iniziali è assolutamente normale. Possiamo introdurre il termine “disturbo” quando parliamo della sua versione patologica, una reazione, dunque, che si protrae nel tempo creando un disagio clinicamente significativo in svariati ambiti della vita dell’individuo, dal sociale/relazionale al lavorativo.

A volte, infatti, il meccanismo di elaborazione dell’informazione si blocca e l’informazione legata al trauma resta compartimentalizzata rispetto a tutto il  resto: è isolata. È presente, dunque, una mancata integrazione nella memoria semantica. L’amigdala, inoltre, permane in uno stato di iperarousal; la corteccia prefrontale è ipoattiva, tanto da non riuscire a inibire l’amigdala.

Anche una scarsa attività dell’ippocampo è presente, e questo condiziona, ovviamente, l’immagazinamento e il recupero dei ricordi. L’esperienza, dunque, è memorizzata in fase adrenalinica e immagazzinata nell’emisfero destro in forma frammentata. In questo processo anche l’area di Broca è ipoattiva e questo non permette all’individuo di accedere al ricordo in termini lessicali. La necessità è, dunque, quella di intervenire sulla neurobiologia , come spiegato dalla Dott.ssa Palaia,

il trauma è nel corpo, non è mentale: a farsi strada nell’area dei trattamenti è l’EMDR.

L’Eye Movement desensization and reprocessing (EMDR) nasce con Francine Shapiro nel 1987, la quale iniziò a condurre degli esperimenti con dei veterani; a quel tempo si pensava che fossero, in particolare, i movimenti oculari a desensibilizzare il ricordo. Tuttavia, con il tempo, oltre al movimento oculare si sono diffusi altri tipi di stimolazione bilaterale alternata, come il tapping, o la stimolazione acustica. Durante la stimolazione bilaterale al paziente viene così chiesto di focalizzarsi sull’immagine peggiore, la concezione di sé, le emozioni disturbanti e le sensazioni fisiche. Con l’EMDR dunque, il terapeuta lavora sui ricordi immagazzinati in modo disfunzionale e non sul sintomo. Così, durante la psicoterapia, il paziente può rivivere il trauma in sicurezza, cambiandone la prospettiva cognitiva e ricollocando l’evento nel passato. Come più volte spiegato nel corso dell’incontro, oggigiorno possiamo vantare numerose scoperte in ambito neuroscientifico: conosciamo ciò che accade nella nostra “testa” (cervello), e non possiamo di certo ignorarlo; la consapevolezza del nostro assetto neurobiologico dovrebbe motivare, dunque, ampie ricerche in ambito psicoterapeutico al fine di promuovere trattamenti sempre più efficaci e evidence-based.

Elisabetta Ricciardi

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Elisabetta Ricciardi

Studentessa in psicologia clinica presso l'università degli studi di Bari, neo-laureata in Scienze e tecniche psicologiche. Interessata al teatro e alle poesie.