Dreamwave, come il futuro suona così passato

Accade ancora oggi quando si sente parlare di nuovi stili vestimentari: hipster, vintage, new retro.
Il vecchio viene rivisitato, riadattato, rivissuto. Sembra che, quasi quasi, sia già stato detto tutto, che sia già stato scritto tutto, che sia già stato fatto tutto.
Eppure c’è ancora tanto da dire, da comporre, da ascoltare. O anche da “riascoltare”.
Uno dei fenomeni che ho sempre trovato psicologicamente interessanti è quello della nostalgia causata da alcuni suoni o da alcune opere musicali.
Etimologicamente, la nostalgia è definita come il “dolore del ritorno” ( da νόστος-ritorno e άλγος-dolore), e nonostante essa non sia ritenuta una patologia, può definirsi come uno stato assolutamente doloroso, e soprattutto non controllabile, in quanto è possibile che questa si manifesti in seguito all’esposizione a un qualsiasi ente che riattivi emotivamente un ricordo o una serie di ricordi (ad esempio un suono, un’immagine, una conversazione ecc.).

 

Uno degli antecedenti letterari di questo fenomeno lo possiamo trovare nella maestosa opera “À la recherche du temps perdu” (Alla ricerca del tempo perduto) di Marcel Proust. In esso, infatti, a partire dall’intenzione del letterato, che è appunto la ricerca del senso del tempo per sfuggire al suo fluire incessante e la rievocazione del tempo passato come tempo ritrovato, vi è un caso molto particolare: Charles Swann, uno dei protagonisti più celebri dell’opera, rivive in forma nostalgica l’amore che provava per la moglie Odette ogni volta che ascolta le note della “sonata di Vinteuil” per violino e pianoforte.
Proust descrive così quel momento: “(…) e quell’apparizione gli inflisse una così lacerante sofferenza che fu costretto a portarsi la mano al cuore. Il violino, infatti, era salito a note alte e lì restava come per un’attesa, un’attesa che si prolungava senza che rinunciasse a tenerle, nell’esaltazione che gli veniva dallo scorgere già l’oggetto della propria attesa che s’avvicinava, e compiendo uno sforzo disperato per cercar di resistere fino al suo arrivo, di accoglierlo prima di spirare, di far sì che con tutte le sue forze il varco rimanesse aperto ancora un attimo perchè potesse passare, come chi regga il peso di una porta che altrimenti ripiomberebbe. E prima che Swann avesse il tempo di capire, di dirsi: ‘È la piccola frase della sonata di Vinteuil, non ascoltiamo!’, tutti i ricordi del tempo in cui Odette era innamorata di lui, i ricordi che fino a quel giorno era riuscito a custodire, invisibili, nella profanità del suo essere, ingannati da quell’improvviso raggio del tempo d’amore, supponendolo ritornato, si erano ridestati e, a volo d’uccello, erano risaliti a cantargli perdutamente, senza pietà per la sua presente sventura, i ritornelli dimenticati della felicità”.
Se vi sono alcuni artisti che fanno della nostalgia musicale una vera e propria ragion d’essere (un caso su tutti i Boards Of Canada), sono ormai un paio d’anni che si è diffuso, grazie al web e alle potenzialità nella comunicazione che questo offre, un nuovo genere musicale definito da alcuni critici (che in questo caso sono stati i primi veri ascoltatori del genere) “Synthwave”, “New Retro Wave” o anche “Dreamwave”.
Se dovessimo analizzare la genesi del genere avremmo a che fare con un fenomeno molto particolare, in quanto non abbiamo degli artisti che lavorano collettivamente, compongono e producono tutto tramite software e pc.

 


Se in passato, quasi sempre, il processo di creazione musicale avveniva nel momento in cui si realizzava tra individui una “relazione di sintonia” (mutual tuning in relationship), secondo la quale gli individui si manifestavano in un “noi fortemente presente” (in vivid presence) – vedi A. Schütz, “Making Music Together” pag.22-27 –, qui risulta molto facile immaginare le lunghissime jam creative di Lennon e soci, artisti quali Kavinsky, Com Truise, Timecop1983, che probabilmente non si sono mai accordati su come produrre, cosa produrre e magari non si son mai fatti una chiacchierata sulle influenze reciproche.
Ed è qui che entra in gioco l’immaginario e la memoria collettiva.
Ascoltando tracce come “Nightcall” di Kavinsky è impossibile non sentirsi catapultati in un passato che non ci appartiene più, ma che sentiamo dietro l’angolo: vediamo roboanti luci autostradali che creano una scia luminosa mentre sfrecciamo lungo una spider rossa; ci ritornano in mente le atmosfere meglio descritte da Ridley Scott in “Blade Runner” o da Oliver Stone in “Scarface”, sembra di poter quasi sentire la brezza che scuoteva le palme a Malibu o lungo le baywatchiane spiagge; i neon e i colori fluo si manifestano nella nostra mente permettendoci di sentirci per un po’ ciò che l’immaginario dei fantasmagorici ’80 ci ha fatto desiderare o ha lasciato, per chi come me non li ha vissuti, nella memoria collettiva dei segni e dei simboli inequivocabili.
Quella della memoria collettiva è una teoria sviluppata da Maurice Halbwachs, sociologo e filosofo francese, il quale sostiene che questa sia il prodotto dell’interpretazione e del vissuto reale “visto da dentro”, che quindi si identifica con un prodotto d’interpretazione del vissuto sociale, dell’insieme delle singole storie individuali; mentre al suo opposto abbiamo una “visione dall’esterno” razionalizzante, che come prodotto ha “la Storia” e si identifica con i vari fenomeni ed eventi che segnano il vissuto societale.
Questa teoria, che fu in seguito presa in considerazione anche da Carl Gustav Jung nei suoi studi sull’inconscio collettivo, può essere trasposta in questo particolare caso: qui, infatti, la memoria collettiva permette, tramite il ricorso al magazzino di memoria collettivo, in cui vi sono i ricordi delle atmosfere di una serie di prodotti culturali degli ’80, di rivivere e percepire distaccatamente le atmosfere e quindi l’aura emanata da un intero decennio.

 


Questo periodo di estremo slancio verso il futuro (che è possibile rivedere nel filone sci-fi dell’epoca , i.e. “Ritorno al futuro” di Zemeckis, buona parte delle produzioni “cronenberghiane”, il succitato “Blade Runner” di Scott; in alcune produzioni musicali dell’epoca che sono state definite appartenenti ai generi New Wave, Synth Pop o anche ad alcune atmosfere elettroniche quali quelle di Giorgio Moroder o Vangelis) è rivisto con un occhio assolutamente nostalgico tramite l’utilizzo e la ricerca spasmodica da parte dei musicisti dreamwave dei suoni (direttamente campionati) e delle atmosfere dell’epoca (esempio sono le copertine delle produzioni di Kavinsky o di Timecop1983).
Tutto questo, ovviamente, porta il fruitore a sentirsi proiettato in questo futuro che è passato o in un passato che suona così tanto futuro, attivando in esso una serie di emozioni e di quello che oserei chiamare un mood nostalgico, come d’un infanzia vissuta ma ormai persa che sembra esser scivolata tra le dita.
Tutto questo, ovviamente, viene amplificato se veniamo a scoprire che dare una provenienza fisica al genere, un locus nascendi, è assolutamente impossibile se non vogliamo collocarlo all’interno dell’internet e quindi in una rete virtuale, che reale non è (o forse è più reale del reale?).
Non era forse questa la realizzazione del desiderio panico che, probabilmente, aveva animato l’immaginario futuribile di quegli anni patinati e di quell’intero filone di progresso tecnologico, che aveva influenzato molta della produzione culturale dell’epoca?
È, quindi, questa una risposta ancora più nostalgica di questo continuo incedere del progresso?
In effetti, alcuni ritengono che il continuo progresso tecnologico non possa che essere definibile come una realizzazione del desiderio di morte freudiano, che potrebbe forse realizzarsi con l’indirizzarsi verso un corpo elettronico, che suona non più umano, ma assolutamente sintetico.
E in questo caso sembra proprio questo ciò che si può evidenziare durante l’ascolto di un set dreamwave, una sensazione panica di smarrimento e annullamento individuale causato dall’attivazione di emozioni e di dolore del passato; una nostalgia che pervade il nostro animo e che, tramite macchine e synths, ci trasporta in un luogo che non è il nostro attuale luogo, che percepiamo come lontano, distante, irraggiungibile, ma che in maniera assolutamente empatica ci avvolge, ci protegge e ci fa sentire bene, in quanto non siamo qui, non siamo ora, non siamo umani.

 

 

Musica:
– Timecop1983
– Com Truise
– Perturbator
– Miami Nights ‘84
– Power Glove
– Kavinsky
– Tommy
– Lazerhawk
– Noir Deco
– Tycho

 

Film:
– Drive di Nicolas Winding Refn
Artisti:
– Blood ¬¬+ Chrome
– Sam Todhunter
– Overglow
– Josep Prat Sorolla

 

Michele Di Stasi

 

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Michele DI Stasi

Michele DI Stasi

Classe 1993. Laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, attualmente studia Scienze Sociali Applicate presso l'università "La Sapienza" a Roma. Appassionato di musica, media, cultura pop, visual e virtual cultures, immaginario collettivo e individuale. I suoi interessi disciplinari comunicano continuamente tra di loro: sociologia dell'immaginario, mediologia, semiotica, sociosemiotica e studi sulle culture urbane sono i suoi campi d'interesse.