Espiazione: Quando il testimone bugiardo è un bambino

(Questo articolo contiene spoiler del libro Espiazione di Ian McEwan e del film a esso ispirato).

Una bambina di tredici anni, persa nel suo mondo di storie, amore e fantasia. Passione per la scrittura, casa grande e famiglia sfuggente. È il 1935.
Briony legge una lettera troppo spinta per la sua età, che il figlio della serva, Robbie, ha scritto per sua sorella Cecilia, dandogliela per sbaglio. Il sospetto si insinua in lei, in una strana consapevolezza di abominio e sacrilegio che i bambini tendono ad attribuire alle cose “dei grandi”, che non comprendono.
Ma come può Briony trasformare questo suo sentimento in un reale pericolo? Come può avere un ruolo fondamentale, quasi da sicario, nei confronti dei due amanti?
L’occasione si rivela subito dopo, quando diventa testimone di un crimine.
Mentre vede correre via l’aggressore della cugina quindicenne, nella testa di Briony tutti i pezzi di un puzzle messo insieme forzatamente vanno a creare uno scenario spaventoso, che lei stessa tende a sostenere. Anche se non ha visto bene l’aggressore, Briony sa che si tratta di Robbie. Del ragazzo che aveva visto in atteggiamenti ambigui con la sorella e che aveva scritto una lettera incriminante, che utilizzerà come prova.
Briony, bambina, testimone, scrittrice, bugiarda. Afferma di aver visto, quando non è vero. Afferma di sapere, per non perdere di coerenza. Sostiene la sua tesi fino in fondo, perché solo Robbie, figlio della serva, protetto della famiglia, poteva aver compiuto quel gesto. Non un briciolo di sospetto. Non un briciolo di coscienza.
Così Briony condanna Robbie alla sua espiazione ingiustificata, senza sapere di star rovinando per sempre la sua vita. Senza sapere di star per sempre allontanando da sé sua sorella Cecilia. Senza sapere che, della sua bugia, del suo sbaglio da tredicenne sospettosa ed eccentrica, i due amanti ne moriranno.
È dilemma da lungo tempo dibattuto quello che aleggia attorno all’importanza di considerare le dinamiche che si manifestano nella mente di un testimone. A maggior ragione, se si tratta di un bambino. Bambino la cui mente in via di sviluppo è popolata di demoni e fate, o probabilmente di collegamenti fittizi, forzati, fantasiosi.
Briony e la sua falsa testimonianza sono vittime della sua mente di bambina, distortamente improntata a vedere del male in una persona a causa di ambiguità, incertezze e fraintendimenti. La pressione a una confessione, la voglia di stupire con una dichiarazione sconcertante, puntando il dito senza riserbo contro quello che sembra essere il nemico, il pericolo.
Non è la verità che esce dalle labbra di Briony, ma la sua verità, dedotta da congetture macchinose, date dall’annebbiatura della sua mente, sconcertata dai rimandi sessuali nella lettera di Robbie alla sorella.
La psicologa Giuliana Mazzoni, autrice di “Psicologia della testimonianza” edito dalla Carocci (2012), individua principalmente tre agenti all’interno della dinamica della testimonianza, che corrispondono anche alle tre aree più comunemente studiate: il testimone, chi interroga e chi giudica. Tutti e tre hanno, infatti, un ruolo importante al fine della definizione di quella che verrà considerata come la verità e che vincolerà le indagini sul crimine. La testimonianza avrà effetti, a prescindere dalla sua accuratezza.
Il testimone è colui che ha visto e che deve ricordare per poter dare un contributo alle indagini: importante è la percezione che ha avuto degli eventi, dipendente dalla sua attenzione in quel momento, ma anche la sua memoria e capacità di ricordare il momento, da cui derivano i quesiti sulla sua attendibilità e credibilità. Non tutti hanno la capacità di essere dei buoni testimoni.
Chi interroga è importante per quali prassi utilizza durante l’interrogatorio del testimone: esse possono essere buone o rischiose, a seconda anche del tipo di pressione che viene esercitata sull’interrogato.
Chi giudica, invece, è chiamato a mettere in atto la sua capacità di decision making, che può essere favorita da neutralità o viziata da bias.
Nel caso trattato, l’attenzione si focalizza sul testimone e sulla suggestionabilità, che può essere data da pressioni sociali o da caratteristiche individuali. Inoltre, bisogna sempre tenere presente che il testimone può mentire anche non intenzionalmente, e di certo continue ritrattazioni minano la sua attendibilità e credibilità.
Per quanto riguarda un minore, poi, i pericoli sono ancora più grandi. Durante un’intervista investigativa ci possono essere molti elementi capaci di indurre il testimone a cambiare la sua versione dei fatti, anche inconsapevolmente: la ripetizione di domande e dell’intervista stessa (che può aggiungere o distorcere elementi ricordati dell’evento), domande inducenti, domande fuorvianti, confabulazioni forzate, insistenze e contagio sociale. Pare, infatti, che la ripetizione di domande abbia un effetto nel modificare il ricordo, e questo è ancora più vero quando ci troviamo davanti un testimone bambino.
Nel nostro caso specifico, Briony non viene influenzata principalmente dal modo in cui viene condotto l’interrogatorio; anche perché è già abbastanza grande da non risultare completamente alla mercé dei meccanismi che rendono vulnerabile un testimone più piccolo dei dieci anni.
Anzi, lei è già certa di quello che è successo. Lei è vittima principalmente del pregiudizio. In più, essendo una ragazzina molto intelligente, intuisce che cambiare le sue dichiarazioni sugli eventi ridurrebbe la sua credibilità e così si mantiene forzatamente rigida, senza ritrattare nemmeno di una virgola.
La psicologia della testimonianza è una branca della psicologia molto importante e delicata, perché le dinamiche che si instaurano all’interno di un crimine e durante un interrogatorio devono essere accuratamente trattate e considerate in modo da non intaccare l’attendibilità di una prova e di una testimonianza. All’interno delle indagini, infatti, la testimoniaza ha un ruolo fondamentale, e a volte sovrastimato, e spesso può determinare la condanna di uno o più individui e, così, avere effetti sul loro futuro. Importante è quindi rendere il processo dell’interrogatorio e della testimonianza in modo che risulti il più genuino possibile, per fare in modo che non vengano condannate persone innocenti ma, al tempo stesso, si deve cercare di “fare giustizia”.
Purtroppo, la nostra storia finisce diversamente, proprio perché questo processo di testimonianza è stato viziato: come una favola al contrario, il cattivo la passa liscia, con il suo happy ending, mentre i buoni periscono assieme alla speranza.

Sabrina Guaragno

Che ne pensi di questo articolo?

Sabrina Guaragno

Sabrina Guaragno

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, editor e book-blogger a tempo perso. Amante dei libri, della scrittura e divoratrice di fumetti e serie tv. Eterna sognatrice sensibile agli animi afflitti.