“Fidati dell’Amore, non aver paura: ecco cosa La Scienza ha Osservato”

Piccola delusione di aspettative: il titolo è fuorviante, questo articolo non tratta di amore o relazioni, piuttosto cerca di esaminare parte della letteratura sui titoli “acchiappa click” (come questo), chiamati clickbait  e le fake news, utilizzandone alcune caratteristiche per dimostrare le teorie presentate. Infine, verrà chiesto di compiere una piccola azione. Buona lettura 😊

 

Cosa sono i link clickbait? Perché funzionano? Cosa attrae i visitatori e perché? Cosa sono le fake news? Quale è la responsabilità dei media? Come ci si difende? Cerchiamo le riposte insieme.

 

In una moltitudine sempre crescente di fonti dalle quali informarsi, con conseguente variegata modalità di presentazione di una notizia, i “meccanismi che attirano l’attenzione” dei lettori restano un argomento attuale e degno di interesse. Tralasciando la funzionalità sociale della condivisione di notizie, in parte già trattata in un nostro articolo, l’argomento che dà corpo a parte di questo è la curiosità, che attiva e attira, appunto, l’attenzione dei lettori grazie al titolo.

 

Cosa sono i link clickbait?

 

Un titolo clickbait (acchiappa click) è fatto per stimolare la curiosità dell’utente, al fine di incoraggiare l’apertura di un contenuto (MacMillan Dictionary). Attualmente, concentriamoci sulla funzione psicologica attivata: la curiosità, la quale è strettamente collegata alla cognizione, emozione e modalità comportamentale umana. Diamo uno sguardo alla letteratura scientifica.

 

Perché funzionano? Cosa attrae i visitatori e perché?

 

George Loewenstein (1994), nel suo lavoro, ha definito la curiosità come una “funzione cognitiva indotta che sorge alla percezione di una lacuna nelle conoscenze”. Di conseguenza, essa genera, come per tutte le altre funzioni driver-state (ad esempio, la fame legata al bisogno di mangiare), una motivazione (la curiosità a servizio della conoscenza). L’autore, inoltre, suggerisce che una piccola dose di informazione serve da priming, il quale incrementerà la portata stessa della curiosità.

 

Fake News ClickBait 2
distribution of curiosity ratings as a function of confidence

 

La teoria di Loewenstein è stata supportata da recenti studi di Kang e colleghi (2009), che hanno dimostrato una relazione a U invertita tra curiosità e fiducia nella conoscenza della risposta. A un livello medio di fiducia nella conoscenza della riposta, corrisponde il livello massimo di curiosità. Mancata o “completa” conoscenza di un argomento ne riporta a un ridotto livello.

 

Quindi, alcuni possibili elementi alla base del funzionamento dei titoli clickbait sono, appunto: una conoscenza moderata dell’argomento, priming e un livello medio di fiducia nella conoscenza della riposta. Un esempio tipico di clickbait è il titolo di questo articolo: “Fidati dell’Amore, non aver paura: ecco cosa La Scienza ha Osservato”. In questo si è cercato di combinare le caratteristiche appena descritte. Il titolo genera nel lettore la percezione di conoscere abbastanza bene l’argomento (e, dunque, la fiducia di conoscere almeno in parte il contenuto dell’articolo), grazie al riferimento ai luoghi comuni legati all’amore; Il priming, oltre alla frase semplice, chiara e diretta, è confermata da “ecco cosa La Scienza ha Osservato”, locuzione ormai abusata nel mondo mediatico di tutti i giorni.

 

Riprendendo la definizione, l’obiettivo è quello di attrarre l’attenzione, al fine di cliccare sul link. L’accesso alla pagina può avere due possibili motivazioni: la presenza di inserzioni pubblicitarie che fruttano guadagni ai gestori quando quest’ultima viene aperta: parliamo di pochi centesimi a click, i quali andranno moltiplicati per il numero di viste o di nuovi visitatori, a seconda del “contratto” che si stringe con l’inserzionista; oppure avere accesso veri e propri contenuti. Questi possono essere di natura vera, si parla, quindi, true news, oppure falsa, conosciute anche come fake news.

 

Cosa sono le fake news?

 

Fake News ClickBait 3

 

Le fake news sono storie fabbricate, presentate come se derivassero da fonti legittime e promosse sui social media in maniera tale da ingannare il pubblico per ragioni ideologiche e/o finanziarie. Pennycook e colleghi (2017) nel loro studio scrivono che la percezione di possibile accuratezza di una notizia è correlata positivamente con la familiarità degli argomenti trattati.

 

La disponibilità cognitiva delle informazioni prese in esame saranno determinanti per attribuirne la veridicità; e quindi, nella produzione di una sorta di “effetto illusorio della verità”. In termini tecnici, questa potrebbe essere definita come una “euristica della disponibilità”. Un effetto riscontrato negli studi è la percezione di accuratezza positivamente correlata a notizie che trattano argomenti familiari fake, rispetto a notizie reali, ma di cui non si è a conoscenza.

 

Gli autori, nello stesso lavoro sopracitato, si sono anche occupati di studiare se questo processo fosse di “alto-livello”, oppure di “basso-livello”. Il paradigma sperimentale che determinerebbe su che livello avviene questo ragionamento si basa sull’idea che partecipanti avvertiti di come degli aspetti cognitivi delle fake news e di come queste influiscono sul ragionamento, debbano essere più capaci di riconoscerle e di conseguenza subirne meno l’effetto, rispetto agli “ignari”. I risultati? Gli effetti di familiarità nei confronti dei titoli delle fake news sono stati trovati similmente in entrambe le condizioni, sia gli “avvertiti” che gli “ignari”.

 

Inoltre, la capacità di modificare il proprio giudizio a seguito della presentazione di una notizia falsa è correlata alle abilità cognitive della persona. In particolare, confrontando due gruppi di soggetti sperimentali esposti a una notizia, in seguito manifestata come falsa, la “difficoltà nel cambiare idea” viene rilevata nelle persone con “basse abilità” cognitive, rispetto a soggetti “alto-livello”, che riportano in minor misura questo “bias di ragionamento” (De keersmaecker, 2017).

 

Per comprendere la portata della potenza delle fake news, attualmente sono in atto inchieste per verificare se queste siano state utilizzate per favorire l’elezione del presidente Trump nel 2016, (di seguito riporto l’articolo di TheGuardian), grazie alla realizzazione di notizie ad-hoc (in termini di luogo di provenienza, ideale politico, genere, età, personalità,) derivanti dalle analisi dei profili social (leggete questo articolo per saperne di più). Oppure, l’ondata di “No-Vax”, recentemente abbattutasi in Italia, supportata in larga parte da fake news, che trovano terreno fertile sui social network, di seguito ne riporto un esempio.

 

In linea con un articolo di valigiablu.it che riporta i risultati di uno studio fatto in Europa sul tema delle fake news, mostrano come: anche se i siti che diffondono notizie false sono meno letti rispetto a siti più “autorevoli”, essi raggiungono lo stesso,e talvolta superiore, risultato in termini di interazioni Facebook (like, commenti, condivisioni). Per eventuale approfondimento consigliamo la lettura dell’articolo prima citato.

 

 

Qual è la responsabilità dei media?

 

Lo studio delle fake news e delle modalità con cui esse vengono presentate diventano fondamentali, poiché esse in quanto informazioni rientrano tra fattori implicati durante la presa di decisioni. Quest’ultime agiscono “sull’importanza” attribuita ad un dato durante il processo di descision making, andando ad attivare processi cognitivi che fungono da “scorciatoie” di pensiero, i quali prendono il nome di euristiche. Queste sono tendenzialmente funzionali in quanto permettono un minor dispendio di risorse in termini energetici e temporali, ma, data la loro “superficialità”, sono soggette ad un maggior numero di errori.  Quelle maggiormente studiate sono:

 

Euristica della disponibilità (già citata precedentemente). Tanto più un dato è “disponibile” cognitivamente tanto più viene preso in considerazione durante la presa di decisione. Es: La tendenza ad attribuire una maggior pericolosità al trasporto aereo piuttosto che stradale, è spiegabile dalla maggior copertura mediatica che i primi hanno in caso di incidente, nonostante la probabilità che accada sia molto più bassa.

 

Euristica della rappresentatività. Più un dato ha caratteristiche simili ad un categoria, più si tende ad attribuirne  a questo anche quei fattori facenti parte della categoria stessa. Quindi anche lo stereotipo, in caso di pochezza di informazioni può diventare determinante per la presa di decisioni.

 

Euristica dell’ancoraggio. In caso di stima di un valore del quale non si hanno, o non si possono avere,  informazioni, si tende ad utilizzare un dato, attribuito non necessariamente con “cognizione di causa”,  come punto di riferimento, ed a decidere in base a questo. Es: In caso di sconto per un prodotto, è molto probabile che esso dipenda dal valore iniziale determinato dal marcante. Questo implicherebbe l’utilizzo di un parametro “ancora” (soggettivo del negoziante) che diverrebbe utile nella stima arbitraria del valore, e quindi del prezzo, attribuita da noi al prodotto stesso.

 

Euristica della simulazione. Si tende, durante la presa di decisione, a considerare anche scenari ipotetici. Es: “Se quella ragazza non si fosse trovata sola alle 4.00 del mattino non sarebbe stata importunata da quel gruppo di uomini”. È una modalità di pensiero comune molto pericolosa perchè implica quasi una forma di “responsabilizzazione” delle ragazza, e quindi “de-responsabilizzazione” del gruppo di uomini, per la molestia subita, pur non essendoci nessuna legge che le vieti di camminare sola di notte. La percezione di una minore responsabilità degli imputati, potrebbe portare all’attribuzione di una pena minore, rispetto alla stessa situazione, ma accaduta di giorno.

 

I media, quindi, in quanto mediatori tra evento e pubblico, hanno la responsabilità, nel momento in cui  trasmettono determinati dati, alla luce anche delle euristiche sopra citate, di preoccuparsi anche di come essi vengono percepiti.  Per maggiori informazioni a riguardo lascio il riferimento al video sottostante.

 

 

Ma come difenderci?

 

Republica.it riprende una lista redatta dalla dottoressa Zimdars, professoressa di Comunicazione e Media al Merrimack College in Massachusetts, e suoi collaboratori, che vuole essere educativa nell’aiutare a riconoscere le fake news:

 

  • Evitare estensioni non “canoniche”, siti che seppur hanno domini legittimi hanno estensioni non veritiere (es: repubblica.io, repubblica.arg);
  • Controllare se il sito è menzionato in altre pagine web;
  • Attenzione ai siti amatoriali e blog;
  • Controllare data di pubblicazione e fonte delle immagini;
  • Controllare altre fonti e l’autore dell’articolo
  • Non condividere subito il post, prima merita una lettura approfondita.

 

È proprio quest’ultimo punto che evidenzia un comportamento particolarmente legato alla diffusione delle fake news, il condividere post con “titoli sensazionalistici” senza neanche aver aperto il link. L’obiettivo di questo articolo non è di condannare l’utilizzo di titoli che attirano l’attenzione , piuttosto rendere consapevoli gli utenti di queste caratteristiche al fine di cercare di spingerli ad una lettura approfondita, e un successivo controllo “ponderato” delle fonti dal quale proviene in contenuto.

 

Vi propongo di realizzare un piccolo “esperimento”: esaminare la qualità della diffusione di questo articolo confrontando il numero di condivisioni “superficiali” con il numero di condivisioni “approfondite”. Assumeremo che una condivisione approfondita preveda che il lettore sia giunto alla conclusione. Dunque se siete arrivati fino a questo punto e l’articolo vi è piaciuto, vi chiediamo di condividerlo inserendo nella didascalia la parola “palloncino <3”, al fine di verificare in maniera “simpatica” quanti lettori abbiano ceduto alla seduzione del click baiting e quanti invece stiano sviluppando buone difese immunitarie rispetto alle trappole del web.

 

Siamo curiosi del risultato e vi terremo aggiornati su eventuali sviluppi.

 

Antonello Luisi

 

Bibliografia:

  • Pennycook, G., Cannon, T. D., & Rand, G. (2017). Implausibility and illusory truth: Prior exposure increases perceived accuracy of fake news but has no effect on entirely implausible statements.
  • De keersmaecker, J., Roets, A. ‘Fake news’: Incorrect, but hard to correct. The role of cognitive ability on the impact of false information on social impressions. Intelligence, 65, 107-110.
  • Kang, M. J., Hsu, M., Krajbich, I. M., Loewenstein, G., McClure, S. M., Wang, J. T., Camerer, C.F. (2009). The wick in the candle of learning: epistemic curiosity activates reward circuitry and enhances memory. Psychological Science, 28 (8), 963-973.
  • Loewenstein, G. (1994). The Psychology of Curiosity: A Review and Reinterpretation. Psychological Bullettin, 116 (1), 75-98.

 

Sitografia:

 

P.S. Le lettere maiuscole del titolo non sono casuali, provate ad unirle! C’è sempre qualcosa in più di quel che vediamo.

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Antonello Luisi

Un Perito Meccatronico laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, attualmente studente magistrale di Psicologia Cognitvia Applicata all' "Alma Mater Studiorum" di Bologna. Perennemente distribuito lungo un continuum che va da sistemi operativi a carta stampata, da armonia musicale a modem di 56k, da Alan Turing a Bear Grylls, insomma: un "tecnico" amante della "teoria".