Frenare l’Alzheimer con il Neurofeedback

Immaginiamo di essere comodamente seduti su una poltrona a guardare il nostro film preferito. Pare ci sia però un problema con la qualità del video, ossia il contrasto dei colori è molto basso, per cui le figure sono poco distinguibili. Ad un tratto il contrasto aumenta e il film si riesce finalmente a vedere bene, ma è solo per un momento. Poi capita di nuovo, quasi per caso, ma ancora una volta il contrasto si abbassa. Se avessimo la possibilità di controllare la situazione (ad esempio modificando le impostazioni dello schermo), certamente faremmo in modo da riuscire a goderci il film nella migliore delle condizioni. Immaginiamo ora che ci siano dei sensori che rilevano la nostra attività cerebrale e fanno sì che lo schermo ci mostri i fotogrammi di buona qualità (a contrasto aumentato) solo quando i nostri neuroni “si comportano bene”, come se il poterci finalmente godere il film fosse il premio per il nostro cervello per aver fatto un buon lavoro.

 

Quello che stiamo cercando di banalizzare altro non è che uno dei molteplici modi per applicare il neurofeedback, una tecnica di biofeedback con EEG (elettroencefalogramma) che allena le persone ad acquisire il controllo e modulare i propri processi elettrofisiologici e non solo. Diverse malattie neurologiche e psicologiche si associano a pattern anormali di attività della corteccia cerebrale [Hammond, 2006].

 

Le persone affette da malattia di Alzheimer, ad esempio, mostrano una maggiore attività cerebrale ad onde lente (o a bassa frequenza) – che si associa a scarsa attivazione cerebrale – proporzionalmente all’attività ad onde ad alta frequenza – che si producono, ad esempio, durante mansioni che richiedono attenzione focalizzata [Becerra et al., 2012; Prichep et al., 1994; Rossini, Rossi, Babiloni, & Polich, 2007].

 

Una delle applicazioni del neurofeedback è finalizzata a cambiare questi pattern, impiegando meccanismi che permettono di aumentare/diminuire la presenza di determinate tipologie di onde cerebrali, portando ad un miglioramento sul piano clinico-cognitivo e ad un aumento del benessere generale.

 

Risultati preliminari pubblicati a giugno 2016 sulla rivista di neurofisiologia clinica francese hanno dimostrato come un training con neurofeedback riesca a contrastare il declino cognitivo nelle persone affette da malattia di Alzheimer [Luijmes, Pouwels, & Boonman, 2016].

 

La situazione in cui i partecipanti si trovavano è quella immaginata qualche riga fa. Quando i loro pattern di attività cerebrale miglioravano, aumentava il contrasto del film che guardavano contemporaneamente e questo costituiva un rinforzo che portava il cervello a riprodurre lo stesso pattern sia nella situazione sperimentale che negli altri contesti di vita. I pazienti che hanno seguito il training hanno mostrato dopo soli quattro mesi dei miglioramenti della performance nei compiti di memoria rispetto ad un gruppo di controllo che non seguiva training. Le altre funzioni cognitive, inoltre, restavano stabili, diversamente da ciò che accadeva per il gruppo di controllo in cui il declino andava avanti portando ad un progressivo peggioramento.

 

Sebbene ulteriori studi siano necessari, questi primi risultati sembrano ben promettere che training di neurofeedback adeguatamente strutturati, in combinazione con il trattamento farmacologico, possano costituire una valida terapia mediante la quale rallentare significativamente il deterioramento cognitivo delle persone affette da malattia di Alzheimer.

 

Bibliografia:

 

Jenny Aratari

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Jenny Aratari

Jenny Aratari

Dottoressa magistrale in Psicologia Clinica, la formazione padovana le ha donato smisurata passione per la psicofisiologia e per tutto ciò che leghi salute psichica e fisica. È convinta che prima della cura debba esserci la costruzione di benessere nell’ottica della psicologia positiva. Animata da un quasi patologico ottimismo riguardo alla ricerca del lavoro, prova a motivare i colleghi a inventarsi come nuove figure professionali in risposta a nuovi bisogni.

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