Gli Studenti dagli occhi profondi

Vi siete mai soffermati a pensare a come il vostro percorso di studi abbia cambiato il vostro modo di vedere il mondo? A come siano mutati i vostri script mentali o le vostre aspettative rispetto alla realtà che vi circonda? Bhè, uno studente di Psicologia in qualche modo, è obbligato a farlo.
Quante volte ci ritroviamo a guardarci l’un l’altro, durante le lezioni, mentre il Prof di turno parla e noi ci rispecchiamo, increduli, in ciò che dice? Quante volte, a casa, in cantina, in camera, piuttosto che sul prato di un parco, ci siamo ritrovati a fissare il vuoto, sprofondati nella pura metacognizione, avendo davanti un manuale di Psicologia o di qualsiasi Scienza Umana ad essa affine? Sì, è un allenamento continuo, per noi studenti di questa meravigliosa facoltà, al ragionamento su noi stessi.
La palestra della metacognizione ci attira a sé e ci costringe a lavorare, a sudare, ad intraprendere percorsi di autoconoscenza spesso non semplici o privi di lavoro cognitivo. Insomma, il gnoti seauton dell’oracolo Delfico per noi è un imperativo categorico che, in relazione ai livelli di motivazione e coinvolgimento, ci attira a sé e ci accompagna, con gradienti differenti di difficoltà, in questo lungo percorso.
Quando studi Psicologia, la realtà che ti circonda diventa molto meno scontata di quanto appaia. Di fronte ad un episodio di bullismo, è difficile per noi cedere a commenti quali “I ragazzi di oggi sono dei grandissimi maleducati, ma i genitori cosa fanno? Sono più stupidi dei loro figli!”: sappiamo che la transizione alla genitorialità e l'”educazione” dei propri figli è un processo estremamente complesso che non avviene in modo impermeabile all’interno della 4 mura domestiche, si tratta, piuttosto, di un processo di co-costruzione di modelli operativi che si intersecano e scontrano continuamente, in una continua cum-penetrazione con elementi di sistema che Bronfenbrenner ben ci spiega con il suo modello ecologico. Di fronte alle strazianti notizie di cronaca che riguardano episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, morale l’atteggiamento di uno studente di psicologia verso il carnefice non può essere “Io lo chiuderei in cella e butterei le chiavi!”. No, perché le azioni, prim’ancora di essere frutto delle scelte in un qualsiasi hic et nunc, sono dense di significati derivanti da vissuti personali non ascrivibili ad una logica di perfetta causalità “non gli manca nulla, ha tutto, perché drogarsi?”, “Un padre di famiglia, con 3 figli e una bellissima moglie, non può andare dietro le ragazzine!”, “Uno che abusa dei minore è un animale, non chiamatelo persona!”, “Tutti abbiamo avuto delle difficoltà nella vita, non per questo uccidiamo la gente!”. Uno studente di psicologia questo non dovrebbe pensarlo. Una bella e benestante famiglia non fa un uomo sereno se la stessa non ha fornito i fattori protettivi necessari allo sviluppo della resilienza e delle capacità di coping in situazioni di criticità. Allo stesso modo una famiglia disastrata non “sforna” automaticamente criminali e pedofili. Siamo portati a ragionare analiticamente, considerando che fattori protettivi e di rischio giocano un ruolo importante nella costruzione delle identità e dei modelli di comportamento. Sappiamo che le reazioni non “dipendono da persona a persona” così, giusto perché siamo diversi e pensarci unici ci piace un sacco e ci risolve anche tanti problemi di comprensione dell’altro. No, le situazioni per noi dipendono da un’infinità di fattori, non a caso, la ricerca in ambito psicologico può vantare una affascinante complessità, a prescindere dall’ambito specifico di studio.
Lo studente di psicologia, inoltre, usa con grande consapevolezza il termine “normale”. Normale a chi? Normale è solo ciò che rientra in un range di una curva statistica, non chi è nato con la fortuna/ il merito di appartenere alla categoria di persone “normali”, che, quasi per natura, gergalmente contrapponiamo ad altre infinite microcategorie di gente che un motivo o per l’altro non ci va di includere nell’Olimpo della normalità. Siamo abituati a ragionare prima di usare il termine Handicappato, Menomato o Disabile. Conosciamo le loro differenze e quando sentiamo usarlo scherzosamente come dispregiativo ci si rivoltano le budella, ma anche in quel caso, comprendiamo e giustifichiamo l’uso improprio appellandoci ad una evidente ignoranza in materia. Sappiamo che qualsiasi problema o condizione psicofisica non può essere studiata dicotomicamente come psico o fisica, bensì, conosciamo bene l’azione che i nostri geni, in termini di predisposizione, esercitano, rendendoci talvolta più o meno vulnerabili in presenza di stressors ambientali di qualsiasi natura. Sappiamo che i circuiti dopaminergici del nostro cervello fondano, a livello neurobiologico, gran parte dei nostri pattern comportamentali e, inevitabilmente, ne sono fortemente influenzati in una combinazione incredibilmente variabile di fattori bio-psico-sociali. Tali consapevolezze ci portano a saper leggere il rischio in situazioni critiche e l’importanza del benessere psicofisico come fattore preventivo rispetto all’insorgere di qualsiasi condizione di dis-funzionamento, sì, perché non ragioniamo in termini di “stare bene/male”, ma sappiamo che il benessere giunge quando i fattori strutturali (biologici-fisiologici) e i livelli dell’attività (performance) e della partecipazione (relazione e socialità) funzionano e convivono in armonia tra loro. Tutto ciò ci porta a rifuggire dai giudizi facili e dalle categorizzazioni improvvisate. Sappiamo che le rappresentazioni sociali sono parte del nostro essere “animali sociali” e non giudichiamo neanche chi giudica, comprendendo che la necessità di categorizzare e ordinare la realtà è quanto mai parte nel nostro essere umani.
Tante consapevolezze si affacciano insistenti alla quotidianità e ci portano a riconoscere le situazione e a percepirne la profondità e la valenza prospettica. Non per questo siamo esenti da errori e strafalcioni. La maggiore capacità di riconoscere e analizzare, che inevitabilmente è il muscolo che maggiormente alleniamo, non può che condurci a quel livello base, imprescindibile, di empatia e comunicazione che la nostra professione richiedere. Sfoglieremo DSM e ci soffermeremo sui sintomi cercati dicendo “Eccolo, è lui, si tratta di Disturbo Bipolare”, faremo diagnosi funzionali, somministreremo test diagnostici a bambini, adulti e anziani, delle volte ci troveremo dinanzi alla circostanza di dover decidere se una mamma potrà riabbracciare ancora il proprio bambino, altre dovremo parlare con uno schizofrenico fingendo di proteggerlo dall’associazione mafiosa che gli dà la caccia, altre ancora, evitando la collusione, dovremo scandagliare i nuclei non risolti di chi non riesce più a camminare da solo o fornire strategie di comportamento e gestione delle proprie emozioni a chi si sentirà impotente e sopraffatto da un attacco di panico. Se manterremo l’allenamento che la nostra facoltà ora c’impone, avremo più possibilità di non essere solo professionisti, ma bravi psicologi. Psicologi che non hanno la ricetta pronta in tasca e che non fanno diagnosi sugli eleganti salotti di un talkshow, psicologi che conoscono la neurobiologia e i processi cognitivi, considerandoli parte integrante del processo diagnostico, psicologi che integrano diversi approcci, scegliendo la propria posizione, mai disprezzando l’altro. Psicologi che non leggono nel pensiero gli amici, come fossero cartomanti, seduti alla panchina della villa comunale, né improvvisano leggi di comportamento e di diretta causalità con sfacciata convinzione. Se non perdiamo il nostro sguardo profondo, saremo psicologi migliori e più credibili, sapremo far comprendere alla società l’importanza del nostro esserci.
A tutti i miei colleghi, a tutti gli studenti “dagli occhi profondi”.

Antonella Spinelli

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Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.