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Guida ai Social Network per Psicologi

La presenza e l’uso quotidiano dei social network, per quanto discutibili, sono un dato di fatto. Le due piattaforme sotto l’ala di Mark Zuckerberg, Facebook e Instagram, sono solo due delle tante utilizzate giornalmente per restare in contatto con amici e familiari, conoscere gente (attualmente più di un terzo delle coppie americane si è conosciuta su internet), cercare un impiego e pubblicizzare un qualcosa, per esempio la propria persona in termini lavorativi. Da questi comportamenti, ovviamente, non sono esclusi gli psicologi, in particolare i giovani professionisti che, oltre ad avere una normale vita privata sui social network, cercano di emergere in un mercato il quale è, perlomeno pubblicizzato, come saturo. Questo articolo è proprio diretto a loro, poiché potrebbero non essere consapevoli delle conseguenze di un uso non ponderato dei social network, e di come queste potrebbero incorrere non solo nella relazione terapeutica con un eventuale paziente, ma più in generale sull’impatto che questo potrebbe avere sulla figura del professionista stesso. Giusto una piccola accortezza: personalmente mi riferisco agli psicologi, ma il contenuto di questo articolo potrebbe valere anche per le altre categorie, come ad esempio il resto del personale sanitario. Vediamo insieme quali sono le indicazioni delle principali istituzioni riconosciute in ambito psicologico, e sanitario, nazionali ed internazionali, ed alcuni trucchi che potrebbero essere utili per migliorare la propria privacy su Facebook e su Instagram.

 

Ho cercato di divedere le problematiche, che saranno viste in maniera specifica nei prossimi paragrafi, in due grandi categorie:

  • Digital Professional Divide
  • Presentarsi al pubblico sui social (social media marketing deontologico) e la rivelazione di sé stessi sui social (le regole del piccolo mondo)

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Digital Professional Divide

Il Digital Professional Divide è un argomento sottostimato, ma importante al punto che il Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP) (Bozzaotra, et al., 2017) sostiene che costituisce un enorme problema futuro: “un professionista che sa sfruttare tali linguaggi (riferendosi alle varie tecniche di visibilità e posizionamento sui motori di ricerca, intesa come il numero della posizione in cui è mostrato un sito nella pagina dei risultati quando si vanno a cercare delle parole su Google, e quindi di un intrinseco vantaggi nel comparire tra i primi risultati, o di una migliore visibilità sui social network) avrà un vantaggio strategico immenso rispetto ad un altro professionista che magari ha una reputazione, una professionalità, un curriculum ed un’esperienza dieci volte maggiore del primo” “cosa accadrà se e quando l’unico canale d’accesso all’informazione sarà Google?” “Praticamente quest’ultimo sarà invisibile!” (pag. 35).

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È obiettivamente un argomento molto interessante da trattare, il quale fa luce su una problematica più ampia della cultura italiana attuale che prende il nome di digital divide. Questo è inteso come il divario tra coloro i quali non solo hanno accesso alla rete e chi non lo ha, ma anche tra coloro che sono in grado di trarne dei benefici da essa e chi no. Tornando a noi, nel documento di Bozzaotra e colleghi (2017) prima citato, gli autori suggeriscono delle possibili azioni di contrasto contro il Digital Professional Divide, come ad esempio:

  • Regolamentando i criteri di indicizzazione e posizionamento non in base alla visibilità stessa della pagina, che è uno dei criteri per comparire tra i primi risultati (per una maggiore chiarezza allego una delle pagine ufficiali di Google che tratta questo argomento) riferita al professionista, ma alla professionalità, alla reputazione e le competenza della persona stessa;
  • Presidiando i punti di accesso all’informazione (siti di informazione alla salute, blog, social network) entro i quali spesso troviamo cattive informazioni, informando in maniera qualificata l’utenza e rendendo identificabile ed inconfondibile il professionista psicologo.

Queste azioni, seppur con le loro criticità (si veda l’ultimo paragrafo per le opinioni personali), sarebbero comunque a carico dei vari ordini degli psicologi regionali italiani, o del CNOP stesso. Queste però non sono le uniche strategie attuabili per andare incontro alle problematiche prima descritte. È possibile mettere in atto accorgimenti utili ai singoli professionisti che intendono non solo utilizzare internet ed i social network per pubblicizzarsi, ma anche per far fronte alle problematiche che potrebbero insorgere a seguito di una cosi facile esposizione della propria vita privata.

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Come presentarsi al pubblico sui social (social media marketing deontologico)

Attualmente non ci sono linee guida ufficiali specifiche su di un social media marketing deontologico. In Italia le modalità e le informazioni pubblicizzabili, ovviamente in riferimento alla figura dello psicologo o del dottore in scienze e tecniche psicologiche (STP) iscritti agli albi specifici, fanno riferimento “all’ATTO DI INDIRIZZO SULLA PUBBLICITÀ INFORMATIVA DELLE ATTIVITÀ PROFESSIONALI DEGLI ISCRITTI ALLA SEZIONE A E B DELL’ALBO”. Questo documento, pubblicato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) (2007), è la base di partenza che i vari ordini regionali considereranno per istituire i regolamenti per trattare le modalità e le informazioni pubblicizzabili a cui successivamente i professionisti iscritti ai rispettivi albi dovranno aderire. Nel su detto documento, per gli psicologi o dottori in STP è consentita la pubblicità sui siti web “purché venga realizzata secondo criteri di trasparenza e di veridicità del messaggio e in un’ottica di servizio alla collettività, prestando particolare attenzione alla sua influenza sull’utenza, in linea con quanto sancito dagli artt. 8, 39, e 40 del Codice Deontologico degli Psicologi”, e le informazioni devono essere formulate “conformemente ai criteri della serietà scientifica ed alla tutela dell’immagine della professione”.

Ho provveduto personalmente a contattare l’Ordine Regionale degli Psicologi della regione Puglia, il quale mi ha confermato che sulle proprie pagine personali online è possibile riportare le proprie informazioni generiche, ad esempio nome e cognome, qualifica, lauree, servizi offerti, numero di iscrizione all’ordine, le quali però dovranno sempre rispettare, ovviamente, le linee guida presenti nel relativo documento sulla pubblicità presente sul sito dell’ordine, e che comunque è possibile chiedere all’ordine un parere sul proprio materiale pubblicitario, quindi anche la propria pagina social, contattandoli personalmente.

Scendendo più nel partico, alcune delle pratiche di buona norma suggerite dal sito GoodTherapy nelle modalità  con cui presentarsi, anche sui social, prevedono l’utilizzo di un linguaggio professionale, quindi privo di imprecazioni, ma anche di punti esclamativi ed emoticons. Mentre lo stile di comunicazione personale può essere diverso, nella pratica privata con i clienti, nel quale un professionista è libero di scegliere di usare il linguaggio anche più informale per incoraggiare, ad esempio, l’utente ad essere sé stesso durante il colloquio; è bene considerare che sarebbe meglio esprimersi in questo modo specificatamente durante quelle situazioni dove, in caso di malinteso, questo può essere spiegato. Al contrario, invece, la pagina sui social network serve esclusivamente a presentarsi.

Un altro consiglio utile, riportato sempre nello stesso sito, potrebbe essere quello di mantenere il contenuto (post, foto) sulla pagina professionale appropriato. Pubblicare citazioni, frasi motivazionali o altre grafiche di questo tipo può essere accettabile, ma è generalmente raccomandato di tenere le proprie foto personali sulla propria pagina privata. È sempre da considerare il possibile impatto che un contenuto privato potrebbe avere sia su un possibile cliente, ma anche sulla propria immagine professionale. Questo apre la strada ad un altro importante argomento: la separazione tra vita privata e vita professionale, anche sui social network.

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Rivelazione di sé stessi sui social (le regole del piccolo mondo)

La risposta ufficiale dell’American Psychological Association (APA), deriva da una ricerca Lannin e Scott (2013), il quale consiglia di applicare ai social network le regole che gli psicologi applicano nel “piccolo mondo”, i piccoli paesi dove “si conoscono tutti”. Per quanto possa sembrare assurda la comparazione tra social network ed i contesti rurali, queste hanno delle importati similitudini, entrambe possono essere caratterizzate dalle medesime violazioni di confine, come: continui contatti incidentali (ad esempio, per strada nelle citta – su un gruppo su Facebook), esposizione inevitabile (ad esempio, per conoscenza nella citta – opinioni, foto, ecc. su Instagram), ed inevitabili e multiple relazioni (ad esempio, essere amici di amici nelle città – amicizie in comune sui social network). Come è possibile immaginare, nei contesti rurali non è sempre possibile evitare i continui contatti accidentali, la propria esposizione e le relazioni multiple. Fortunatamente la pratica psicologica nei contesti “rurali” ha dimostrato che tali violazioni di confine possono essere non necessariamente dannose per sé stessi o per il cliente, ma gestibili.

È quindi molto importante per gli psicologi considerare i rischi ed i guadagni che la loro attività online potrebbe avere sui propri clienti.  Kaslow, Patterson e Gottilieb (2011) hanno notato che con l’esposizione online dei professionisti, i clienti “percepivano la relazione terapeutica come più informale o sociale al punto tale da poter violare più facilmente i confini o il contesto terapeutico, definito con un santuario per esplorare le questioni personali” (pag. 106). Quindi, anche secondo Zur (2008), l’esposizione online è inevitabile; sono anche i clienti stessi, o i potenziali, che spesso cercano di apprendere maggiori informazioni del loro psicologo dai loro siti web personali, o talvolta sono più invasivi come ricerche su Google, social network o informandosi su chatroom specializzate, usando il nome e cognome, o l’e-mail personale del professionista. Da queste piattaforme, si potrebbero potenzialmente scoprire anche le informazioni personali dello psicologo, come: il numero di telefono privato, indirizzo di casa, composizione familiare, la valutazione di altri clienti, post su blog, foto o video personali (anche molto vecchi), articoli scritti dal o sul professionista, e profili social. Quindi, come fanno notare Faulkner e Falkner (1997) nei contesti rurali (ma quindi anche sui social), a tal proposito, sarebbe opportuno informare gli psicologi non solo ad evitare contatti non professionali, ma anche a gestire le modalità con cui affrontare i contatti non professionali, in ottica di diminuirne le potenziali dannosità (Lannin & Scott, 2013).

“Quindi cosa fare?” Alcune indicazioni

Sfortunatamente l’APA, ed in realtà neanche il CNOP, non hanno ancora sviluppato delle linee guida ufficiali per il comportamento degli psicologi sui social network, ma in attesa di queste potrebbe essere d’aiuto far riferimento alle stesse, ma sviluppate da altre organizzazioni della salute; in generale, quindi queste potrebbero essere (Lannin & Scott, 2013):

  • Secondo Barnett (2008) ed altri studi, sarebbe opportuno creare a priori una politica di social network da presentare al cliente, in modo tale da essere chiari con lo stesso. Cosa fare in caso di richiesta di amicizia di un cliente? Per quanto Lannin è Scott (2013) consiglino di rifiutarla, sarebbe opportuno chiedersi l’impatto che questo rifiuto potrebbe avere sui i sentimenti del cliente, magari potrebbe urtarli, ma è anche vero che questo non deve essere un motivo che obbliga il professionista ad accettarla, anzi; Questa richiesta potrebbe essere vista piuttosto come un’opportunità di discussione delle conseguenze sull’essere visti come amici su una piattaforma pubblica, di come questo possa inficiare sulla relazione terapeutica o ribadire/chiarire che la relazione terapeutica è differente da quella di amicizia (Chamberlin, 2010).
  • È ovviamente importante che, anche da parte del professionista, andrebbe evitato di cercare informazioni sui clienti per curiosità, e che dovrebbe esser fatto solo in ottica terapeutica e comunque con il necessario consenso esplicito.
  • Secondo l’American Medical Association (2010) ed altri ricercatori, è importante separare i legami professionali da quelli personali, e di conseguenza sarebbe opportuno, stando a quanto scrive Bratt (2010), anche separare i due profili social.
  • Sempre l’American Medical Association (2010) ed altri studi, ribadiscono che è opportuno impostare la privacy dei propri social network personali come più alta possibile, ed usando, in caso necessario, degli pseudonimi in modo tale da rendere la ricerca delle proprie informazioni personali il più difficile possibile.
  • Secondo Van Allan e Roberts (2011), le discussioni di casi di clienti dovrebbero essere evitate o comunque tenute con estrema cautela. Attualmente esistono una moltitudine di gruppi Facebook in cui si discute di questi casi, i quali nonostante non nominati, potrebbero urtare la sensibilità di alcuni clienti che ne vengono a contatto.
  • Secondo Taylor e colleghi (2010), al fine di verificare le proprie informazioni disponibili ai clienti, sarebbe opportuno che un professionista cercasse il proprio nome su Google, oppure, stando a Zur e colleghi (2009), impostare un avvertimento quando questo compare nei siti riscontrabili nel motore di ricerca (allego una guida semplice su come utilizzare il servizio di Google Alert, utile proprio a quest’ultimo scopo.

“E se volessi continuare ad usare i miei social per pubblicizzarmi perché già particolarmente attivo ed in possesso di un pubblico?”

La ritengo essere una domanda molto interessante, ed anche legittima. In particolare, perché gli accorgimenti prima citati sono contestualizzati ad un periodo storico in cui, ad esempio, le stories non erano contenti con la stessa valenza che hanno attualmente.

Su Instagram, attualmente, è possibile proteggere il proprio account personale tramite una “richiesta di follow”, la quale potrebbe essere opportuno impostare o mantenere, se già impostata, nel caso si volesse continuare ad utilizzare l’account social personale. Ma cosa fare se si vuole utilizzare il proprio profilo Instagram personale perché si è già particolarmente attivi in esso? Per quanto personalmente, alla luce di quanto prima detto, sento di sconsigliare caldamente questa scelta, è possibile fare in modo di impostare una “lista di amici stretti”, che potrebbe essere utile a scindere, perlomeno attualmente solo nelle stories, i contenuti da condividere prettamente personali da contenuti mostrabili al grande pubblico. È possibile anche non mostrare i “post in cui ti hanno taggato” senza rimuovere il tag aprendo la foto interessata in cui si è stati taggati -> cliccando sui tre puntini in alto a destra sulla foto -> cliccando su “opzioni del post” -> e togliendo la spunta su “mostra nel tuo profilo”; attualmente non esiste un modo per farlo automaticamente per tutte le foto, ma va fatto per ognuna.

Su Facebook, invece, è già da tempo disponibile la possibilità di dividere gli amici in “liste specifiche”, andando sul pannello amici -> cliccando sulla sezione “Amici” della persona interessata -> selezionando la lista oppure crearne una nuova. Questa funzione permette di decidere le liste, quindi le persone, con cui condividere le proprie informazioni oppure i propri contenuti, in maniera specifica, e quindi più opportuna.

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Considerazioni finali e pareri

Di certo non è mia intenzione convincere le persone “comuni” di quanto il web sia “brutto e cattivo”, anzi. Internet è uno strumento meraviglioso ma potentissimo, e quindi, in quanto tale, necessità di particolare attenzione. È necessario che le persone, non solo ne siano consapevoli, ma soprattutto sviluppino quelle competenze utili a poter affrontare le sfide e le possibilità del mondo digitale nei modi più giusti. È comprensibile pensare che per le persone comuni possa essere poco importante il fatto che le loro informazioni personali sia disponibili pubblicamente, e non intendo necessariamente il numero di telefono o il conto in banca, ma anche “solo” le proprie foto; ma questo non può valere anche per i professionisti.

Infatti, io mi rivolgo a loro, alle persone che devono avere una relazione con i propri utenti/pazienti. È ragionevole pensare che una piattaforma che utilizza le relazioni come parte costituente della stessa, abbia un impatto sulle relazioni stesse. Immaginate l’effetto che questo potrebbe avere sulle persone che utilizzano la relazione come strumento lavorativo, ad esempio gli psicologi. Mi riferisco proprio a loro in particolare. Ho creato questo articolo sulle indicazioni che ho trovato sui database scientifici e dalle risposte ufficiose degli ordini professionali, che comunque ancora oggi non hanno dato una vera e propria risposta ufficiale.

Inoltre, alcune criticità nelle proposte del CNOP sul digital professional divide che ho pensato leggendole, derivano proprio da una impossibilità fisica di presidiare ogni singolo sito web o contenuto presente sui social network in cerca di pressappochismi o inesattezze sugli argomenti di psicologia, e della difficoltà da parte di Google nel progettare un algoritmo, anzi degli indici, che permettano di, appunto, indicizzare le pagine web sul proprio motore di ricerca al fine di dare maggiore visibilità a contenuti più validi, per quanto ci siano gli sforzi da parte dell’azienda volti proprio a questo proposito (si vedano gli indici EAT e YMYL qui e qui spiegati.

Non bisogna dimenticare che per quanto internet possa essere considerato un diritto fondamentale per l’uomo, perlomeno in Italia, Google non è internet. Google è una azienda privata che offre un servizio tramite una piattaforma, e ha il diritto di decidere come offrirlo, anche in termini di risultati restituiti. Ed anche giusto che una persona che intuisce maggiormente l’importanza di un corretto posizionamento, mettendo in atto degli accorgimenti, o pagando per compartire tra i primi risultati, debba essere maggiormente servito dalla piattaforma, quindi posizionato più in alto nella pagina dei risultati, rispetto ad un professionista che non lo fa.

Capisco perfettamente il problema, come capisco perfettamente le intenzioni del CNOP, il problema è complesso ed è difficile farne fronte. Una delle modalità con cui penso sia possibile far fronte a questa problematica è l’istituzione di un motore di ricerca specifico per gli psicologi (o per le professioni sanitarie in generale), facile ed intuitivo nell’uso come quello di Google. Il quale non sarebbe “corruttibile dal vile danaro”, piuttosto in possesso un algoritmo che premi le prime posizioni dei profili professionali, nelle pagine dei risultati in base a parametri specifici decisi dalle istituzioni ufficiali, e non da strategia marketing dei singoli. Successivamente realizzare iniziative che spingano gli utenti ad utilizzare questo motore di ricerca ad esempio tramite conferenze, agevolazioni sul prezzo di prestazione, e magari facendo anche in modo che questo motore specifico compaia come primo risultato tra le ricerche dei professionisti anche su Google stesso (anche pagando questa commissione, proprio come è normale fare tra le aziende).

Concludendo, spero che questo articolo possa essere utile per quei professionisti che cercavano dei consigli su come gestire i propri social network, per qualsiasi perplessità, aiuto o critica non esitate a commentare. Il “www” non è brutto e cattivo, impariamo ad usarlo.

Antonello Luisi

  • Consiglio Nazionale Ordine Psicologi. (2007). ATTO DI INDIRIZZO SULLA PUBBLICITÀ INFORMATIVA DELLE ATTIVITÀ PROFESSIONALI DEGLI ISCRITTI ALLA SEZIONE A E B DELL’ALBO. [online] Available at: https://www.psy.it/allegati/atto_pubblicita.pdf.
  • Bozzaotra, A., Cicconi, U., Di Giuseppe, L., Di Iullo, T., Manzo, S. and Pierucci, L. (2017). Digitalizzazione della professione e dell’intervento psicologico mediato dal web. [online] Psy.it. Available at: http://www.psy.it/wp-content/uploads/2015/04/Atti-Tipici_DEF_interno-LR.pdf.
  • Lannin, D. G., & Scott, N. A. (2013). Social networking ethics: Developing best practices for the new small world. Professional Psychology: Research and Practice44(3), 135.
  • Chamberlin, J. (2010). Is it ever OK for a therapist to snoop on clients online?. [online] https://www.apa.org. Available at: https://www.apa.org/gradpsych/features/2010/client-searches.