Hungry Hearts: storia del “consumo emotivo”

Ispirandosi con delicatezza al romanzo “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Saverio Costanzo, autore de “La solitudine dei numeri primi” e della serie tv “In Treatment” propone al panorama del cinema italiano “Hungry Hearts”. Autore del disagio e della sofferenza, il regista pone sul grande schermo la storia di Mina e Jude, che si conoscono in un’angusta toilette di un ristorante cinese di New York. è un lavoro alienante fin dal principio, inquadrato dalla telecamera in modo stretto e soffocante, caratteristica preponderante della regia ad effetto fish-eye che non abbandona mai il film. Non è un caso, perchè il regista sembra intrufolarsi con estrema maestria nelle vite apparentemente tranquille di due coniugi innamorati e appassionati. La passione però incontra una gravidanza non desiderata appieno, primo sintomo di un futuro segnato perchè “Il diavolo è nei dettagli”.

Contro la medicina, Mina conduce una gravidanza particolare, coronata dall’incontro con una veggente che convince la donna del fatto che il bambino che aspetta è speciale, particolare, inusuale. É un “bambino indaco”, espressione che sta ad indicare una teoria, priva di fondamenti scientifici, proposta dalla parapsicologa Nancy Ann Tappe. Il mito del bambino indaco si riferisce ad un bimbo con caratteristiche speciali, che merita cure altrettanto speciali. Questa profezia segna indissolubilmente il comportamento della donna nella crescita di suo figlio. La mia scelta di utilizzare l’aggettivo possessivo al singolare non è casuale: il bambino è di Mina.
Sono innanzitutto di Mina le scelte nutrizionistiche di suo figlio. Questo comportamento diventa man mano causa di liti e forti incomprensioni con suo marito, quasi sempre in disaccordo con le scelte della donna; il piccolo non può prendere aria fuori dalle quattro mura domestiche ed il suo svezzamento si limita ad alimenti naturali.
Hungry Hearts diviene così la storia del disagio esistenziale di una Mina cruda ed allo stesso tempo fragile, che perde qualsiasi sembianza di donna e moglie, lasciando il posto all’ossessione, fatta di rituali e fissazioni. La vita di Mina e Jude viene infestata dall’incondizionato timore che tutto sporchi, contamini, rovini e distrugga la purezza dell’“Indigo child”, a tal punto da affamarlo e non comprendere che sofferenza stia infliggendo. Ha l’ossessione della purezza, a tal punto che porta ad una condizione di denutrimento il suo bambino, lontano da pediatri che, a parer suo, possono solo inficiarne la salute.
Il disagio è la messa in scena di un conflitto: ma tra cosa? O tra chi?
È innanzitutto un tipico conflitto genitoriale analizzato dall’occhio giudicante dello spettatore, cosciente di chi è nel giusto. Ma mai così coraggioso da puntare il dito. È una guerra distruttiva tra moglie e suocera, figura rappresentativa della cura “all’italiana”, della madre esperta, e della nonna che si preoccupa se suo nipote non cresce.
Ma è anche una sfida ideologica, diventata ormai un’ossessione malsana, che riesce a modellare la mente di una donna che lentamente si ammala e ammala chi è intorno a sé ed un’ideologia non può essere sbagliata e si limita ad affermarsi così com’è, forte ed efficace.
La quotidiana distruzione porta a trascorrere intere giornate a non far nulla, rinchiusa in una casa che conosciamo alla perfezione attraverso quell’inquadratura stretta, metafora della mancanza del respiro. Perchè è proprio così che ci si sente: chiusi, con un tanfo inesorabile, prede della pazzia di una donna che non riesce a comprendere, che gli spettatori stessi non hanno la capacità di comprendere. È il dramma di un trauma vivo, vivo fin dal rifiuto della maternità. Ma la maternità di Mina è fatta di sguardi e carezze, carinerie che non rivolge più al suo uomo. Hungry Hearts è un film silenzioso, dove gli occhi di Alba Rohrwacher, premiata alla 71° Edizione del Festival di Venezia come migliore attrice femminile, non possono che essere indiscussi protagonisti. Alba ha lo sguardo dolce e perso, di per sé. E riesce a trasmettere quelle emozioni dure e crudi, a volte, senza emettere nemmeno un suono. Il suo corpo si volta verso lo spettatore e trasmette sofferenza: così cupo e così spento, educato e riservato, è il ritratto dell’impotenza. Adam Driver interpreta un Jude apparentemente debole, frenato dall’amore e dalla buona fede che intravede nel dolce sguardo di quella donna che lo ha fatto così tanto innamorare. Il comportamento sospetto di Mina lo porta però ad aprire gli occhi e a reagire di fronte ad un grande pericolo.
Hungry Hearts appassiona, crea ansia e terrore. E affama chi, come Mina e Jude, incontra un amore che distrugge.


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“La nostra è un’epoca nella quale i figli sono, prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, oggetti di consumo emotivo. Gli oggetti di consumo soddisfano i bisogni, desideri o capricci del consumatore e altrettanto fanno i figli.
I figli sono desiderati per la gioia dei piaceri genitoriali che si spera arrecheranno il tipo di gioie che nessun altro oggetto di consumo, per quanto ingegnoso e sofisticato, può offrire.”
                                                                [Zygmunt Bauman]

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Stefania De Fiore

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa di Psicologia Clinica. Continua voglia di scoprire ed imparare, costantemente alla ricerca di confronti con le persone, grande fonte di ispirazione.