IAD: Internet Addiction Disorder

Uno dei soliti viaggi in metro. Ore 16.
Poca gente. Iniziai a guardarmi intorno e a scorgere mille volti diversi. La maggior parte della gente fissava lo schermo ultraluminoso dello smartphone. Io fissavo loro. Ero colpita.
Tutti talmente presi da cose virtuali da non riuscire nemmeno a rendersi conto di chi avevano di fianco. L’unica persona che intercettava il mio sguardo era una signora sulla settantina (molto in forma, oltretutto!), che mi sorrise.
Fu allora che mi posi una domanda, guardando il cellulare che avevo in mano, con mille applicazioni aperte: e se fossimo tutti sulla soglia della dipendenza? Talmente vicini da non accorgercene? Come mai ci sembra normale utilizzare i cellulari in qualsiasi momento morto? Abbiamo tempo per leggere un libro che non riguardi l’università? Perché la signora sulla settantina sorrideva?
Derrick de Kerckhove, esperto mondiale di tecnologie digitali, sostiene che televisione, computer, internet e realtà virtuale sono “psicotecnologie”, tecnologie della psiche, capaci di influenzare la mente umana in modo molto sottile. Ed ecco che ero lì, con il sorriso della signora, a cercare risposte.
Sapevo che, oltre a esistere una forte affinità tra media elettronici e realtà mentale, i media svolgessero una straordinaria funzione di estensione di pensiero, linguaggio, comunicazione e intelligenza (per cui … “gran figata”, ho sempre pensato!).
Nel 1995 lo psichiatra americano Ivan Goldberg ha parlato di Internet Addiction Disorder: una patologia compatibile con altri disturbi di carattere compulsivo, che si manifesta sotto varie forme. In primis, la Social Network Addiction si presenta come una vera e propria dipendenza da connessione, caratterizzata da una forte necessità di controllare e aggiornare spesso il proprio profilo e le proprie informazioni per cercare approvazione e fare nuove amicizie virtuali, per sentirsi meno soli.
Il paradosso introdotto dalle nuove tecnologie è proprio questo: siamo circondati da mille mezzi diversi per comunicare e ci sentiamo sempre più incapaci di farlo. Ci sentiamo soli, oltretutto. La comunicazione reale resta sempre a livelli superficiali, mentre quella virtuale si spinge nel profondo. Come è possibile che si verifichi questo (ed ecco un’altra domanda)? Mi sembra molto strano che a volte tendiamo a non guardarci intorno. A mio avviso, esiste una sorta di bolla che creiamo, per non essere troppo intaccati dai rapporti veri. Li teniamo a distanza, tendiamo a creare una via di fuga dalla quotidianità, spesso non così rosea come potrebbe apparire un profilo facebook.
Tra gli adulti è molto comune la Net Compulsion, che implica tre atteggiamenti principali: competizione, rischio e ricerca di eccitazione immediata attraverso il gioco d’azzardo on-line, la partecipazione ad aste, il commercio in rete, oltre al trading on-line, ovvero il gioco in borsa attraverso internet. Queste forme di “gioco virtuale” assumono il ruolo di veri e propri casinò, in cui entrare e giocare qualsiasi somma di denaro, a qualsiasi ora (casinò, ma ci pensate?).
I primi sintomi di dipendenza consistono nell’uso compulsivo del mezzo tecnologico. Nei casi peggiori si arriva alla perdita progressiva del controllo sulla propria vita: le relazioni interpersonali si logorano, l’interesse per altre attività si riduce, l’umore inizia a modificarsi, possono comparire i primi disturbi del sonno e problemi fisici di varia natura. Disforia, rabbia, frustrazione, ansia e agitazione sono solo alcuni dei sintomi che fanno la loro comparsa nel momento in cui si è “costretti” a staccarsi dal mezzo tecnologico.
Quindi, magari, i rapporti tra marito e moglie, tra due amici che hanno condiviso concerti, emozioni e birre insieme, vengono messi in crisi per il puro piacere che deriva dall’acquisto online. La cosa più strana è che questa è la realtà in cui viviamo e se ne parla davvero poco.
Tuttavia, (finalmente buone notizie) gli studi condotti in merito hanno grossi limiti dal punto di vista qualitativo. Più che di dipendenza, dunque, è opportuno parlare di abuso da internet: sarebbe fortemente sollecitato da un assetto interiore carente, senso di vuoto, solitudine. Le persone con tratti di personalità ossessivo-compulsiva sono le più vicine allo sviluppo della dipendenza. Sembrano esposti a un maggiore rischio, inoltre, i soggetti con elevato grado di informatizzazione, che svolgono lavori notturni o isolati geograficamente e soggetti con situazioni familiari o lavorative sfavorevoli.
Più frequenti, invece, sono i casi di “abuso tecnologico”, dove il comportamento additivo e compulsivo è passeggero e transitorio, concentrato in alcune fasi della giornata, ad esempio la notte. L’abuso può portare a conseguenze variabili nella vita del soggetto (da scarse prestazioni lavorative a disturbi del sonno, da problemi coniugali a intensi sentimenti di rabbia derivanti dal distacco dal mezzo, ecc.). Si parla, in tal senso, di short addiction, che spesso si risolve spontaneamente: il soggetto sottopone a critica il suo comportamento, inizia a vederne i tratti non adattivi e a relegare quell’atteggiamento a momenti di stress, depressione, solitudine.
Porsi delle domande e osservare i possibili effetti dell’attuale trasformazione tecnologica sulla nostra vita psichica è un compito non solo necessario, ma anche avvincente, nel tentativo di stimolare l’integrazione armoniosa e serena tra aspetti reali e virtuali dell’esperienza umana.
Ah… ad oggi, posso semplicemente dire che, la prossima volta, in metro, porterò sicuramente un bel libro!

Antonella Vilardi

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Antonella Vilardi

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, studentessa in psicologia dei processi sociali, decisionali e comportamenti economici, cantante per passione, affascinata dalle parole, viaggiatrice accanita, con una forte propensione per le sfide difficili.