Identificazione proiettiva: chiave di accesso al mondo interno del paziente nel setting terapeutico

Identificazione proiettiva come chiave di accesso alle relazioni oggettuali primitive

 

Con il termine identificazione proiettiva si fa riferimento a un meccanismo di difesa psichico descritto per la prima volta da Melanie Klein nel 1946. Esso indica la messa in atto, da parte del bambino, di operazioni mentali inconsce con cui questi fantastica di introdurre la propria persona, o parti di sé, all’interno del corpo materno per possederlo, controllarlo o danneggiarlo.

 

Interessante, ai fini di un’analisi che si ponga come obiettivo quello di esplorare la valenza euristica di questo meccanismo di difesa, in particolar modo nel setting terapeutico, è senza dubbio il contributo di Bion. Con Bion, l’identificazione proiettiva, nella sua valenza “normale”, assume un potenziale comunicativo importante, in qualità di meccanismo attraverso cui l’organismo immaturo riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni, non ancora nominabili, a un oggetto recettivo (Bion, 1959).

 

L’oggetto recettivo primario è, nelle prime fasi di vita, la madre, la quale, in condizioni ottimali, è in grado di attuare la cosiddetta “rêverie”, nonché capacità di accogliere dentro di sé, attraverso i processi di identificazione proiettiva del bambino, esperienze sensoriali, affettive, emotive e di malessere disorganizzanti, restituendole arricchite di senso, tramite la ”funzione alfa”, ovvero la capacità materna di elaborazione, tramite modifica, dell’esperienza emotiva, e trasformazione della stessa sotto forma di elementi fruibili dal bambino (Bion, 1962).

 

L’identificazione proiettiva, tuttavia, non sempre assume una valenza adattiva nei processi comunicativi e di scambio emotivo all’interno di una diade. Spesso, infatti, la mancanza, nelle prime fasi di vita, di un adeguato livello di responsività e sensibilità materna, o in generale del caregiver, determina il ricorso eccessivo all’identificazione proiettiva come strumento intrapsichico funzionale alla negazione dell’esperienza carica di angoscia (Bion, 1959), ovvero dell’esperienza di non corresponsione empatica dei bisogni psichici primari.

 

Alla luce del prezioso contributo di Bion, l’identificazione proiettiva ha assunto una valenza “terapeutica” ed “euristica”, appunto, essenziale nel setting psicanalitico e terapeutico in generale. Essa, infatti, può essere massivamente riconosciuta nei processi transferali e controtransferali.

 

Sin dalla metà del ‘900, numerosi psicoanalisti hanno sostenuto l’importanza di valorizzare i sentimenti che il paziente suscitava nel terapeuta (Heimann, 1950), non considerandoli più come appannaggio della “purezza” del setting o, ancor peggio, come ostacolo al processo terapeutico.

 

Bion, all’interno del suo modello, sosteneva che il paziente potesse “trasferire parti disturbanti del sé e del proprio mondo interno dentro l’oggetto (prima la madre, ora l’analista), ed esercitare una pressione perché venissero accolte e restituite in qualche forma più tollerabile”. In questi processi transferali e controtransferali complessi, basati su modelli relazionali e interattivo-emotivi primitivi, si ricreano, spesso, copioni relazionali, pattern di interazione prototipici, all’interno di processi, tuttavia, spesso collusivi o disadattivi, se non riconosciuti dal terapeuta nella loro valenza di “ripetizione” del passato e utilizzati come chiave di accesso al mondo interno del paziente.

 

L’identificazione proiettiva e i disturbi di personalità

 

Pazienti con alcune configurazioni disadattive di funzionamento personologico del sé e interpersonale, basate su domini di antagonismo e, quindi, manipolatorietà, inganno, insensibilità, attivano spesso tendenze controtransferali nel terapeuta, quali l’incredulità e la collusione (Symington, 1980), sentimenti di disperazione e impotenza (Strasberger, 1986) rispetto alle resistenze del paziente, timore di essere aggrediti (Meloy, 1988), fino a forme di gemellarità narcisistica, all’interno di una collusione corrotta (Gabbard, 2015).

 

Analogamente, reazioni controtransferali, riconducibili alla messa in atto di processi di identificazione proiettiva, si riscontrano frequentemente nel setting terapeutico con il paziente narcisista. Frequente, infatti, è la sensazione nel terapeuta di essere inutile, insignificante, non meritevole dell’attenzione o ammirazione dell’altro: il terapeuta finisce per accettare la propria esistenza satellite (Kernberg, 1970). Il paziente ignora il terapeuta come in passato i propri genitori hanno ignorato lui.

 

L’identificazione proiettiva, oltre che nel cluster B dei disturbi di personalità (DSM-5, 2014), si riscontra in maniera eclatante nel cluster A, nel funzionamento intrapsichico e interpersonale del paziente paranoide. Egli tratta il terapeuta come un cattivo oggetto persecutorio, al punto che il terapeuta si sente costretto ad assumere un atteggiamento difensivo che, di riflesso, attiva nel paziente la sensazione di essere attaccato, frainteso, ingannato. In questo caso, il terapeuta ha come unica possibilità, per disinnescare il circuito disadattivo, quella di empatizzare con il bisogno del paziente di proiettare, fungendo da contenitore dei sentimenti di odio (Epstein, 1979).

 

In maniera diversa, ma altrettanto evidente, anche il paziente borderline proietta le parti cattive o disconosciute del proprio mondo interno nel terapeuta o in altri significativi (Clarkin et al., 2007a), esercitando su di essi una forte pressione interpersonale per condurli ad assumere le caratteristiche dell’oggetto cattivo negato.

 

In conclusione, a termine di questo excursus, mi piace riprendere quanto afferma Searles ne Il paziente come terapeuta del suo analista (1972), rifacendosi a una affermazione fatta da Freud nel 1921 in Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità:

 

“Noi non proiettiamo nel vuoto, per così dire, ma su qualcosa o qualcuno che ci offre una base di realtà per la proiezione” (p.282).

Questa citazione rimanda al concetto di “analisi reciproca”, al fatto che, nel campo dinamico bipersonale, si incontrino l’inconscio del paziente e del terapeuta, generando inattesi dinamismi e attivando, talvolta, parti inesplorate della realtà psichica (Stella, 2010). Un’analisi che non attiva questo tipo di fenomeni è un’analisi muta o stazionaria, un setting muto (Bleger, 1967).

 

Cos’ha a che fare tutto questo con il riconoscimento dell’identificazione proiettiva nei processi di transfer e controtransfert? È proprio nella capacità di individuare e riconoscere l’enactment – ovvero l’insieme dei messaggi, consapevoli e inconsapevoli, che il paziente mette in atto per attivare nello psicanalista il fenomeno del controtransfert (Filippini S., Ponsi M.,1993) -, nella capacità di riconoscere le caratteristiche del campo dinamico bipersonale e di promuovere le correzioni (trasformazioni e cambiamenti), che si definisce l’insuccesso o il successo terapeutico (Stella, 2010).

 

Bibliografia:

  • Bion, W. R. (1959). “ Attacks on linking” International Journal of Psychoanalysis, 40. (Trad. it. in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, cit.)
  • Bion W.R. (1962). “Learning from experience”. Heinemann. (Trad. it Apprendere dall’esperienza, Armando 1962 )
  • Heimann, P. (1950). On counter-transference. The International Journal of Psychoanalysis.
  • Symington, N. (1980). The response aroused by the psychopath. International Review of Psycho-Analysis, 7, 291-298.
  • Strasburger, L. H. (1986). The treatment of antisocial syndromes: The therapist’s feelings. Unmasking the psychopath, 191-207.
  • Meloy, J. R. (1992). The psychopathic mind: Origins, dynamics, and treatment. Rowman & Littlefield.
  • Gabbard, G. O. (2015): Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997, p. 528.
  • Kernberg, O.F. (1970), “Il trattamento della personalità narcisistica”. Tr. It. In Sindromi marginali e narcisismo patologico. Boringhieri, Torino 1978.
  • American Psychiatric Association, “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali”, Quinta Edizione DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014
  • Epstein, L. (1979), “Countertransference with borderline patients”. In EPSTEIN, L. FEINER, A.H. (a cura di), Countertransference. Jason Aronson, New York.
  • Clarkin, J. F., Yeomans, F. E., & Kernberg, O. F. (2007). Psychotherapy for borderline personality: Focusing on object relations. American Psychiatric Pub.
  • Searles H. (1975), “Il paziente come terapeuta del suo analista”, in Id. (1979), Il Controtransfert, Bollati, Boringhieri, Torino, 1994
  • Freud, S. (1921). Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità. Vol. IX.
  • Bleger, J. (1967). Psicoanalisi dell’inquadramento psicoanalitico. Simbiosi e ambiguità: studio psicoanalitico, 1000-1014.
  • Filippini, S., Filippini, S., & Ponsi, M. (1993). Enactment. Rivista di psicoanalisi, 39(3), 501-516.
  • Stella, A. (2010). I destini di Narciso: studi psicoanalitici su perversione, trauma e regressione. FrancoAngeli.

 

Sitografia:

 

Antonella Spinelli

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Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.