Il brutto: estetica, limite (che rappresenta) e paura (che provoca)

La bruttezza viene considerata nell’immaginario collettivo come una qualità negativa, in quanto limite assoluto. Un concetto astratto potrebbe essere facilmente compreso alla luce della definizione dell’opposto. Buio è opposto della luce. Amore è opposto dell’odio.
Ma questo non vale per il brutto. La bruttezza non è il contrario del bello; genera infatti delle emozioni così particolari nell’essere umano, a tal punto che la visione del brutto non è sempre facile. Guardare il brutto non è come guardare il bello.
L’essere umano predilige la bellezza: la sindrome di Stendhal è un chiaro esempio di quanto l’uomo possa soffrire a livello psicosomatico alla visione di un’opera d’arte di straordinaria bellezza.
L’arte del brutto è insita nel quotidiano. La televisione offre al telespettatore una costellazione di stimoli esteticamente brutti: numerosissimi infatti sono i format che il palinsesto offre. Con la nascita del digitale terrestre, emerge anche un canale particolare, il canale 31, anche detto “Real Time”. Esso offre una vastissima gamma di programmi fuori dal comune. Molto spesso l’oggetto è la stranezza: lo strano, il diverso, è sotteso all’originalità. “Malattie misteriose”, “Malattie bizzarre” o “Come ti vesti?!” sono solo alcuni esempi.
A livello teorico, lo scopo è soprattutto “informativo” poiché lo spettatore viene coinvolto nella spiegazione dettagliata a livello estetico di quale sia la patologia di cui il soggetto è affetto. A livello pratico, però, la rappresentazione offerta è un’immagine brutta e disgustosa che porta chi è davanti allo schermo a coprirsi gli occhi con le mani, con le dita mai completamente serrate.
Facendo riferimento all’ambito cinematografico, il cinema di Dario Argento è un prototipo di quello che potremmo definire l’horror italiano per eccellenza. Soprannominato il “maestro del brivido”, Dario è l’autore di infinite scie di sangue che sgorgano da corpi mutilati, feriti o letteralmente “lacerati”. A 14-15 anni non ho avuto il coraggio di sottrarmi alla visione di “Profondo rosso”, che rimane nella mia mente impresso per l’indimenticabile scena dell’ascensore: muovendosi, porta alla morte la madre di Carlo, a causa della catenina che porta al collo impigliata nelle porte dell’ascensore. La visione di una scena così particolare provoca un cocktail di emozioni contrastanti. Ansia ed eccitazione. Fascino e disgusto. Attrazione e repulsione.
Quella appena descritta è oggettivamente una brutta scena.
Ma il ricordo così nitido mi porta a dubitare: è questo il gusto dell’orrido?
Conquistata dal fascino dello splatter, non posso che sforzarmi di ricordare che problemi abbia affrontato durante l’infanzia. Ero appassionata, come moltissime bambine della generazione anni ’90, di un fenomeno meraviglioso chiamato “Walt Disney”. Potrei nominare una serie lunghissima di film animati che mi hanno letteralmente conquistato; dalla principessa vittima della mela avvelenata alla bambina distratta immaginata dalla mente diabolica di Lewis Carroll, passando per la simpatica guerriglia dei Dalmata. Ma non è questo il gap.
Vengo conquistata dal fascino del brutto autentico: Quasimodo, il Gobbo di Notre Dame e la Bestia, uomo bellissimo colpito da una maledizione che lo rende “mostruoso”.
Mi interrogo sul mio stesso giudizio: perchè Quasimodo e la Bestia sono brutti? Cosa mi spinge a giudicarli in tal modo?
Quasimodo, personaggio “disegnato” da Victor Hugo è affetto da cifosi, tanto da essere etichettato come il gobbo della cattedrale, zimbello del paese, innamorato della bella Esmeralda, che per dirla tutta lo friendzona. Dai, ammettiamolo: Victor non è stato per niente clemente. Anzi, fa innamorare la zingara di un altro. Ed il lieto fine dov’è? Walt condivide la visione di Victor.
Con la Bella e la Bestia invece, possiamo intravedere un epilogo roseo. Il principe bellissimo, di carattere complicato, egoista e cattivo, perde la sua bellezza tramutandosi nella Bestia, come punizione. Da bello a brutto. Da socialmente accettato a socialmente escluso, a tal punto che è rinchiuso in casa, e mostruosamente animalesco si comporta proprio da animale. Il bambino trae un insegnamento: la bellezza è ANCHE interiore. Si può amare ciò che è dentro e la crocerossina Bella scorge uno spiraglio di luce e gentilezza amando il brutto.
Ma fuori rimane brutto. Cioè, Bella è buona e cara: ma la Bestia è brutta e non c’è visione alternativa a questa.
La contrapposizione bellezza-bruttezza potrebbe imporre una visione univoca delle cose e ciò che è brutto arriva già brutto, senza possibilità di darne un giudizio soggettivo perchè lo stimolo non è “neutro”.
Nel titolo di entrambi i cartoni animati vi è la denominazione negativa della bruttezza fisica.E non è da sottovalutare. “Quasimodo, il campanaro di Notre Dame” non provoca la stessa sensazione che porta a distorcere la bocca o “La bella e la creatura” rievoca una contrapposizione non basata su caratteristiche fisiche ma rimanda ad un concetto o un’idea di natura differente che risulta inevitabilmente essere maggiormente positiva. Per cui mi domando e offro uno spunto di riflessione a chi mi legge: la rappresentazione visiva della bruttezza è educativa? O è la rappresentazione stessa a indurre il pensiero ed a formare un circolo vizioso?
Così facendo infatti il giudizio di un bambino è condizionato dalla visione appartenente a qualcun altro che, precedentemente, ha puntato il dito definendo brutto qualcosa o qualcun altro.
La rappresentazione collettiva si impone sul pensiero del singolo che, da buon deviante, se mai dovesse affermare che Quasimodo sia bello, farebbe la figura del mero dissenziente. Quasi polemico ed a tratti “assurdo” e “paradossale”.
Il bambino cresce e vive degli stimoli esterni colti dal contesto in cui vive. Con un imprinting squisitamente comportamentista, mi trovo a pensare al ruolo massmediatico della televisione, che induce stimoli sottopelle, secondo la Teoria dell’ago ipodermico o spara senza ferire una certa idea, secondo i teorici del proiettile magico.
A 5 o 6 anni non potevo accorgermi di cosa mi stessero comunicando in maniera subliminale.
Vivevo dell’amore della dolce Bella e potevo spegnere la tv se il maltrattamento di Quasimodo mi faceva piangere.
Più avanti ho imparato che il sangue ha fascino e “Tanto è finto”.
Mi chiedo a cosa possa portarmi oggi la visione di Real Time. A 21 anni posso costruire da sola il mio giudizio, limitando e resistendo all’induzione da parte del contesto esterno e quelle malattie mi sembreranno pura informazione, curiosa di apprendere quale possa essere la causa, per esempio, dell’elefantiasi.
Ma il bambino di Piaget, in piena formazione del giudizio morale e di ciò che è giusto e sbagliato, guarderà la stranezza come diversità e la diversità come brutto, di conseguenza.
E se la mamma suggerisce di mangiare gli spinaci probabilmente affermerà che “Sono brutti!” senza saper dire il perchè.
Forse perchè l’ha detto il suo amichetto durante il pranzo della mensa scolastica. 

 

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Stefania De Fiore

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa di Psicologia Clinica. Continua voglia di scoprire ed imparare, costantemente alla ricerca di confronti con le persone, grande fonte di ispirazione.