Il disturbo d’identità di genere. Dalla classica all’elettronica

Nella costellazione degli artisti e dei compositori del XX secolo che hanno contribuito allo sviluppo e all’affermazione dei sintetizzatori e della musica elettronica vi è un caso a sé stante e al quanto particolare che merita di essere raccontato.

Per anni il mondo della musica classica era stato abbastanza riluttante nei confronti di quell’innovazione tecnologica che stava denaturando gli stilemi della riproduzione e della composizione di opere classiche.
A partire dalla rivoluzione della musica atonale, anche se non era argomento di massa, ma oggetto di dibattito all’interno del mondo intellettuale, la musica classica stava vivendo un fermento che è servito all’evoluzione e alla rinascita del genere stesso. Ma è negli anni ’60 del secolo scorso che si affaccia sul mercato quello che può essere definito lo strumento che ha dato una svolta epocale al processo di produzione e composizione strumentale. Sono anni di sperimentazione e di slancio innovativo, e su questo terreno fertile aveva già da tempo iniziato a muovere i primi passi un ingegnere ed inventore Robert Moog, a cui probabilmente tutto il mondo musicale deve riconoscere un profondo attestato di stima. Moog nel 1963, ispirato dal “Wall Of Sound” di Raymond Scott (un sequencer elettromeccanico), costruisce insieme ad Herbert Deutsch il primo prototipo di sintetizzatore “Moog” (il cognome di Robert è diventato il nome dell’azienda produttrice di questi synths) e lo presenta nel 1964 alla convention della “Società d’Ingegneria Musicale”.

Inizia così la storia dei synths “Moog”, adottati in seguito da quasi tutti gli artisti musicali. Possiamo citare tra i tanti i Beatles, I Doors, gli Yes, Sun Ra, I Monkees, il visionario Klaus Schulze dei Tangerne Dream, gli Emerson, Lake & Palmer, I Rolling Stones, I Kraftwerk, Giorgio Moroder, i Beach Boys, i Parliament-Funkadelic di Gorge Clinton, i Genesis, i Pink Floyd, i Depeche Mode…e la lista sarebbe ancora lunghissima.
Tra tutti questi però c’è un’artista, che ha contribuito allo sviluppo dello strumento grazie ad una fruttuosa collaborazione con Moog stesso, che ha permesso l’affermazione e l’accettazione da parte del mondo della critica musicale con un’opera seminale della storia della musica elettronica chiamata “Switched On Bach”.
Sto parlando di Wendy Carlos.
Ma Wendy non si è sempre chiamata Wendy, precedentemente (esattamente prima del 1972) si chiamava Walter.
Walter Carlos all’età di 5-6 anni, così come riferito nell’intervista a Playboy in cui dichiarava al pubblico la sua riattribuzione chirurgica del sesso, aveva iniziato a sentirsi una ragazza e a sentirsi meglio con abiti femminili e con i capelli lunghi, chiedendosi come mai I suoi genitori non si siano accorti prima di questo suo essere.
Walter avverte i primi sintomi della disforia di genere.
Il Disturbo d’Identità di Genere, noto anche come Disforia di Genere è descritto dal DSM-IV come “una intensa e persistente identificazione col sesso opposto, associata a persistente malessere riguardante la propria assegnazione sessuale. L’identità di genere si riferisce alla percezione che l’individuo ha di sè come maschio o femmina. Il termine disforia di genere denota intensi e persistenti sentimenti di disagio per il proprio sesso, il desiderio di possedere il corpo dell’altro sesso ed il desiderio di essere considerato dagli altri come un membro dell’altro sesso.”
“I termini identità di genere e disforia di genere dovrebbero essere distinti dal termine orientamento sessuale, che si riferisce all’attrazione erotica verso i maschi, le femmine o entrambi” questa osservazione del DSM-IV inoltre slega ciò che precedentemente era correlato, infatti spesso prima l’identità di genere veniva fatta corrispondere ad un orientamento omosessuale, ma studi e ricerche hanno dimostrato che non sono assolutamente correlati (direi anche ovviamente…).
La patogenesi del disturbo (che può manifestarsi in tenera età cosi’ come in età adulta essendo un concetto dinamico ed evolutivo) è ancora difficilmente ascrivibile ad una categoria di fattori.
C’è chi propende verso il setting di fattori biologici (temperamento e ormoni sessuali pre-natali). Chi protende verso fattori psicologici quali educazione ricevuta e eventi di vita, chi ancora arriva a parlare di fattori culturali.
Sicuramente gli studi sull’identità di genere e sugli orientamenti sessuali si legano ad alcune correnti di pensiero quali il decostruttivismo e il pensiero post-moderno, i quali argomentano la risoluzione del dibattito in maniere diverse ma a mio avviso assolutamente auspicabili.
Walter, che ha studiato alla Columbia University e fu allievo di Vladimir Ussachevsky, incontra nel 1966 Rachel Elkind, che fu il produttore del suo primo album, il suddetto “Switched On Bach”.
Questo album è stato la prima dimostrazione dell’uso del sintetizzatore e al suo interno troviamo, oltre a varie opere di Johann Sebastian Bach, l’intero Concerto brandeburghese n.3, permettendo una dimostrazione di come l’innovazione tecnologica e le composizioni classiche potessero sposarsi in maniera assolutamente simbiotica. L’album, oltre ad aver venduto oltre 500.000 copie, vinse tre Grammy Awards nel 1970 per il Best Classical Album, Best Classical Music Performance e Best Engineered Classical Recording.
Nel contempo Walter nel 1972, dopo aver effettuato una cura ormonale, si sottopose all’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso, cambiando sesso anche presso l’anagrafe, diventando di nome e di fatto Wendy Carlos
Il successo riscosso per quest’album porto’ l’artista a lavorare per Kubrick alla realizzazione della colonna sonora di Arancia Meccanica e per quella di Shining e a lavorare per la Disney alla composizione della colonna sonora dell’avveniristico Tron.
Numerose sono le sue altre produzioni che sono state rimasterizzate nel 1998.
E’ strano pensare a come abbia voluto tra le altre cose, firmare la sua intera opera rimasterizzata semplicemente come W.Carlos.
E’ possibile dire che questo caso è unico nel suo “genere”. Wendy infatti ha dimostrato grazie alla sua attività artistica come non sia possibile rinchiudere all’interno di uno stilema o di una definizione un genere musicale e che anzi la definizione fissa di genere sia assolutamente scorretta.
E’ assolutamente straordinario e geniale aver ripensato la musica classica suonata da strumenti elettronici quali i synths della Moog. Così come l’identità di genere anche la musica è e deve essere un concetto dinamico ed evolutivo, che si deve prestare al cambiamento ed alla rivoluzione, non chiudendosi in sé stessa e non dandosi una stabilità o una fissità che non le permette di evolversi ad abbellirsi di nuove fantastiche rivisitazioni, riconcettualizzazioni e riproposizioni.
Non è possibile infatti, a mio avviso, pensare alla musica come ad un mondo chiuso, fermo, che definisce se stesso in base al suo passato e non a ciò che può diventare.
Se non fosse per Wendy, sicuramente oggi non avremmo la possibilità o magari ne avremmo una assolutamente diversa, di apprezzare mezzo secolo di innovazioni musicali che hanno portato alla fioritura di nuovi generi musicali a partire dal rock psichedelico, passando per il synth pop per arrivare all’ultima future-garage di Machinedrum.

Un grazie infinito Wendy.


Michele Di Stasi

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Michele DI Stasi

Michele DI Stasi

Classe 1993. Laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, attualmente studia Scienze Sociali Applicate presso l'università "La Sapienza" a Roma. Appassionato di musica, media, cultura pop, visual e virtual cultures, immaginario collettivo e individuale. I suoi interessi disciplinari comunicano continuamente tra di loro: sociologia dell'immaginario, mediologia, semiotica, sociosemiotica e studi sulle culture urbane sono i suoi campi d'interesse.