Il nemico numero 1 del cancro al seno: l’esercizio fisico

Negli ultimi 10 anni, la prevalenza di pazienti con storia di cancro è aumentato di circa 1 milione. Il ché è una cosa positiva, dal momento in cui più persone riescono a guarire o a convivere con la malattia per un periodo di tempo anche molto lungo. Ciò ha permesso di etichettare il cancro non più come “malattia incurabile”, da cui non c’è scampo, ma come “malattia trattabile”, da cui si può addirittura guarire. La forma di cancro su cui ci concentreremo in questo articolo è la neoplasia alla mammella.

 

L’aumento della sopravvivenza e delle condizioni di vita di un malato di cancro sono dovuti principalmente allo sviluppo scientifico e di specifiche terapie mediche. Tuttavia, la medicina, se da un lato “ripara”, dall’altro “danneggia”. Insomma, bisogna sempre fare i conti con gli effetti collaterali.

 

Ma, a ogni problema c’è sempre, o quasi, una soluzione: numerosi studi scientifici hanno, infatti, dimostrato che l’esercizio fisico svolto regolarmente non solo è in grado di ridurre il rischio di sviluppare neoplasie, ma ne riduce anche la mortalità e tutti gli effetti collaterali delle terapie, migliorando, così, la qualità della vita. Ed è per questo che tutte le più grandi organizzazioni mondiali, come la Word Cancer Research Fund International e la American Institute for Cancer Research, hanno riconosciuto l’esercizio fisico come uno dei principali fattori di protezione contro il cancro, sia prima, sia durante, sia dopo aver contratto la malattia.

 

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Uno dei più invalidanti effetti collaterali delle terapie oncologiche è risultato essere il deterioramento cognitivo. Nel mondo scientifico tale deterioramento va sotto il nome di “chemobrain”, anche detto “chemofog” o “post-chemoterapy cognitive impairment”. Tuttavia, l’appellativo attualmente preferito dalla comunità scientifica è “cancer-related cognitive impairment” che, tradotto, significa compromissione cognitiva associata al cancro.

 

Cos’è il cancro

 

Per comprendere facilmente cos’è il cancro, partiamo da cos’è una cellula. Semplificando, una cellula è l’unità funzionale del nostro organismo. Nell’uomo esistono oltre 200 tipi di cellule che, in base alla specifica funzione, assumono nomi differenti (es: neuroni, miociti). Quelle che svolgono la stessa funzione si uniscono a formare un tessuto (es: tessuto nervoso, tessuto muscolare). Diversi tessuti formano un organo (es: cervello, muscolo) e diversi organi formano un apparato o sistema complesso (es: sistema nervoso, apparato muscolare). Da ciò si può intuire che, se la cellula perdesse la sua funzione, anche il tessuto, l’organo e, quindi, il sistema/apparato smetterebbero di funzionare correttamente. Tuttavia, fin quando si tratta di un paio di cellule anomale, nessun problema: il nostro organismo è in grado di controllare e riparare i danni a cui va solitamente incontro nella naturale interazione con l’ambiente. Il problema sorge nel momento in cui tali cellule diventano 1000, 10.000, 100.000.

 

Il cancro è un termine ombrello con il quale si indicano circa 200 malattie con una caratteristica in comune: l’incontrollata crescita cellulare derivante da una serie di mutazioni genetiche di natura multi-fattoriale. Dunque, si assiste a una abnorme produzione di cellule difettose che, con il passare del tempo, finiscono per soppiantare le cellule sane. Come conseguenza si ha la distruzione dei “normali” processi fisiologici, ordinati e programmati, mediante cui il nostro organismo lavora (tra cui, la capacità di autoriparazione).

 

Le principali cause di cancro sono legate all’ambiente in cui si vive e allo stile di vita. Infatti, circa il 98% delle neoplasie sono dovute a: fumo di tabacco (33%); sovrappeso e obesità (20%); inattività fisica (5%); dieta (5%); abuso di bevande alcoliche (3%); e altri fattori ambientali e occupazionali. Solo il 2% dei tumori è a base ereditaria.

 

Spesso si sente parlare di tumore benigno e tumore maligno. La differenza tra i due consiste proprio nella crescita cellulare: mentre le cellule del primo si riproducono lentamente e restano limitate e contenute in uno specifico tessuto, le cellule che caratterizzano il tumore maligno si riproducono velocemente fino a invadere altri tessuti e organi. Quest’ultimo fenomeno di “colonizzazione” è conosciuto come metastatizzazione: esso inizia nel momento in cui le cellule tumorali raggiungono i linfonodi o il circolo sanguigno da cui, poi, arrivano in altre sedi. Dunque, la metastasi non è altro che una colonia del cancro originario.

 

I numeri del cancro alla mammella

 

La settima edizione del 2017 del volume “I numeri del cancro in Italia” ha stimato oltre 300.000 nuovi casi di tumore maligno, di cui il 46% nelle donne. Di tutte le tipologie di cancro sviluppate nelle donne, la più frequente risulta il cancro alla mammella (circa il 28%). A differenza delle altre forme di tumore, il cancro al seno è il più frequente in tutte le fasce d’età e il rischio di svilupparne uno aumenta con l’aumentare dell’età: a 49 anni si ha il 2,4% delle possibilità (una donna su 42), per poi passare al 5,5% tra i 50 e i 69 anni (una donna su 18), per finire al 4,7% tra i 70 e 84 anni (1 donna su 21).

 

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Oltre quelli citati precedentemente, alcuni specifici fattori di rischio per il cancro alla mammella sono: la lunga durata del periodo fertile, con menarca precoce e menopausa tardiva; l’assunzione di contraccettivi orali; l’elevato consumo di grassi animali e il basso consumo di fibre vegetali; l’obesità e la sindrome metabolica.

 

Un dato incoraggiante, che rispecchia un miglioramento del sistema sanitario italiano, i progressi scientifici e terapeutici e, probabilmente, l’aumentata consapevolezza dei pazienti, è la ridotta mortalità: circa l’80% delle donne con cancro alla mammella vivono per almeno 10 anni dal momento della diagnosi. Periodo che si potrebbe allungare ulteriormente se si mettessero in atto tutta una serie di strategie che fanno riferimento alla conduzione di uno stile di vita sano, ossia: non fumare, seguire una sana alimentazione e fare esercizio fisico.

 

Le terapie mediche: le due facce della medaglia

 

In base alla specifica forma di cancro e allo stadio in cui si trova il paziente, esistono diversi metodi terapeutici finalizzati a contrastare l’evoluzione della malattia. L’intervento chirurgico è il trattamento utilizzato nella maggior parte dei casi di cancro alla mammella: in relazione all’infiltrazione nei nodi linfatici e alle dimensioni del tumore, le tecniche utilizzate sono la linfectomia ascellare, ossia l’asportazione dei linfonodi ascellari, e la mastectomia, ossia l’asportazione della mammella. La radioterapia, terapia caratterizzata dall’utilizzo di radiazioni ionizzanti, è solitamente utilizzata dopo la linfectomia ascellare, anche se, in particolari casi (stadio II e III), viene utilizzata anche dopo la mastectomia. La chemioterapia, ossia la terapia che mira a distruggere in maniera più mirata e selettiva possibile le cellule neoplastiche mediante l’utilizzo di farmaci antitumorali, è solitamente utilizzata sia prima l’intervento chirurgico, al fine di ridurre il tumore, sia dopo, con l’obiettivo di abbassare il rischio di un ritorno dello stesso dopo averlo asportato. Negli ultimi anni sono state sviluppate altre tipologie di terapie che vengono utilizzate in particolari casi, ossia quando le cellule tumorali presentano, sulla loro superficie, specifici tipi di recettori. Tra queste rientrano le terapie biologiche, anche dette “terapie a bersaglio”, e le terapie endocrine, anche dette “terapie ormonali”.

 

Gli effetti collaterali delle terapie utilizzate per contrastare il cancro sono numerosi, e riguardano sia la sfera fisiologica sia quella psicologica. Nella prima sfera troviamo specifici sintomi acuti, tra cui la perdita di appetito accompagnata da nausea, vomito e diarrea, la perdita di sangue, una ridotta resistenza alle infezioni, perdita di capelli, debolezza muscolare e fatica, e specifici sintomi cronici, tra cui il deterioramento delle funzioni cognitive, la disfunzione ovarica, la menopausa prematura, l’aumento del peso corporeo e la riduzione della densità ossea, con conseguente fragilità e maggiore esposizione a fratture. I principali effetti collaterali di natura psicologica sono, invece, la depressione, ansia, disturbi dell’umore, bassa autostima e insonnia (Adraskela et al., 2017).

 

Esercizio Fisico: il più potente alleato contro il cancro

 

Le donne che fanno più esercizio fisico, specialmente di tipo aerobico a elevate intensità, hanno dal 20 all’80% di rischio in meno di sviluppare il cancro alla mammella, soprattutto in età post-menopausale: sono questi i dati riportati da un articolo del 2017 pubblicato sulla rivista scientifica “Clinical Breast Cancer” (Adraskela et al., 2017). Inoltre, è importante notare come l’esercizio fisico sia anche in grado di prevenire e ridurre l’obesità, considerato un fattore di rischio in età pre-menopausale e una convinta causa di cancro alla mammella di tipo post-menopausale. A tutto ciò bisogna, poi, aggiungere gli effetti protettivi contro l’insulino-resistenza, lo sviluppo di sindrome metabolica e diabete, tutti fattori di rischio del cancro (Adraskela et al., 2017).

 

Tuttavia, il presente articolo è dedicato a tutti coloro che hanno già sviluppato neoplasie alla mammella e che vogliono continuare ad avere una certa influenza sul proprio futuro, che vogliono sentirsi protagonisti e non meri spettatori della propria vita. E iniziamo da uno studio pubblicato nel 2016 sulla rivista scientifica “Clinical Cancer Research”, che ha confrontato due gruppi di pazienti con cancro al seno: uno svolgeva regolarmente attività fisica, l’altro era sedentario. I risultati hanno evidenziato come l’esercizio fisico aumenti la sopravvivenza del 37% (Friedenreich et al., 2016). Ma gli effetti benefici dell’esercizio fisico non si limitano alla prevenzione dell’insorgenza della malattia e a ridurne la mortalità: esso migliora anche l’aderenza e le risposte alle terapie, contrasta la progressione della malattia e gli effetti deleteri dei trattamenti terapeutici, aumentando, così, il benessere e la qualità della vita del paziente (Lipsett et al., 2017; Juvet et al., 2017; Mercier et al., 2017; Palesh et al., 2017; Browall et al., 2016; Knobf et al., 2007). Dunque, a oggi, l’esercizio fisico risulta essere l’unico intervento in grado di contrastare ogni singolo effetto collaterale delle terapie previste per combattere il cancro.

 

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Il dibattito su quale tipologia di esercizio fisico sia in grado di sortire maggiori effetti ancora rimane aperto. A ogni modo, nel 2011, l’American College of Sports Medicine pubblicò le linee guida, ancora valide, in tema di salute pubblica: ai pazienti con cancro si raccomanda di seguire un allenamento aerobico di almeno 150 minuti a settimana a moderata intensità (o, in alternativa, 75 minuti a settimana ad alta intensità), affiancato da un allenamento della forza muscolare a moderata intensità per 20-30 minuti al giorno, due giorni a settimana (Schmitz et al., 2010). Un programma di allenamento così combinato permette di sfruttare i tipici vantaggi dell’esercizio fisico aerobico, come gli effetti sulla composizione corporea, sul profilo lipidico e sul cervello, con quelli dell’esercizio fisico anaerobico di forza, tra cui aumento della forza muscolare e della densità ossea (Kim et al., 2017). Altre tipologie di esercizio fisico risultate benefiche in pazienti con cancro al seno sono le cosiddette pratiche mind-body (Husebø e Husebø, 2017), una categoria di attività fisiche che pongono l’accento sulla consapevolezza del corpo e sui movimenti da esso prodotti, utilizzando il respiro come veicolo per il raggiungimento di profondi stati di rilassamento. Tra questi troviamo lo Hata Yoga, Aikido e Tai-Chi. Tuttavia, a questi ultimi sono preferiti i primi per il maggior ventaglio di effetti positivi che ne derivano (van der Leeden et al., 2018).

 

Esercizio fisico vs. Chemobrain

 

Circa il 75% dei pazienti oncologici presentano una massiccia compromissione cognitiva (Janelsins et al., 2014), che riguarda principalmente la memoria, l’attenzione, le funzioni esecutive, l’apprendimento e la velocità con il quale si processano le informazioni (Pesendorfen et al., 2016). Originariamente si pensava che tale fenomeno fosse una conseguenza degli effetti neurotossici della chemioterapia a carico del sistema nervoso centrale, e per questo veniva chiamato “chemobrain”. I progressi scientifici avvenuti negli ultimi anni hanno dimostrato, però, che ciò è vero solo in parte, ossia: se a un lato è stato confermato che la chemioterapia riduce la neurogenesi e la proliferazione cellulare nell’ippocampo (area cerebrale deputata principalmente alla memoria e all’apprendimento) e la materia grigia nel cervelletto e nella corteccia prefrontale, dall’altro è stato scoperto che anche le altre terapie anti-tumorali promuovo il deterioramento cognitivo, al pari della chemioterapia (Schaffrath et al., 2017). Inoltre, tale disfunzione, non si presenta solo durante il periodo di terapia, ma colpisce il 40% dei pazienti che non ne hanno ancora iniziata una e il 60% dei pazienti che l’hanno terminata. Di questi, il 30-40% solitamente non mostrano miglioramenti con il passare del tempo, e, in circa il 30% dei casi, si registra un ulteriore decadimento delle funzioni cognitive (Palesh et al., 2017). Questi sono i motivi per cui il termine “chemobrain” ha lasciato il posto a “cancer-related cognitive impairment” (CRCI), che tradotto significa compromissione cognitiva associata al cancro.

 

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Ma, ancora una volta, l’esercizio fisico risulta essere il miglior alleato: numerosi studi scientifici hanno, infatti, evidenziato che un programma di allenamento svolto regolarmente, non solo contrasta il deterioramento cognitivo nei pazienti con cancro alla mammella, ma determina addirittura un miglioramento della funzionalità cognitiva (Hartman et al., 2017; Zimmer et al., 2016). E l’allenamento combinato di esercizio fisico aerobico a intensità da moderata a vigorosa con l’esercizio della forza rimane la forma di esercizio fisico più efficiente ed efficace (Palesh et al., 2017).

 

Conclusioni

 

Numerosi sono i benefici derivanti dalle terapie oncologiche, così come i loro effetti collaterali. L’esercizio fisico è risultato essere il nemico numero 1 del cancro al seno, essendo in grado di prevenirne l’insorgenza, di contrastarne la progressione e di ridurre gli effetti collaterali dei trattamenti terapeutici, migliorando così la qualità della vita dei pazienti.

 

Tuttavia, esiste un gap tra le evidenze scientifiche e la pratica clinica in riferimento all’esercizio fisico, soprattutto in Italia, e questo si traduce in un’insufficiente percentuale di donne che decidono di iniziare un programma di allenamento che sia regolare e stabile nel tempo. Anzi, uno studio pubblicato nel 2017 dal Journal of Lifestyle Medicine ha riportato che, dopo la diagnosi, circa l’11% delle donne con cancro al seno abbandonano l’esercizio fisico (Kim et al., 2017). Una spiegazione potrebbe consistere nella insufficiente conoscenza, esperienza e consapevolezza dei medici (Kirkham et al., 2017).

 

La speranza è che sempre più attenzione venga rivolta verso l’acquisizione di sane abitudini di vita, sia dal sistema sanitario italiano sia dai pazienti stessi, nonché dai parenti tutti. Con il presente articolo si è cercato di fornire un piccolo contributo verso la consapevolezza del valore dell’esercizio fisico, molto spesso sottovalutato o, addirittura, non considerato. Nella vita di tutti i giorni, accadono numerose cose di cui vorremmo farne tanto a meno, tra cui la malattia. Ma, questi dati avvalorano la tesi secondo cui c’è sempre qualcosa che possiamo fare. Del resto, la malattia, se c’è, c’è e farà necessariamente il suo corso. A noi, non resta altro che provarci.

 

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Antonio De Fano ©

 

Bibliografia:

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Antonio De Fano

Antonio De Fano

Studente presso il corso di laurea magistrale internazionale in Health & Physical Activity, con l'obiettivo di poter dedicare la propria vita alla ricerca scientifica nel cosiddetto campo di "Exercise & Cognition". Lavora come educatore psicomotorio con bambini a sviluppo tipico e atipico, preparatore fisico per ballerini professionisti e insegnante di danza. Da oltre dieci anni contribuisce allo sviluppo della cultura Hip Hop nazionale, che si impegna a divulgare mediante l'attività agonistica internazionale e l'attività di insegnamento del breaking in tutta Italia.