Il Progetto Knork: la didattica si rinnova

Le trasformazioni in atto nel nostro sistema sociale ed economico testimoniano come siamo ormai entrati nell’era della “conoscenza”, che rappresenta la risorsa e il capitale intellettuale indispensabile alla crescita professionale dell’individuo per costruire una cittadinanza attiva. Siamo chiamati ad affrontare la sfida dell’obsolescenza dei saperi e a gestire l’innovazione attraverso le ICT (Information and Communication Technologies), in un’ottica di Life long Learning. L’apprendimento infatti non è più definito come trasmissione e accumulo di contenuti ma i soggetti devono diventare pienamente protagonisti del mutamento, facendo della formazione la leva strategica della loro crescita e dell’innovazione la chiave del processo di trasformazione.
Realizzare una lifelong education richiede la capacità di integrare diverse modalità didattiche aperte e flessibili in un’ottica multidimensionale e reticolare, per un apprendimento significativo in cui il soggetto è attivo e responsabile della strutturazione del proprio sapere, saper fare e saper essere scegliendo, in prima persona, il proprio percorso formativo. Ed è proprio qui che si colloca il Progetto Knork. Esso nasce con l’intento di sperimentare un modello di didattica innovativa, stabilendo un forte legame con le competenze richieste dal mondo del lavoro. Infatti Knork è la crasi fra knowledge ( conoscenza) e work ( lavoro).
In particolar modo, in linea con gli obiettivi del programma ET2020 – che si propone un miglioramento dei sistemi d’istruzione e formazione nazionale – il progetto mira a rafforzare la qualità e l’efficienza dell’educazione e a supportare l’acquisizione di competenze chiave e di abilità tese a potenziare ed accrescere creatività e innovazione.
Il progetto della durata complessiva di 30 mesi, è stato sperimentato in 4 nazioni europee tra cui Italia, Finlandia, Bulgaria e Svezia e in termini pratici punta ad una didattica che abbia come obiettivo la costruzione di oggetti – materiali e non – che siano realmente utili, interessanti e soprattutto motivanti. Intorno alla costruzione di tali oggetti si mobilitano strategie collaborative, si innescano processi creativi e si punta a sostenere competenze digitali attraverso un uso educativo della tecnologia. Nel progetto si adotta l’approccio trialogico, il quale implica la triangolazione fra individui, gruppi/società/ e oggetti/strumenti/tecnologie, come si può osservare in figura:

 

 

rosiIn concreto, immaginiamo una comunità/classe (learning community) che si impegni a realizzare un prodotto utile e interessante (shared object) che richiede l’uso di conoscenze curricolari. Per realizzare tale prodotto, occorre un impegno individuale (individual subjects), congiunto ad un lavoro di gruppo e ad un obiettivo condiviso. Gli strumenti utilizzati sono quelli propri del nostro tempo per esempio internet e prodotti digitali ( mediating tools) per costruire collaborativamente oggetti ( artefatti cognitivi o materiali) che saranno poi davvero utilizzati da altri studenti o da un committente ( authentic use og the object).
Dunque, l’obiettivo generale che ha guidato la sperimentazione è stato quello di osservare l’impatto dell’applicazione dell’approccio trialogico nel contesto classe, e in particolar modo rilevando, qualora ci fossero, cambiamenti nelle interazioni fra pari e fra pari e docenti e quale ruolo ricoprisse la tecnologia nello svolgimento delle attività didattiche.
In Italia la sperimentazione ha visto la sua concretizzazione all’interno dell’ I.I.S.S. “ Gaetano Salvemini” di Fasano ( BR) e più precisamente nel mio percorso di tesi, ho lavorato con i dati relativi alla classe serale formata da 29 studenti – 16 donne e 13 uomini – di età compresa fra i 19 e i 50 anni, frequentanti l’indirizzo “Servizi per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera” ( IPSEOA)
Tale classe è stata guidata, per 10 mesi, dal prof. Giovanni Semeraro, docente di cucina, nel corso dal titolo “Un menù come strumento di lavoro”, il quale aveva come produzione finale la costruzione di un menù con prodotti tipici locali, da sottoporre alle aziende del territorio e presentare in occasioni di fiere, manifestazione ed eventi per promuovere le varie specialità enogastronomiche della nostra regione. Si è scelto di pervenire a tale prodotto finale poiché predisporre e realizzare menù coerenti con il contesto e le esigenze della clientela è la competenza richiesta dal MIUR, nonché uno dei compiti del futuro chef de cuisine, indispensabile per poter praticare la professione.
La redazione del menù è avvenuta attraverso l’utilizzo delle tecnologie ICT ovvero PC, tablet e smartphone.
La raccolta dati, relativa alle attività previste dalla sperimentazione è stata effettuata tramite l’utilizzo di strumenti quali questionari e griglie di osservazione. Inoltre si è chiesto ai soli docenti la produzione di una relazione in cui descrivere lo scenario riguardante il contesto specifico di esecuzione del progetto, e anche agli studenti la compilazione di un diario di bordo sul quale annotare riflessioni, dubbi e perplessità.
Visto che il progetto è molto vasto io mi sono soffermata in particolar modo sull’analisi dei diari di bordo redatti da docenti e studenti, considerati come strumenti di autoriflessione che hanno consentito di mettere per iscritto i vissuti esperienziali di un determinato momento, cosi da ripensare alle attività svolte e da cui, in qualche caso, trarre degli elementi a supporto della progettazione didattica.
Da un’analisi qualitativa dei contenuti degli stessi sono emerse considerazioni che possiamo far ricondurre principalmente a 3 macro categorie: a) il tempo da dedicare al progetto; b) il clima instauratosi nel contesto classe e c) l’uso e gli eventuali problemi riscontrati con la tecnologia.
Circa la prima macro categoria i partecipanti hanno più volte chiesto di aumentare le ore da dedicare al progetto, perché è piaciuto molto, in modo da evitare assenze dalle attività didattiche curricolari e per conseguire con più successo e con maggior efficacia i compiti richiesti, lasciando anche più spazio alla collaborazione, al confronto, alla discussione e alla condivisione di idee.
Relativamente alla seconda macro categoria, invece, si può affermare che il clima instauratosi nel contesto classe, grazie all’implementazione del nuovo modo di fare didattica, si è rivelato per lo più positivo, caratterizzato da spirito di gruppo collaborativo, sostegno, rispetto e condivisione delle idee altrui.
Infine, per quanto riguarda la terza macro categoria i corsisti si sono dimostrati entusiasti di lavorare con la tecnologia e non soltanto con il cartaceo di cui normalmente si servono, anche se non sono mancate alcune difficoltà nell’utilizzare piattaforme che consentissero la fruizione immediata dei testi. Inoltre, alcuni studenti hanno più volte chiesto di disporre di un maggior numero di PC, in modo da consentire che, almeno a scuola, essi lavorino e svolgano le attività affidate.
Tali risultati ci consentono di dire, quindi, che la classe ha modificato la sua modalità di interagire e che la tecnologia ha svolto il suo ruolo cardine nella costruzione dell’artefatto e nella condivisione dei materiali.
Dunque, questa sperimentazione ha generato risultati funzionali allo scopo di innovare la didattica con un impatto positivo sul contesto classe, in particolar modo sulle relazioni interpersonali tra studenti e fra studenti e docenti. Inoltre l’implementazione del progetto ha risposto alla richiesta sempre più crescente da parte degli studenti di introdurre nella didattica gli strumenti tecnologici che quotidianamente utilizzano, anche vi sono molte difficoltà a identificare e riconoscere queste trasformazioni. Infatti la scuola rischia di arrivare sempre più impreparata nell’affrontare i cambiamenti della società, dei comportamenti e delle sfere cognitive e meta cognitive nell’universo dei giovani, producendo quel gap fra gli studenti – i nativi digitali – e gli adulti – gli immigrati digitali, divario che la scuola deve mostrarsi in grado di colmare assumendo un ruolo di guida nel percorso di crescita personale degli studenti, anche attraverso le molteplici strade offerte dalla tecnologia.
Per far ciò il sistema scolastico deve anzitutto garantire maggior disponibilità di strumenti, supporti e contenuti digitali, ma soprattutto si deve preoccupare di “formare” i docenti sull’uso delle ICT, altrimenti non si produrrebbe alcuna modifica delle modalità di apprendimento.
In definitiva, Il sistema formativo sembra essere chiamato ad una sfida senza precedenti: prendere consapevolezza della rivoluzione digitale, in modo da comprenderla a fondo, attuarla e affrontarla nel migliore dei modi.

 

Rosita Gassi

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