Come ingannare il cervello: la Rubber Hand Illusion

Un oggetto non identificato entra nel nostro cervello e diventa parte del nostro corpo: la Rubber Hand Illusion ci dimostra quanto sia semplice ingannare la mente.

 

Le cose da conoscere sul proprio corpo sono innumerevoli; dobbiamo conoscere la nostra altezza per indicarla sulla carta di identità, il nostro peso, il nostro numero di scarpe, la grandezza delle nostre dita e mille altre cose ancora. Ciò che, nella maggior parte dei casi, non si conosce o si dà per scontata è la percezione stessa del nostro corpo, ovvero la consapevolezza che proprio quel corpo, con tutte le sue dimensioni, sia nostro e di nessun altro. Per indicare questo senso di appartenenza, in psicologia si usa il termine body ownership, ovvero una esperienza ubiquitaria, unitaria e cruciale per la sopravvivenza del sé grazie alla quale noi sappiamo che il corpo è nostro, e lo sappiamo perché ne siamo consci.

 

Esistono, però, alcune condizioni in cui le leggi della consapevolezza corporea vengono alterate. Una di queste condizioni è rappresentata dal fenomeno della rubber hand illusion, anche noto come illusione della mano di gomma o illusione dell’arto alieno.

 

La scoperta dell’illusione della mano di gomma

 

Le prime informazioni riguardo a questo fenomeno risalgono circa alla prima metà del 1900, e in particolar modo al 1937 anno in cui Frenchman J. Tastevin scoprì che un individuo, in alcuni casi, poteva giudicare come proprio un dito finto o appartenente a un’altra persona, che spuntava da sotto un panno, mentre la sua mano era nascosta a pochi centimetri di distanza.

 

Nel 1972 R. B. Welch si accorse che questo errore di valutazione sfuggiva completamente alla consapevolezza del soggetto interessato, tanto che quest’ultimo, se interrogato, affermava con sicurezza di avere la sensazione che il dito finto, o appartenente a uno sperimentatore, posto davanti a lui fosse il suo.

 

Le più importanti scoperte riguardanti questo fenomeno illusorio, però, risalgono al 1998, anno in cui Matthew Bothvinick e Jonathan Cohen pubblicarono sulla rivista “Nature” un’esaustiva spiegazione di ciò che avveniva in tale illusione. L’incipit del loro articolo, infatti, rivela sin da subito la straordinarietà del fenomeno che si accingono ad analizzare:

 

“Le illusioni sono state storicamente utilizzate in psicologia per ciò che possono rivelare riguardo ai processi percettivi. Riportiamo qui un’illusione in cui le sensazioni tattili sono riferite e associate ad un arto alieno”

(Bothvinick, Cohen, 1988).

 

Nello studio di questi due autori, dieci volontari sani vengono sottoposti a un esperimento in cui si richiede loro di posizionare la propria mano sinistra su un tavolo davanti a loro. Internamente alla mano sinistra dei partecipanti viene collocato un cartoncino in posizione verticale, in modo che i soggetti non possano vedere la propria mano, che risulta così nascosta. Nella zona visibile ai partecipanti viene invece collocata una mano di gomma, di fattezze analoghe a quelle della mano nascosta.

 

 

Se si tocca con un pennellino la mano nascosta del soggetto e in maniera  coordinata anche la mano di gomma, visibile alla persona, essa ha l’illusione che quest’ultima sia la sua vera mano, su cui esperisce sensazione tattile provocata dal pennello. Inoltre, se, facendole chiudere gli occhi, le si chiede di indicare con l’indice destro la posizione della propria mano sinistra, essa indicherà la mano finta.   

 

Avviene in questo caso un fenomeno che in psicologia viene definito “Embodiment”, per cui un individuo embodizza, cioè fa rientrare all’interno della propria rappresentazione corporea, un arto (normalmente una mano) appartenente a un altro individuo oppure finto.

 

L’embodiment, però, non avviene sempre; ci sono, infatti, alcune condizioni da rispettare se si vuole che tale fenomeno si verifichi: la mano finta, infatti, non solo deve avere le fattezze di una mano vera (secondo il principio della similarità dell’oggetto), ma deve anche essere allineata alla spalla del soggetto, in coordinate egocentriche e posizionata in modo congruo rispetto a come sarebbe collocata la mano vera, se l’individuo l’appoggiasse sul tavolo.

 

La Rubber Hand Illusion oggi

 

È interessante, a questo punto, chiedersi se il fenomeno della rubber hand illusion possa avere delle applicazioni nel campo della riabilitazione e della medicina odierna.

 

Le ricerche riguardanti tale fenomeno non si sono mai arrestate e, anzi, si sono notevolmente approfondite nel corso degli anni. Risale a quest’anno, infatti, uno degli ultimi studi condotti sulla rubber hand illusion: la rivista e-life ha pubblicato da poco una ricerca condotta dall’Università degli Studi di Torino, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, che analizza in profondità tale fenomeno.

 

Lo studio ha coinvolto 52 studenti, di cui 26 facenti parte del gruppo sperimentale e 26 del gruppo di controllo. Agli studenti del gruppo di controllo veniva nascosta la mano vera sotto uno scatolone appoggiato su un tavolo collocato davanti a loro, in modo che non potessero vederla. Nel rispetto della similarità dell’oggetto, una mano finta di gomma veniva posta davanti a loro in coordinate coerenti rispetto alla posizione che avrebbe avuto la mano vera se fosse stata collocata davanti a loro. In questo modo, la mano vera dei soggetti sperimentali era nascosta sotto lo scatolone, mentre quella finta era ben visibile davanti a loro.

 

 

I ricercatori delle due Università si sono resi conto che, se sottoponevano contemporaneamente a uno stimolo tattile, come ad esempio il tocco di un pennello, sia la mano vera che la mano finta dei soggetti, il loro cervello attivava una sorta di conflitto sensoriale per cui lo stimolo tattile veniva percepito sulla mano vera, ma veniva visto e osservato su quella finta. L’unico modo che ha il cervello di risolvere questo conflitto è quello di rendere sua la mano finta.

 

Questa scoperta di interiorizzazione e riconoscimento di un arto alieno da parte del cervello può trovare applicazioni in nuove strategie terapeutiche. Vincenzo di Lazzaro, direttore di Neurologia presso l’università campus Bio-Medico di Roma, afferma, infatti, che la comprensione di tale fenomeno potrebbe risultare utile, ad esempio, nella riabilitazione motoria dei deficit di forza che spesso si verificano a seguito di ictus cerebrali.

 

Sembra, dunque, aprirsi un nuovo, incredibile spiraglio per il campo della riabilitazione neurologica e neuropsicologica, spiraglio che, indubbiamente, è sinonimo di progresso.

 

Sitografia:

 

Bibliografia:

  • Botvinick, M., & Cohen, J. (1998). Rubber Hands ‘feel’ touch that eyes see. Nature, 391, 756.
  • De Vignemont, F. (2011). Consciousness and Cognition. Embodiment, ownership and disownership. Elsevier, 20, 82-93.
  • Della Gatta, F., Garbarini, F., Puglisi, G., Leonetti, A., Berti, A., Borroni, P. (2016). Decreased motor cortex excitability mirrors own hand disembodiment during the rubber hand illusion. eLife, 5:e14972.
  • Bruno, N., Pavani, F., & Zampini, M. (2010), La percezione multisensoriale. Bologna: Il Mulino, pp. 43-46.

 

Marta Frigerio ©

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Marta Frigerio

Marta Frigerio

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di neuroscienze e neuropsicologia. Affascinata dai disturbi dissociativi della personalità e di personalità multiple nella speranza di trovare una teoria valida per giustificare il suo costante parlarsi da sola e darsi pacche di incoraggiamento sulla spalla. Amante dell'arte, dei film e dei libri, costantemente in cerca di angoli del mondo nascosti e estremamente empatica, talvolta incompresa.