Intervista: Dott. Rocco Mennuti

Nel mese dedicato al benessere psicologico, abbiamo pensato che potesse essere utile e interessante allo stesso tempo esplorare il tema del benessere organizzativo.
L’intervista al dottor Rocco Mennuti, psicologo del lavoro del servizio Job Placement dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, ha proprio l’obiettivo di affrontare e chiarire la peculiarità di questa tematica.

1) Gentile Dottor Mennuti, ci parli brevemente di sé e della sua professione.

Sono Rocco Mennuti, sono uno psicologo del lavoro e delle organizzazioni. Mi sono laureato ormai più di 10 anni fa presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Sono un laureato del vecchio ordinamento, prima della distinzione tra triennale e magistrale. Prima c’era il ciclo unico, eravamo tutti laureati in psicologia. La scelta del mio indirizzo è stata quella della psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Poi ho conseguito un master post lauream in Management dell’alta formazione e della ricerca legata alla gestione del personale, formazione degli adulti e delle aziende. Ultimamente mi occupo sia di consulenze aziendale, sia di benessere organizzativo. Nell’ambito universitario da tanti anni, avendo iniziato a mia volta il tirocinio qui, lavoro nel servizio di Job placement, progettato insieme ad altri colleghi e che si sta sviluppando in tutto l’Ateneo.
Le Università hanno avuto sempre come obiettivo primario la didattica e la ricerca. Oggi, invece, si aggiunge una terza missione che è quella della dimensione del territorio. Infatti molti docenti dicono che il compito dell’Università è formare, trasferire Saperi ma non accompagnare al mercato del lavoro. Nell’ambito delle attività del Job Placement, eroghiamo tre tipi di servizi: laboratori formativi tematici, incontri con le aziende, colloqui di consulenza individuale al fine di avvicinare al meglio l’Università al mondo del lavoro.

2) Durante un incontro di qualche anno fa presso l’Università di Bari lei disse che “la psicologia del lavoro si occupa del benessere”. In occasione del mese del benessere psicologico ci piacerebbe approfondire con lei questo concetto. Che cosa intendeva dire?

Chiaramente, partendo dal focus del lavoro, bisogna fare una premessa: considerando le contingenze economiche, le difficoltà strutturali del mercato del lavoro attuale, noi facciamo un lavoro di consulenza ben preciso con i laureandi che cercano occupazione, e con i laureati che a distanza di uno o due anni non hanno la possibilità di esprimere il loro potenziale lavorativo: non partiamo dall’analisi dei problemi, ma dalla valorizzazione delle risorse da sviluppare e potenziare per poi arrivare a definire un piano di azione che non deve contemplare problematiche di natura personale, altrimenti ritroviamo un blocco emotivo funzionale a quello che è un obiettivo professionale. Quindi non sovrapponiamo quella che è la sfera personale con i problemi che porta l’individuo. Nel nostro lavoro abbiamo tantissimi ragazzi che portano problemi di depressione che non ha niente a che fare con la ricerca del lavoro. Se volessimo partire da quel problema per la ricerca del lavoro, io, da psicologo del lavoro, non potrei operare. In quel contesto avevo utilizzato quella espressione perché anche voi studenti di psicologia non avete chiara  la distinzione netta tra benessere individuale e benessere organizzativo. Ciò che va compreso è che il benessere organizzativo non è la somma del benessere individuale dei membri di un team o di una organizzazione. E’ una cosa ben diversa. Io vi invito ad avere un’etica professionale che vi porti ad applicare in maniera precisa quello che la teoria ci dice… altrimenti diventa la psicologia del “buon senso”, noi abbiamo un patrimonio teorico scientifico che deve essere la nostra bussola sia per la clinica sia per lavoro.

3) Oggi ci troviamo ad affrontare un preciso momento storico caratterizzato da rischi di licenziamento individuale e collettivo, lavoro flessibile e disoccupazione giovanile. È possibile parlare di promozione del benessere di fronte a casi di disoccupazione o di lavoro precario? Se la risposta è sì, in che modo la psicologia del lavoro raggiunge questo obiettivo?

Il momento storico in cui viviamo è molto difficile, anche se nell’ultimo anno c’è stata una oggettiva ripresa, grazie ai dispositivi economici che permettono, soprattutto in alcune fasce di età, di avere incentivi per i giovani perciò è inevitabile che ad alcune aziende ora convenga assumere giovani sotto i 30. Vi posso assicurare che per persone di 50 o 60 anni le problematiche sono diverse. La psicologia del lavoro cosa può fare? Come dicevo prima, se un individuo ha un’etica professionale, qualsiasi cosa fa rientra in una professionalità certa e coerente. La psicologia del lavoro dovrebbe concorrere a valorizzare maggiormente la dignità della persona. Come? Innanzitutto valorizzando il merito, che nella nostra nazione viene scarsamente considerato. Selezione scientifica, selezione delle competenze dell’individuo: l’organizzazione può trarre il massimo vantaggio e l’individuo può realizzarsi al massimo nella sua realtà lavorativa. Ci sono oggi persone che lavorano, hanno uno stipendio e sono i primi che manifestano malessere: proprio il rivalutare “il senso e il significato” del lavoro. Questo diventa ancora più complesso se parliamo di psicoterapia del lavoro, sono provocatorio, ma spesso questo approccio crea ancora più confusione e difficoltà nella gestione delle risorse umane.

4) Lei lavora presso il servizio del Job Placement dell’Università di Bari e avrà occasione di incontrare moltissimi studenti alle prese con decisioni importanti per il loro futuro. Sulla base della sua esperienza, c’è qualcosa che accomuna le esperienze di tutti gli studenti? Ha dei consigli da dare agli studenti per fronteggiare adeguatamente la sfida della transizione verso il mondo del lavoro?

Da psicologi noi tendiamo sempre a tipizzare. E cerchiamo di farlo anche nelle persone che ci stanno attorno. Al di là delle battute, ci possono essere persone simili… quando parliamo di mercato del lavoro tutto è legato all’evidenza legislativa del tema lavoro oltre che ad un discorso di natura culturale. Anche in questi anni abbiamo visto l’incidenza della riforma universitaria del 3+2, dove nella teoria ci sono due lauree, due tirocini, due momenti per apprendere competenze teoriche e momenti per fare esperienze sul campo, ma di fatto continuiamo a considerare da 15 anni sempre lo studente “a ciclo unico”, e non si sfrutta la laurea triennale come occasione per fare un check alla fine dei propri tre anni. Inizialmente bisognerebbe sperimentarsi sul campo, avendo un bagaglio di conoscenza che prima non si aveva. C’è un anno strategico nella costruzione dello studente universitario. Come tipizzazione vediamo che la triennale si può associare ad una specie di post-diploma. Poi quasi tutti vi iscrivete alla magistrale e, una volta conseguito il titolo magistrale, iniziate a pensare a ciò che c’è fuori. Il suggerimento è gestire queste pause, in gergo definite “cerniere” e “transizioni”.

Quando si vive una transizione, si è coinvolti e proiettati al conseguimento di un obiettivo e con la pressione di dover vedere cosa c’è andando avanti. Quindi è auspicabile lavorare sulle cerniere, che sono dei passaggi intermedi, a partire dalla fine del secondo anno o prima dell’iscrizione al primo anno della magistrale, sfruttando i servizi placement, per fare un’analisi dell’esperienze pregresse e delle scelte future. Questo sarebbe possibile ad esempio tramite una consulenza individuale piuttosto che di gruppo, la cui metodologia è riservata ai laboratori. Ci sono incontri con le aziende e quindi anche possibilità di poter mettere senza barriere o ostacoli, su uno stesso tavolo, responsabili delle risorse umane e potenziali lavoratori: da un lato chi offre il lavoro e dall’altro chi il lavoro se lo deve costruire, non solo alla fine, bensì durante il proprio percorso di formazione.

5) Quali sono i servizi offerti dalle Università Italiane per favorire l’orientamento professionale degli studenti? Perché uno studente dovrebbe togliere preziose ore di tempo allo studio per frequentare i servizi del Job Placement Universitario?

Abbiamo già accennato ai servizi del Job Placement e come sono organizzati: attualmente il servizio Job Placement Uniba prevede la presenza di due risorse con un contratto part time. Considerate anche che il servizio dovrebbe essere rivolto a tutti i laureati della nostra Università perché non c’è un servizio in ogni dipartimento: in termini di servizi ed attività, non siamo messi male. Il problema è la partecipazione dei laureandi e laureati.
Un punto critico è la comunicazione finalizzata alla sensibilizzazione della cultura dello studente, e su questo potete darci un grande contributo in qualità di Psychondesk. Gli studenti andrebbero educati, già in fase di iscrizione. Bisognerebbe spostare la cerniera prima del secondo anno. Attualmente in Italia non esiste questo tipo di orientamento al lavoro. Siamo su un tema di frontiera e strategico, ma che nel sistema delle politiche attive del lavoro non ha una collocazione chiara.
Riguardo l’altra domanda: a cosa ti serve studiare, laurearsi in tempo se poi stai un anno e mezzo senza fare niente? Risulta fondamentale definire un piano di azione personale che aiuti il laureando e laureato a definire già nella fase di studio un solco, un percorso di carriera che lo porti in maniera preventiva a conoscere cosa cerca chi poi nel concreto il lavoro lo da.

Per concludere, sono contento di poter applicare e lavorare su quello per cui ho studiato, ma la più grande soddisfazione è quella di poter essere utili e veder realizzati i sogni delle persone e dei giovani del nostro territorio.

Stefania De Fiore

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Stefania De Fiore

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa di Psicologia Clinica. Continua voglia di scoprire ed imparare, costantemente alla ricerca di confronti con le persone, grande fonte di ispirazione.

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