Intervista: dott.ssa Linda A. Antonucci

Linda A. Antonucci è attualmente una Dottoranda del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Comunicazione dell’Università di Bari, nel settore disciplinare M-PSI 04 (Psicologia dello Sviluppo). Nel suo bagaglio accademico, un lungo periodo di collaborazione – ancora in corso – con il Gruppo di Neuroscienze Psichiatriche dell’Università degli Studi di Bari. L’ammissione con borsa alla scuola di dottorato in Scienze delle Relazioni Umane (curriculum Psicologia: processi cognitivi, emotivi, comunicativi) per il 29mo ciclo, nel 2013, le ha aperto nuovi ed interessanti orizzonti scientifici, in cui neuroscienze e studio dei correlati neurobiologici delle cure materne si intersecano in un ambito di ricerca affascinante.
Di seguito, una breve intervista a cui la Dott.ssa Antonucci si è gentilmente sottoposta, per rendere più chiare alcune questioni relative al dottorato di ricerca, quale possibile strada post-lauream.

  • Perché ha deciso di intraprendere il dottorato?

Il dottorato era un mio desiderio da tanto tempo. Io sono stata tesista del Prof. Bertolino, nel Gruppo di Neuroscienze Psichiatriche, un gruppo in cui si respira ricerca, un gruppo che fa ricerca in team. A me piacque subito questo tipo di lavoro sui dati e rimasi subito più affascinata dal rimanere davanti al computer a maneggiare i dati, piuttosto che dall’aspetto clinico. Ovviamente, per fare ricerca, la strada passa necessariamente per il dottorato. Non si può pensare di fare ricerca senza avere quel titolo, semplicemente perché quel titolo dovrebbe servire a diventare ricercatore indipendente –si parla di indipendenza intellettuale, scientifica e pratica- quindi automaticamente la strada era quella. Io ho provato sin dall’anno della laurea magistrale a fare concorsi di dottorato. L’ho provato per due anni, -prima in quel settore (neuroscienze) c’era una scuola che si chiamava “neurobiologia sperimentale”, al Policlinico, presso Dipartimento di Scienze Mediche di base e Neuroscienze- ma non sono riuscita a passare, poi, un anno, ho provato il concorso in entrambi i settori (PSI e MED) e l’ho passato. La scelta del dottorato era proprio il passo che dovevo fare per la mia carriera.

  • Quando ha maturato questa scelta?

Subito. Già durante il lavoro di tesi triennale mi era chiara la strada che volevo intraprendere, nel senso che mi piaceva talmente tanto fare ricerca che cercavo già di capire più o meno come muovermi dopo la laurea; mi piaceva molto anche la mia Università, chiaramente avevo subito capito che per rimanere qui, avrei dovuto ottenere il dottorato.

  • Quali aspettative aveva per questa esperienza?

La mia esperienza è stata particolare. Ho vinto il dottorato nel 2013, ma prima di quel dottorato avevo già vinto un contratto di collaborazione per il progetto di cui mi sono occupata. Ero in quel gruppo (GNP – Gruppo di Neuroscienze Psichiatriche) già da un po’ di tempo, un po’ come volontaria, un po’ perché ho avuto la fortuna di vincere questo contratto. Quando sono arrivata qui (Dipartimento ForPsiCom – settore M-PSI 04, Psicologia dello Sviluppo) ho dovuto ridirigere i miei interessi. Sono arrivata a questo dottorato completamente spaurita, peraltro con il terrore di dovermi “snaturare”, invece sono stata molto contenta. Sapendo quanto il dottorato fosse fondamentale rispetto al mio progetto di vita, ho cercato la strada per poter conciliare l’ambito neuroscientifico con delle tematiche diverse. Mi sono messa quindi a studiare e ho capito che c’era un mondo che fino a quel momento avevo ignorato (comportamenti sociali, cure materne etc.), per cui, un po’ con incoscienza, sono andata dalla mia tutor, spiegandole quello che era il mio bagaglio personale e, chiedendo se la cosa si poteva fare, sono stata fortunata perché la professoressa era in accordo. Quindi mi sono trovata nella situazione migliore: la mia tutor mi ha lasciato una indipendenza scientifica totale, mi supporta se ne ho bisogno e mi incoraggia, al tempo stesso, sono riuscita a mantenermi nel mio ambito di interesse primario. Quindi le mie aspettative erano tragiche, perché avevo paura di snaturarmi, invece è andata bene. Sono veramente molto contenta di questa esperienza.

  • Quali aspettative sono state attese e quali disattese?

Ti direi nessuna, perché io non avevo aspettative, per me già trovarmi qui a fare quello che io pensavo di non poter fare è un sogno. Per me il dottorato è un’esperienza veramente, veramente positiva! Ti confronti giornalmente con i colleghi, magari per problemi che hanno tutti, come ad esempio che la raccolta dati non va bene, che non trovi persone: il progetto è tuo, ci sono molte responsabilità. Sei chiamato ad essere assolutamente responsabile della tua ricerca!

  • Rifarebbe questa scelta?

Si. Anche se dipende da quello che si vuole fare nella vita. Una persona che vuole svolgere la libera professione non dovrebbe perdere tempo con il dottorato, onestamente. Quindi, se il primo obiettivo è la clinica, io non consiglio di perdere tempo con il dottorato, è una strada che porta via tanto tempo. Non si può pensare di fare altro. Per cui, se si vuol fare ricerca, è un investimento per la vita, ed è un investimento che non è detto che paghi.
È vero anche che alla nostra età, freschi di laurea, il dottorato attira, perché offre una stabilità economica per tre anni, però, se alla fine di questi tre anni si scopre che la ricerca non piace, sono tre anni persi, durante i quali magari si sarebbe potuto fare altro, un buon tirocinio o un consistente volontariato, importanti per il curriculum.
Alla tua domanda, quindi, la mia risposta è decisamente “sì”. Io sento di voler rimanere su questa strada, mi piace la clinica, ma sento di voler fare della ricerca la mia prima occupazione, indipendentemente da come andrà.

  • L’impegno di un percorso così specializzante permette di coltivare interessi, di approfondire la formazione in ambiti specifici della psicologia e pensare all’attività lavorativa?

Il dottorato è un’esperienza che decidi personalmente come affrontare: puoi venire qui anche una sola volta a settimana, ma dipende da come vuoi fare il dottorato. Il tempo può essere gestito in qualsiasi modo. Sicuramente puoi avere altri redditi, con un tetto bassissimo che non puoi superare.

  • E quindi a quali studenti consiglierebbe un’esperienza simile? Ci vuole particolare motivazione, passione, qual è la caratteristica “chiave”?

A quelli che sono incuriositi dalla scienza, a quelli che si fanno le domande e a quelli che si interrogano su come funzionano le cose, a questi sicuramente. A quelli competitivi, a cui piace confrontarsi con delle sfide difficili, dove la posta in gioco è alta, difficile da raggiungere e a quelli che non si lasciano frustrare da questo aspetto, ma che ne traggono motivazione, perché se ci si lascia frustrare, si va via molto presto.
La domanda principale che ci si dovrebbe porre è chi si vuol essere. Bisogna avere tanta motivazione, deve piacere fare l’esperimento, l’analisi dei dati, etc. L’aspetto della frustrazione fa parte della ricerca: il doversi confrontare ogni giorno con il fatto che tutto quello che si sta facendo può e deve essere falsificato. Se questo motiva, il dottorato è perfetto. Poi però, magari, passati tre anni, si chiudono le porte. Questo significa dover andare via dall’Italia: si è disposti a farlo? Beh, per tutti questi motivi il dottorato deve essere una scelta ragionatissima e consapevole sin dal principio, altrimenti è una perdita del tempo.

Antonella Spinelli

Che ne pensi di questo articolo?

Potrebbero anche interessarti:

Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.