Intervista: dott.ssa Maria Luisa Giancaspro

Psychondesk oggi entra nella realtà universitaria barese per conoscerne meglio le dinamiche.

Protagonista della nostra intervista è la dott.ssa Maria Luisa Giancaspro, Dottore di Ricerca in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, nonché una delle più temute assistenti del prof. Tanucci.

A noi però piace menzionarla non solo come una collaboratrice di cattedra, ma come modello da seguire per la speranza che ha riportato nel contesto locale: la dott.ssa Giancaspro, infatti, è consulente aziendale presso la Masmec Spa (Modugno- BA, che si occupa di tecnologie di precisione, robotica, meccatronica, biomedicale), unica azienda del Sud Italia vincitrice del Premio Assiteca “La gestione del rischio nelle imprese italiane”, dedicato quest’ anno al Welfare in azienda.

Questo riconoscimento non può che rendere noi studenti orgogliosi del successo ottenuto da una delle più temute, ma anche disponibili, collaboratrici di cattedra del nostro dipartimento.

Abbiamo, quindi, deciso di conoscere meglio la sua storia universitaria, in particolare abbiamo approfondito il suo percorso di dottorato.

  • Perchè ha deciso di intraprendere il dottorato di ricerca e quando ha maturato questa scelta?

Io ho avuto un percorso all’interno della mia triennale e della specialistica molto intenso, perché avevo un buon rapporto con i docenti: nella nostra specialistica, il numero esiguo facilitava la relazione con essi. In particolare, ho avuto questa continuità di rapporto soprattutto con la professoressa Manuti: lei mi aveva seguita durante la mia tesi della triennale, durante la specialistica ho seguito le sue lezioni con molto interesse e lei ha supervisionato anche il mio lavoro di tesi della specialistica, nonostante non fosse la mia relatrice. Lei si è sempre dimostrata molto disponibile, ha sempre avuto un bel rapporto con noi perché siamo stati il suo primo corso da ricercatrice.

Poi mi sono laureata alla specialistica e ho cercato di capire che cosa fare. Inizialmente ho pensato di concludere con il tirocinio post-lauream per l’iscrizione all’albo. All’epoca erano molto pochi gli enti per il tirocinio e, per evitare di slittare alla sessione successiva dell’esame di stato, ho dovuto fare le cose abbastanza in fretta: si è prospettata dunque la possibilità di fare un tirocinio interno con la professoressa Manuti e il professor Tanucci nell’ambito del servizio di Orientamento e Tutorato. Mi sono occupata di questo servizio per 6 mesi all’interno del mio tirocinio: questo contestualmente è servito per rinsaldare i rapporti con la professoressa e nel frattempo avevo mantenuto i rapporti con la professoressa che mi aveva seguito durante la mia tesi specialistica che aveva dato una forte impronta al fatto di seguire i miei studi sulla Psicologia dello Sport. Partecipai anche ad un convegno a Chieti sullo sport in questo periodo; dopo l’esame di stato cominciai a chiedermi cosa fare. Perchè alle volte queste attività curricolari ti portano anche a rimandare l’idea di scegliere. Avevo idea di fare un master in Gestione delle Risorse Umane col Sole 24 ore; superai la prova preliminare ma non ero convinta di partire per Milano. Parlai dunque con la professoressa Manuti e anche lei lesse in me questa non-volontà. Sono stata dalla professoressa Cortini, relatrice della mia specialistica, a Pescara e lei mi propose di pensare all’idea del dottorato poiché mi ero spesa tanto per la ricerca negli anni di studio. Anche la storia del dottorato è stata particolare perché ho fatto tre concorsi: non l’ho superato a Verona, l’ho superato a Roma e, quando stavo per accettare, uscì il bando a Bari. Tentai il dottorato a Bari e lo superai. Ho avuto anche la fortuna di ritrovarmi con la professoressa Manuti come tutor.

  • Quali aspettative aveva circa questa esperienza e quali sono state attese e quali disattese?

Il mondo del dottorato è molto particolare perché non hai un’idea molto chiara prima di iniziare. Sapevo significasse lavorare nell’ambito della ricerca, fare una tesi in un ambito che cercavo di scoprire. Nel dottorato però non c’è solo la tesi, ma anche altre attività collaterali che da un lato possono arricchire il percorso ma dall’altro possono distogliere dal percorso di tesi. Io non avevo idea fosse un’esperienza così totalizzante. Avevo idea che garantisse stabilità, non solo economica, ma anche continuità di studio e lavoro all’interno di un contesto per tre anni. Questo percorso mi ha dato la possibilità di esplorare tanti altri ambiti. Sono stata buttata a fare alcune esperienze: dopo 6 mesi partecipai a due convegni, uno a Padova e uno a Milano, da sola. I professori subito mi hanno mandata a fare presentazioni orali, così come anche a fare lezione. Queste erano situazioni che mi mettevano ansia, ma d’altro canto mi hanno permesso di imparare facendo. Poi ho fatto tantissime altre attività, non solo di carattere extra ma anche rispetto ad altre tipologie di ricerca. Questo mi ha arricchito tanto, aprendomi ad altre prospettive. Ciò però ha fatto sì che sacrificassi il tempo dedicato alla tesi, tanto che ci ho lavorato molto nel corso dell’ultimo anno.

  • C’è anche la possibilità di coltivare altri interessi, inerenti la Psicologia e di essere impegnati in contesti lavorativi?

Dipende da come fai il dottorato. Nel mio caso io ho avuto difficoltà a coltivare anche altri aspetti di tipo lavorativo perché mi sono dedicata anima e corpo a quello che facevo qui, nonostante per 8 mesi nel secondo anno di dottorato io abbia vinto un progetto di assistenza psicologica nelle scuole della mia città. Ho dovuto fare 50 ore al mese e ho dovuto conciliare le due cose ed è stato un  periodo molto duro.

Secondo me altre esperienze collaterali si possono fare però devono essere episodiche, non devono avere una frequenza continua.

  • Quali sono le opportunità che offre il dottorato attualmente?

Parlerei di due tipologie di opportunità. L’opportunità durante il dottorato è quello di una crescita esponenziale, se si fa in un certo modo perché alcuni possono viverlo come un’esperienza sterile, in cui si è parcheggiati per tre anni in università. Io ho sempre pensato, invece, che il dottorato fosse un trampolino di lancio: era sia la possibilità di approfondire alcune tematiche nell’ambito della ricerca ma essenzialmente di trovare un canale per cercare di intessere relazioni con il territorio. Dal primo momento ho pensato a una tesi che fosse in azienda. Molti dei miei colleghi hanno la tendenza a utilizzare per la ricerca gli studenti: questo chiaramente è autoreferenziale. E’ chiaro che andare fuori e chiedere di partecipare alla ricerca è difficilissimo, invece gli studenti sono a portata di mano quindi non c’è grossa difficoltà a reperire soggetti su cui fare ricerca.

Ma all’esterno come rivendi una ricerca svolta su un campione di studenti? Quindi io ho pensato sin da subito di fare una tesi in azienda per crearmi una strada su cui eventualmente proseguire in futuro, anche se è stato davvero difficilissimo.

  • Crede che l’idea di essere una dottoranda, e non una semplice psicologa del lavoro, le abbia fatto acquisire credibilità in azienda?

Il problema è che le aziende del nostro territorio non sono molto sensibili alla figura dello psicologo, perché nell’area risorse umane il responsabile si occupa di tantissime cose. Per loro è impensabile assumere una psicologa che di fatto non produce qualcosa, ma è una figura di staff il cui guadagno si vede in modo indiretto. Nel mio caso, il dottorato mi è servito per utilizzare la mia ricerca come un’opportunità per sensibilizzare la cultura della psicologia del lavoro. Tramite il dottorato ho cominciato a costruire una relazione. Se fossi andata in quanto psicologa del lavoro, secondo me non mi avrebbero mai assunta. Non mi è servito il titolo, ma l’esperienza del dottorato per crearmi una rete sociale.

  • A esperienza terminata, rifarebbe il dottorato?

Assolutamente sì. Sin dall’inizio i professori mi hanno sempre detto che il dottorato non mi avrebbe garantito una carriera accademica e questo mi ha dato la volontà di concentrare i miei sforzi verso l’esterno. Io lo rifarei perché a me il dottorato ha dato tantissimo in termini di ricerca, di crescita umana e professionale, mi ha dato la possibilità di imparare come ci si relaziona con tante tipologie di professionalità diverse, come si sbatte la testa sulle cose per poi raggiungerla. Questo mi è anche costato momenti di demotivazione perché, appunto, non vedevo uno sbocco, mi ha anche impedito di fare un periodo all’estero. Per fortuna ho trovato due aziende che mi hanno dato questa possibilità.

  • A quali studenti consiglierebbe il dottorato di ricerca?

A studenti molto motivati, molto determinati, appassionati di ricerca perché fare ricerca significa studiare tutti gli articoli scientifici, aggiornarsi continuamente su quelle che sono i trend di ricerca nel proprio ambito. Lo consiglio a studenti curiosi, che vogliono dare qualcosa in più, che vogliono contribuire nell’ambito della ricerca, ingegnarsi per trovare strade nuove e che vogliano fare della loro ricerca una possibilità per aprire nuove strade di applicazione. Dovrebbe essere una persona ambiziosa, che ha voglia di raggiungere dei traguardi molto importanti, ma anche una persona flessibile.

  • Da ex studentessa tra i banchi, quale consiglio darebbe agli studenti su come affrontare il periodo universitario?

Il consiglio è sempre filtrato dalla propria esperienza. Però sicuramente mi piace vedere studenti che vivono l’esperienza universitaria in modo proattivo. Molto spesso si incontrano studenti che, dopo aver vissuto un periodo in cui si sono dovuti attivare molto, si lasciano andare e vivono l’esperienza universitaria in modo molto passivo. Di fatto, questo non dovrebbe accadere perché se non sei proattivo non cogli tutte le opportunità che l’università ti può dare: non cogli tutte le esperienze che si possono vivere e questo ti pone nelle condizioni di essere uno studente  che studia e fa l’esame e accresce soltanto i suoi contenuti, le sue conoscenze ma non si arricchisce di competenze ed esperienze.

La mia volontà è di trovarmi di fronte a studenti che siano protagonisti del proprio percorso accademico, di costruirselo di volta in volta, di continuare sempre a porsi delle domande rispetto alla strada che stanno percorrendo ma anche allo scenario futuro che si aprirà alla fine del percorso. Se ci si pongono queste domande, si possono cogliere delle esperienze e delle opportunità durante il percorso universitario tali da rendere se stessi appetibili nel mondo del lavoro.

  • Sa che ogni assistente del professore ha una reputazione? Secondo la sua opinione, Lei di che reputazione gode?

Il concetto di assistente mi piace se inteso come una persona che assiste e collabora alla cattedra. Mi piace molto la relazione con gli studenti perché credo che si possa dar loro qualcosa in più che a loro può servire per uscire dagli schemi di studiare per ai fini dell’esame.

Io non so che reputazione ho. All’inizio gli altri miei colleghi mi prendevano in giro perché per me era complicato passare dall’altra parte. Mi sono posta sempre il dubbio di essere in grado di valutare una persona attraverso delle domande. Allora dicevo sempre che la mia volontà era quella di essere il più possibile giusta.

Un aneddoto risale a quando mi hanno dato la mail istituzionale di Uniba, maria.giancaspro@uniba.it. I miei colleghi mi prendevano in giro dicendo:maria.giustizia@uniba.it”.

Io so che sono un po’ più stretta nei voti e quindi è chiaro che uno studente preferisce andare dalla professoressa Manuti invece che da me. Col professor Tanucci è un po’ diverso perché nella parte orale mi piace dare suggerimenti, vedere quanto gli studenti sono stati creativi.

Cara dott.ssa Giancaspro, il team di Psychondesk La ringrazia per aver accettato di essere intervistata e per essersi dimostrata, come sempre, disponibile e pronta a dispensare consigli per gli studenti.

Cari lettori, speriamo di aver infuso anche in voi un po’ di speranza. Sognare si può!

Palma Guarini

 

 

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Palma Guarini

Palma Guarini

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa in Formazione e Gestione delle Risorse Umane. Spesso animata da uno spirito polemico ma innamorata del talento, dell'arte e dei sogni.