Intervistando la dott.ssa Milena Iacobellis: EMDR & psicologia dell’emergenza

Nel mese di giugno il team di Psychondesk ha deciso di promuovere un orientamento consapevole, non solo per la propria formazione universitaria, ma anche per quella post-lauream.
L’intervista alla Dott.ssa Iacobellis, psicologa, psicoterapeuta e practitioner EMDR, si pone così l’obiettivo di far scoprire e stimolare la curiosità dei tanti circa la psicologia dell’emergenza, lo psicologo che opera in emergenza e la tecnica EMDR.
Ecco cosa ci ha raccontato la dott.ssa in una calda mattina primaverile.

 

Gentile Dott.ssa Iacobellis, si presenti brevemente e ci parli della sua formazione.     

 

Sono una psicologa e psicoterapeuta e, parallelamente al lavoro professionale, che svolgo da oltre 25 anni, sono particolarmente impegnata da dieci anni in ambiti emergenziali. Attualmente, infatti, sono vicepresidente della SIPEM sos Puglia, Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza a formazione nazionale, ma che si articola in federazioni regionali: il gruppo pugliese è stato formato nel 2007 e comprende colleghi presenti in ogni provincia della nostra regione.

 

Sono, inoltre, formata in psicotraumatologia come practitioner EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) approccio psicoterapeutico elettivo, così definito dall’OMS nel 2013, per il trattamento delle vittime di traumi psicologici e delle relazioni traumatiche familiari.

 

La mia formazione è cominciata con l’approccio cognitivo-comportamentale, per poi completarsi con quello sistemico-relazionale; sono anche specializzata in terapia familiare e relazionale, e sono approdata, infine, alla psicotraumatologia, come terapeuta EMDR: approccio che, per me, riassume e completa i percorsi formativi precedenti.

 

Da cosa è stata dettata la scelta di intraprendere questo percorso?

 

Quando è stato costituito il gruppo dell’emergenza, eravamo solo una decina di psicologi: il filone della psicologia dell’emergenza era emerso da uno scambio di idee tra colleghi, tra i quali la dottoressa Vanda Vitone, il dottor Beppe Latilla, dott. Michele Cusano e altri, assi storici della nostra categoria. La riflessione partì anche a seguito della tragedia del 6 agosto del 2005, quando durante il volo Bari-Djerba, partito da Bari e diretto in Tunisia, l’aereo si inabissò nelle acque al largo di Palermo; morirono 16 persone, molte delle quali erano di Bari.

 

Questo può considerarsi il primo intervento di Psicologia dell’Emergenza in Puglia; fu coinvolto l’Ordine degli Psicologi per un supporto ai parenti delle vittime già presso l’aeroporto di Bari; in particolare, il coordinamento psicologico fu affidato al prof. Michele Cusano, ovvero il presidente attuale della nostra associazione, ed emerito professore di psicologia dell’emergenza nell’Università di Trieste.

 

Nasceva, quindi, la necessità di creare un gruppo di psicologia dell’emergenza; tuttavia, una volta costituito, bisognava provvedere a un’adeguata formazione. Così, il Prof. Cusano, allora socio onorario, ci ha generosamente fornito la formazione di base, specialmente dal punto di vista normativo. Il professore ci ha aiutato a capire come muoverci dal punto di vista teorico e pratico, ci ha insegnato come fare un triage psicologico, il defusing e debriefing. Poi la nostra formazione è andata avanti presso il CTS di Arezzo, Centro di Terapia Strategica di Arezzo, e abbiamo seguito una formazione specifica per il PTSD. In seguito, parte del gruppo ha effettuato una formazione EMDR, metodica psicoterapeutica elettiva rispetto sia alla fase acuta che al post traumatico. Abbiamo svolto diversi campi esperienziali a Rovereto e uno in Puglia, a Rutigliano, cercando di vivere nella realtà le dinamiche degli incidenti con tutti gli attori dell’Emergenza, Protezione Civile, Forze dell’Ordine, Croce Rossa, ecc. Abbiamo, quindi, avuto una formazione teorica, clinica e pratica.

 

EMDR & psicologia dell'emergenza 2

 

Cos’è la psicologia dell’emergenza e quali sono i campi di applicazione?

 

La psicologia dell’emergenza è un ambito relativamente giovane: si comincia a parlare di questa soprattutto nel periodo del dopoguerra, in particolare dei reduci della guerra del Vietnam. I militari, infatti, rientravano dalle guerre con problematiche patologiche depressive, dissociative ecc. e bisognava affrontare questi disturbi. Si è iniziato, così, a parlare sempre più della gestione del trauma per il recupero del benessere psichico, creando quel ponte naturale che c’è tra la Psicotraumatologia e la Psicologia dell’Emergenza.

 

La Psicologia dell’Emergenza ha iniziato a utilizzare in primis un approccio psicosociale, per permettere, in tempi relativamente brevi, il recupero della normalità di vita dell’individuo vittima della catastrofe e della comunità d’appartenenza.

 

Bisogna imparare a gestire queste situazioni per il benessere delle vittime, anche con i gesti più piccoli, come portare dell’acqua, mettere le vittime in sicurezza anche da un punto di vista logistico, allontanandole dalle situazioni ancora pericolose o cercando di collegare i dispersi con i parenti ecc. Quindi, non si tratta solo di supporto alla vittima dal punto di vista psicologico.

 

La P.E. inizia ad avere un impianto scientifico proprio definendo, tra l’altro, la vittimologia in ambito emergenziale, creando delle classificazioni. Le vittime di un trauma si distribuiscono su 7 livelli: la vittima, i familiari, i soccorritori (evitare di sviluppare un trauma vicario), persone che avrebbero dovuto essere in quel luogo e non c’erano, la comunità. Ad esempio, quando vi fu l’episodio della bomba nella a scuola, a Brindisi, dove perse la vita una studentessa, parte del gruppo si è recata sul luogo per aiutare a gestire la situazione. Tutta la città sembrava avvolta dal silenzio, come se l’intera comunità avesse percepito l’impatto dell’evento traumatico: questo può essere letto come indicatore traumatico dell’intera comunità coinvolta.

 

Molte persone possono sviluppare un trauma anche solo stando davanti a ciò che i programmi televisivi trasmettono per onore della notizia, ma in modo spesso più crudo e sconvolgente. In altri casi, un trauma attuale può riattivare l’area della memoria di un trauma precedente, creando un trigger rispetto a una esperienza traumatica precedente. Poi, pian piano, la Psicologia dell’Emergenza è diventata una disciplina di studio. Oggi è stata dichiarata come disciplina fondamentale da inserire nel percorso universitario.

 

La formazione classica si attua attraverso master specifici, oppure ci si iscrive a delle associazioni tra cui la SIPEM, riconosciuta dalla regione Puglia e unica associazione riconosciuta dalla Protezione Civile o altre come Psicologi per i Popoli e STASIS, e si riceve una formazione all’interno.

 

Perché uno psicologo dovrebbe scegliere di diventarlo?

 

Noi abbiamo una mission, che è quella di metterci a servizio del bisogno psico-emotivo delle persone. Sicuramente, nel nostro caso è un’attività di volontariato. Però è importante essere presenti per testimoniare una professionalità indispensabile al ripristino del benessere comune.

 

Oggi, laddove ci sia la necessità, siamo contattate dalla stessa Protezione Civile, e questo è un gran risultato di riconoscimento del valore della nostra professione.

 

Ad esempio, quando si è inabissato il traghetto nelle acque tra la Grecia e l’Italia, tutte le vittime furono portate all’Obitorio di Bari, come avvenne anche per quelle dell’incendio della fabbrica dei fuochi di artificio, a Modugno, e nel caso dell’incidente ferroviario dello scorso luglio; noi siamo stati al fianco dei parenti delle vittime nelle diverse tragiche circostanze.

 

Si fa una preparazione per le famiglie prima di riconoscere il cadavere?

 

Sì, c’è un ottimo lavoro di coordinamento con i medici di Medicina Legale: ci si divide in squadre e si porta prima i parenti delle vittime a riconoscere gli oggetti, e dopo si accompagnano nell’atto finale. Solitamente, due psicologi per famiglia, o per persona, fanno quello che è necessario, a seconda della reazione peritraumatica che la persona vive: shock, stati di ipo-arousal o iper-arousal. Non si impone nessun tipo di approccio, ma si cerca di agire in maniera omologata con tecniche specifiche.

 

Serve una seconda elaborazione dopo per il trauma o basta intervenire precocemente?

 

La P.E. ha tre momenti specifici d’intervento: una prima fase, quella dell’informazione e della formazione; un durante, che riguarda il sostegno in fase acuta; un post, che si occupa dell’elaborazione del trauma nella sua specifica complessità. Alla SIPEM, in occasione della tragedia dello scontro dei treni del luglio 2016, è stato dato il compito di coordinare gli interventi post-traumatici sulle famiglie che desideravano degli incontri, attraverso un numero verde messo a disposizione dalla Protezione Civile. L’elaborazione del post traumatico è fondamentale: abbiamo delle grandi risorse per elaborare gli eventi traumatici naturalmente; a volte, però, serve agevolare tale elaborazione e capire se la persona ha avviato questo percorso, oppure se c’è stato un blocco dell’elaborazione, manifestatosi nel tempo sottoforma di attacchi di panico o di immagini intrusive, stati d’ansia ecc.

 

Alcune reazioni peritraumatiche possono essere il preludio di alcune future patologie, soprattutto se non si interviene in tempo.

 

Quando ci sono queste emergenze, si interviene anche sui soccorritori?

 

Sì, sarebbe indicato. Inoltre, è importante che anche i soccorritori siano formati in emergenza. Ad esempio, per l’ultimo incidente ferroviario è pervenuta una richiesta di sostegno da parte dei vigili del fuoco. In altre parti del nostro Paese questa pratica è molto più diffusa: infatti, quando si comunica un suicidio o una morte improvvisa, ad esempio, è buona norma che vadano insieme anche gli psicologi.

 

Come si inserisce l’EMDR nella psicologia dell’emergenza?

 

L’EMDR nasce in America ed è un metodo studiato da Francis Shapiro. Lei ebbe questa intuizione: il movimento degli occhi può aiutare a ri-processare ricordi traumatici. L’EMDR sfrutta i movimenti oculari, attraverso una stimolazione bilaterale alternata, per facilitare e accelerare l’elaborazione di eventi traumatici disturbanti. Attraverso un protocollo preciso, si richiama alla mente la parte più inquietante del ricordo, ciò che è stato visto, sentito, ascoltato, pensato, ecc, e gli attuali pensieri e credenze circa quell’evento. Con i movimenti oculari si ottiene un abbassamento dell’arousal, e l’informazione diventa così adattiva.

 

A volte, infatti, è come se le fasce che collegano la parte limbico cerebrale e corticale si possano scollegare a causa del trauma, provocando una non integrazione ed elaborazione dell’evento traumatico a livello corticale: una riparazione può avvenire con il protocollo EMDR.

 

Questa metodica integra diversi approcci: quello cognitivo e corporeo, ad esempio, e con un perfetto protocollo si riesce a ottenere un’efficacia molto rilevante, sia nella fase acuta, che nel momento post-traumatico.

 

In EMDR si distinguono i traumi “T”, ad esempio incidenti, eventi appunto traumatici, e i traumi “t”, legati alla storia dell’attaccamento del soggetto. Con l’EMDR possiamo lavorare su entrambi: nel caso dell’abuso infantile, per esempio, possiamo lavorare con questo approccio.

 

L’EMDR è efficace anche dopo poche ore dall’evento traumatico: per esempio, gli psicologi dell’associazione sono ancora impegnati sulle popolazioni terremotate. Inoltre, è importante precisare che possiamo avere un protocollo EMDR individuale, ma anche di gruppo.

 

 

È solo lo psicoterapeuta che può utilizzare l’EMDR?

 

Sì, essendo questo un modello di lavoro terapeutico, per utilizzarlo è necessario almeno essere uno psicoterapeuta in formazione. Dunque, dopo l’abilitazione e l’iscrizione all’Albo degli Psicologi, ci si iscrive alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia e, raggiunto il terzo anno di formazione, si può iniziare a lavorare seriamente sul campo.

 

Bisogna dirlo, forse lo psicologo ha il percorso di formazione più lungo e meno remunerativo!

 

Per lavorare nell’ambito dell’emergenza è necessario, invece, essere psicologo. Si propone, infatti, dopo l’abilitazione e l’iscrizione all’Albo degli Psicologi, la propria candidatura alle diverse associazioni di psicologia di emergenza, per intraprendere un percorso formativo in questo ambito. Senza formazione è, infatti, impossibile lavorare in questo settore. Il master in psicologia dell’emergenza rappresenta, dunque, un arricchimento del proprio curriculum. Quando si crea una formazione di base all’interno delle attività dell’associazione, si programmano delle giornate sul campo con delle esercitazioni. Dunque, nelle associazioni si fa anche tantissima formazione: ultimamente ci sono state delle giornate di formazione, per esempio, con la Protezione civile, o con le ASL, per i medici del 118, così come per il Corpo Speciale dei Carabinieri. Formare i Carabinieri è stata una bellissima esperienza, utile per far acquisire competenze importanti, e per prestare attenzione anche a se stessi durante le situazioni di emergenza.

 

Negli ultimi dieci anni, comunque, abbiamo lavorato tantissimo per diffondere la figura dello psicologo dell’emergenza.

 

Si comunica al paziente che si procederà con il metodo EMDR?

 

Certamente, è nel protocollo di lavoro. Devo dire che, personalmente, non ho mai incontrato scetticismo da parte dei pazienti verso l’EMDR; al contrario, spesso si rivolgono a un determinato terapeuta proprio perché sanno che pratica l’approccio EMDR. Questo è molto frequente. È chiaro, poi, che la cosa più importante è stabilire fiducia nella relazione terapeutica, così da favorire l’alleanza terapeutica alla base del nostro lavoro.

 

Inoltre, è un approccio che ci permette di avere dei risultati in un tempo ragionevole, soprattutto laddove si lavora sui traumi “T”. Ad esempio, in un recente caso di rapina a mano armata in un centro commerciale, sono bastate poche sedute di trattamento e qualcuna di follow up per i dipendenti, che sono riusciti, così, a fronteggiare e padroneggiare la situazione traumatica.

 

L’EMDR, inoltre, può essere usato con qualunque tipo di disturbo e in questo ambito la ricerca va molto avanti. Recentemente stiamo strutturando, con Policlinico di Bari, una ricerca sulla relazione tra acufeni e stress-traumatico. Questa ricerca, avrà, comunque, bisogno del supporto delle neuroimmagini, quindi è molto complessa.

 

L’EMDR può essere usato da uno psicoterapeuta con un qualunque orientamento di specializzazione?

 

Sì, ed è questo il suo vantaggio! È un approccio che si può integrare in qualunque tipo di percorso formativo e che può completare quest’ultimo.

  

È paragonabile l’ipnosi all’EMDR?

 

No. Il movimento saccadico riprende chiaramente il movimento degli occhi nella fase REM, ma non ha niente a che fare con l’ipnosi. Neurologicamente, sembrerebbe che ci siano due memorie di lavoro che vengono attivate contemporaneamente: quella del ricordo e quella del movimento saccadico. L’attivazione contemporanea di queste permetterebbe di abbassare il livello dell’iper-arousal, ma è un qualcosa che appartiene alla neurobiologia, campo nel quale l’approccio EMDR si inserisce pienamente. In Associazione, abbiamo un gruppo di ricerca gestito dal dott. Marco Pagani, un neurofisiologo, che si occupa di questo; inoltre, le ricerche nell’ambito sono davvero tante, per esempio, vi sono ricerche che riportano cambiamenti visibili in neuroimmagine.

 

Il movimento oculare, comunque, non è un semplice distrattore, ed esistono anche altri tipi di tecniche che favoriscono la stimolazione bilaterale, tra le quali il tapping o, ancora, le braccia a farfalla, metodo molto usato nelle sedute di gruppo con i bambini.

 

Succede che il paziente si dissoci durante le sedute?

 

Prima di utilizzare la tecnica EMDR si somministra la DES, e si fa attenzione a quanto il paziente parla di derealizzazioni o depersonalizzazioni; si fa prima un lavoro di integrazione dell’io. Nel caso in cui il paziente dovesse dissociarsi durante la stimolazione, si interviene al momento con alcune tecniche predefinite, per esempio il grounding, un metodo molto usato anche in psicologia dell’emergenza. Dunque, lavorando in tale ambito, saper gestire gli aspetti dissociativi è importante!

 

Gentile Dott.ssa Iacobellis, noi di Psychondesk la ringraziamo per la sua disponibilità ad essere intervistata, ma soprattutto per averci permesso di entrare e lasciarci incuriosire dal mondo della Psicologia dell’Emergenza e della tecnica EMDR!!!

 

Liliana Dassisti

Stefania De Fiore

Elisabetta Ricciardi

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redazione psychondesk

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